Gio 22 Giugno 2017

Nü shu, il linguaggio segreto delle donne di Maria Spissu Nilson

 
Nü shu, il linguaggio segreto delle donne di Maria Spissu Nilson
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"Meglio avere un cane che una figlia". Il proverbio diffuso in pieno imperialismo cinese non lasciava adito a dubbi, disegnando a tinte forti un mondo in cui le donne valevano meno degli animali.

Niente più che merce di scambio. Ma dentro le cucine in cui erano costrette a chiudersi, abdicando a se stesse, tra vapori di zuppe di cui avrebbero potuto assaggiare solo gli avanzi, progettarono una silenziosa, ma potente rivincita.

Era il XVII secolo quando, in un’apparente rassegnazione ad un sistema che precludeva loro ogni diritto sino a costringerle all’analfabetismo, le donne cinesi svilupparono la più straordinaria rivoluzione creativa di tutti i tempi: il Nü shu, l’unico esempio al mondo di linguaggio femminile. Con questo alfabeto segreto fatto di ideogrammi tondeggianti e, per questo, molto diverso dai segni lineari del linguaggio ufficiale, le donne ricamavano ventagli, abiti e tappeti con parole di fili colorati e, con quei segni, raccontavano il dolore di sopprusi e di rabbia che altrimenti avrebbe seguito il destino di un’ineluttabile oblio.

Con suoni tramandati da madre in figlia le donne della provincia dello Hunan, nelle cucine, ai lavatoi e durante il ricamo cantavano parole che erano loro negate. Condannate a un silenzio e ad una sottomissione rispetto alla quale il Nü shu rappresentava un’ancora di salvezza interiore. I manoscritti rimasero segreti anche quando vennero trovati durante l’avvento della Repubblica Popolare di Mao Tse-Tung, perché nessuno riuscì decifrarli. I testi, salvati dalla distruzione delle Guardie Rosse e dai roghi della rivoluzione, risorsero negli anni Ottanta quando furono rinvenuti in alcune tombe, poggiati come tesori accanto ai corpi delle donne che li avevano scritti.

A quel linguaggio, che rischiava di andare completamente perso con la morte dell’ultima donna capace di interpretare i simboli alfabetici, l’artista sarda Maria Spissu Nilson ha dedicato delle opere in mostra sino al 18 maggio scorso al Museo Universitario d’Arte Contemporanea di Alicante. Nata nel Montiferru e cresciuta artisticamente alla Open University e alla Tate Modern di Londra, l’artista, oltre che in Italia, ha esposto negli USA, in Argentina, Grecia, Francia Spagna, Gran Bretagna e in Giappone, dove ha approfondito la sua ricerca della cifra grafica come modalità di comunicazione artistica.    

«La parola scritta è immagine, potente e viva del nostro pensiero e non ha solo una funzione comunicativa - spiega l’artista - Le lettere, le parole scritte, in tutte le forme, sono state considerate nei millenni una forma di comunicazione con il cosmo, con l’ignoto. Il Verbo, il segno scritto che lo rappresenta, fu considerato in principio una forma di comunicazione diretta con il divino. Per me la parola è un mondo di figure evocate, di storie di vita; una ricerca che non segue correnti artistiche. Può cambiare struttura e cultura ma riflette sempre le storie infinite dell’umanità». 

Le opere della collezione Nü shu, testimoni della sorellanza consolatoria e del potere del linguaggio come riscatto dell’anima, sono incisioni su tavole di piombo e legno, materiali simbolici di morte e vita. Il piombo colato sul legno e poi inciso, rimanda alla mutevolezza del materiale e alla sua adattabilità al cambiamento. Queste espressioni artistiche di forme alfabetiche si manifestano come un richiamo alla trasformazione permessa dal segno grafico, riscattando dal silenzio e dalla rassegnazione intere generazioni di donne. Piombo, segni e legno si rivelano strumenti alchemici di morte, trasmutazione e rinascita accogliendo, come marchi a fuoco sulla carne di donne imprigionate in gabbie di silenzi, i segni armoniosi di un linguaggio segreto che, di generazione in generazione, tramandava con grazia e potenza un messaggio salvifico: non tacere.

 

 

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