Mer 20 Settembre 2017

Su coccoi cun s'ou, il pane della Pasqua per augurare prosperità

 

tradizioni pasquali

Al latte o fondente, bianco o con nocciole, non importa: ogni pranzo di Pasqua ha il suo, Sua Maestà l’Uovo di cioccolato. Le sue origini si perdono tra storia e leggenda, tra riti pagani e culti cristiani e anche la Sardegna, terra di tradizioni millenarie, ha la propria: niente cioccolato, ma un pane di semola ricamato a racchiudere un uovo. Nome e pronuncia cambiano di zona in zona (coccoi cun s’oucoccoeddu cun s’ou), ma sostanza e autrici restano le stesse : le donne, signore dell’arte della panificazione.

In origine, regalare uova con l’arrivo della Primavera era usanza pagana legata all’Equinozio di Primavera. L'uovo, simbolo della vita racchiusa nel ventre, che viene alla luce come per miracolo, fu eletto a metafora di questo momento. Poi arrivò il Cristianesimo, e la Rinascita divenne Pasqua e Resurrezione. Si narra la leggenda secondo cui Maria di Magdala, corsa a riferire a Pietro che il sepolcro di Cristo era vuoto, si sentì rispondere: “Crederò alle tue parole solo se le uova nel tuo cesto diverranno rosse”. Le uova divennero rosse. Da qui l'usanza in Russia di dipingere per Pasqua le uova di questo colore.

Uova, rinascita, vita: ancora oggi, in Sardegna, su coccoi cun s’ou sembra conservare intatta la matrice femminile di questi racconti e leggende. Il pane pasquale impastato a forma di galline, uccellini, bambole, pesci, croci e anelli con al centro un uovo sodo è, infatti, questione femminile, come del resto per tradizione la panificazione. Nei paesi, anziane vestite con abiti tradizionali o con il nero del lutto narrano di quando, le sere prima di Pasqua, rinfrescavano il lievito madre per poi lasciarlo riposare, coperto da un drappo di lino e una coperta dentro ceste di giunco. Il giorno dopo le sveglie avrebbero suonato presto, alle quattro o alle tre, perché tutto fosse pronto di buon'ora e potessero partecipare ai riti della Settimana Santa.

La Settimana di Pasqua sui tavoli da lavoro, accanto alle forme di pane, comparivano anche forbicine e coltelli appuntiti per decorarlo con fiori, rose, foglie. Si preparava su pani pintau e si racchiudeva in un canestro di treccioline un uovo, tenuto fermo e ben stretto (la versione dolce, con zucchero, strutto, alchermes e zafferano, sarebbe arrivata più tardi). Ed eccolo lì, su coccoi cun s’ou, il protagonista dell’ultima infornata, con il forno che ha perso parte del suo calore e non rischia più di bruciare il pane. 
A metà cottura, mani allenate lo estraevano con delicatezza per bagnarlo con l’acqua scaldata sulla bocca del forno; ci si serviva di un piccolo panno di lino, ma a chi non l’aveva, bastavano le mani e un veloce tuffo nell’acqua. A questo punto, non restava che lasciarlo raffreddare e poi regalarlo: ai bambini, ovviamente, ma anche agli adulti e alle persone care.

Pani pintau e uova, su coccoi cun s’ou: un segno di affetto e un augurio di prosperità. 

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