Gio 22 Giugno 2017

Giocando s'impara, e tostorruda porta il sardo sui banchi di scuola

 

linguaggi

«Saludi!».

Maestra Veronica Serra entra in classe dai suoi piccoli allievi e saluta così. Ai primi due incontri l'aula resta muta, lei sorride. Alla terza lezione i bambini replicano il saluto sardo e si ritrovano in poco tempo più competenti degli adulti che del dialetto hanno fatto un pastiche linguistico.

Se a maestra Veronica capita di entrare in una scuola "cittadina", poi, succede che gli occhioni curiosi degli alunni la guardino proprio come un’extra terrestre «a tal punto che, una volta - racconta - alla fine della prima lezione, dopo che per due ore intere ho parlato solo in sardo, un bambino mi ha chiesto “maestra, ma tu lo sai parlare l’italiano?” e io ho riso un quarto d’ora».

Insegnare la lingua sarda nelle scuole è stata un'idea brillante per questa trentenne tostorruda di Sant'Andrea Frius, laureata in lettere con le preziose nozioni linguistiche del professor Maurizio Virdis dell'Università di Cagliari.

«Tostorruda, forse, è la parola sarda che preferisco e che mi rappresenta di più», racconta, e allora con tutta l'intraprendenza coltivata negli anni di studio, ha iniziato il tour delle scuole col suo curriculum, vuoto di esperienza ma pieno di un patrimonio che rischia di essere perduto insieme all'identità dei sardi. Ora insegna il campidanese ai bambini, futuri custodi delle nostre origini.

Trexenta, Gerrei, Parteolla. «Iniziai nel 2008, con pochissime ore per classe, nell’Istituto Comprensivo "Gen. Luigi Mezzacapo", dove ebbi la fortuna di incontrare un dirigente estremamente sensibile alla materia, Andrea Melas di Guasila, e nell’Istituto Comprensivo “Dante Alighieri” del mio paese, grazie all’interesse e all’impegno della professoressa Ornella Fanunza».

Il complicatissimo interrogativo su quale varietà linguistica di sardo insegnare è superato abilmente da maestra Veronica.

«Se devo rivolgermi ai bambini di Quartu e Monserrato, mi sforzo di epurare dalla mia pronuncia la nasalizzazione avvenuta per effetto della caduta della N in posizione intervocalica, quindi dico loro “su cani” e non “su cãi”, “mèrculis” e non “mrecuis”». Il tutto viene insegnato giocando. «Cantiamo la vecchia fattoria in sardo per gli animali e così via». I bambini tornano a casa e correggono gli adulti. «Frequente è sentire i termini “cuginu o cugina” usati in luogo di “fradili e sorresta”, oppure “giugnu” invece di “mesi de làmpadas”. I bambini, sentendo gli errori dei grandi si sentono autorizzati a correggerli».

Tra gli episodi memorabili da raccontare fa sorridere l’esperienza di un alunno di Guamaggiore, con elevate competenze linguistiche, che una mattina entrando in classe ha detto: «Maista, ddu scis ca mama at nau cuginu miu? E deu dd’apu nau: no si narat cuginu, si narat fradili».

Si lotta contro l'oblio della nostra lingua, esistono parole già dimenticate, come quelle degli antichi mestieri. «La stessa sopravvivenza del termine “ulleras” (occhiali), ad esempio, è garantita non dalla sua annotazione nei vocabolari, bensì dal suo utilizzo nell’oralità, in frasi quotidiane come “tèngiu is ulleras brutas” e non “tèngiu is ochialis brutus”».

E quanto sarebbe bello conoscere più a fondo la letteratura dell'Isola! «I sardi scoprirebbero così che “Nanneddu meu” non è una canzone, ma una bellissima poesia di Peppino Mereu e comprenderebbero, prestando un pochino di attenzione, che non è idonea a contesti festosi e conviviali, vista la gravità e l’attualità degli argomenti trattati». Inaccettabile che nel percorso scolastico non sia prevvisto l’insegnamento della Storia della Sardegna e la valorizzazione del bagaglio di identità annesso. «Sarebbe auspicabile che la Regione Sardegna si decidesse a creare un albo degli esperti in lingua e cultura sarda».

Nell’attesa, si congeda con i saluti di fine lezione. «"A si biri", "adiosu", "si bireus cida chi intrat"».

 

 

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