Gio 19 Gennaio 2017

D'ACCORDO?!

 
autore di Francesca Falchi |

Questo pomeriggio, una foto della quinta ginnasio ha riportato alla mia memoria i gloriosi anni ’80, quelli nei quali la mia adolescenza era in fiore (più caraganzi che rose) e l’avvento di Flashdance ti convinceva che se indossavi un paio di scaldamuscoli e sudavi come sul PQ a Ferragosto, dall’ippopotamo della Danza delle Ore a Jennifer Beals il passo era breve. 

Erano gli anni in cui la verginità di Madonna era un dato di fatto (mentre l’inglese con il suo “the penis on the table” era un’opinione discutibile) e portare i Duran Duran al Sant’Elia era per noi un ottimo motivo per fare sciopero. L’apparire belle negli anni ’80, con quelle spalline da Mazinga (che se, come nel mio caso, eri dotata di una retromarcia, scivolavano “distrattamente” sul davanti recuperando una quinta a turbina) era una situazione con la quale dovevamo fare i conti.

Dal momento che al Dettori c’erano solo due classi femminili ed io ero in una delle due (una tana di Visitors, il cui motto era mors tua vita mea, alla faccia delle femministe e del “tremate le streghe sono tornate” e se erano tornate, erano tutte in classe con me) e che i maschi sembravano fuggiti da uno zoo con i loro baffetti da sparviero e dei punti neri sui quali Hawkins avrebbe costruito la sua teoria del Big Bang, la nostra manutenzione estetica era assicurata da una serie di prodotti che avevano l’aggressività del Cif Ammoniacal e l’efficacia dell’acqua del rubinetto. Dal Topexan che sturava i pori manco fosse l’idraulico liquido, all’antiacne Samil, una pasta puzzolente che, sì, seccava i brufoli ma alterava i connotati. Dal Depilzero, che napalmizzava i follicoli, all’Epilady, consigliato a chi avesse peli, pelle e palle d’acciaio. Ma il vero problema erano i chili superflui. Dalla dieta del minestrone, che dopo due giorni eri un mix tra un bruco ed un quadro dell’Arcimboldo, a quella della Weight Watchers, con i punteggi che neanche la Dinamo dello scudetto.

Fino a che non è arrivata lei, prima di dare i numeri e dopo il visagismo dei defunti, quella che se non eri D’ACCORDO ti sentivi impotente come Gianni Morandi a caccia del gufo con gli occhiali: Wanna Marchi.

Lei ed il suo scioglipancia “3 confezioni 100.000 lire” che tutte noi desideravamo, che con 5000 lire alla settimana, dovevi azzerare la tua vita sociale per comprarlo, con il rischio che la pancia l’avresti sciolta ma non se ne sarebbe accorto nessuno. Wanna, che il grasso lo aggrediva con gli ultrasuoni, altro che alghe e sali del Mar Morto. Wanna che, dopo 16 anni, ti riesce a piazzare la cannuccia sbavata di Costanzo come se si trattasse di una scultura di Arnaldo Pomodoro.

Ed io là, a quindici anni quasi sedici, che sognavo di coprirmi con lo scioglipancia pure i lobi delle orecchie, immaginando che il grasso si ricompattasse come Pongo trasformandomi in Claudia Schiffer, nel senso che immaginatevi la schifezza che sarei diventata se tutto questo fosse stato possibile. Oggi, dove i peli esplodono a colpi di laser (con buona pace di Yoda), Photoshop trasforma una scimmia di mare in un angelo di Victoria’s Secret e la guerra al grasso si vince a colpi di pixel, lo sciogli pancia sarebbe utile come l’olio di vasellina. Il cui utilizzo ed efficacia, di questi tempi, sembra essere in realtà l’unica cosa sulla quale certi imbonitori istituzionali si trovano tutti d’amore e D’ACCORDO(?!!!).