Dom 28 Maggio 2017

Il rituale delle pungas, gli amuleti fra sacro e profano

 

riti e credenze

Può capitare di trovare in casa, o di ereditare, misteriosi sacchetti in un corredo, realizzati in broccato o con stoffe più economiche, quadrati o rettangolari e muniti di cordoncino nero o verde.

È Sa Punga, Pastagna, Furtalesa o dal suo nome più antico Scrapolarius. Chi la trova riceve il divieto di aprirla. Ma la curiosità è tanta: cosa contiene? Qual era la sua funzione e da dove arriva?

Sas Pungas si indossavano a mò di collana nascosta e secondo la credenza popolare avevano lo scopo di ostacolare le sfortune degli uomini. Secondo la tradizione Sas Pungas “abbrebate” -cioè benedette da formule magiche (is verbos, berbos o parauli folti in base alla provenienza)- potevano impedire al male di fare il suo corso. Si trattava di una medicina preventiva da attuare prima di ricorrere, in ultima istanza, a sa meixina de d’ogu, cioè a rituali specifici per annullare il malocchio (s’orcu mau o ponner ocru) o da utilizzare per scongiurare eventi drammatici come incidenti, aborti, malattie, furti di bestiame e incendi.

Sas Pungas, le cui origini risalgono a riti pagani, vennero condannate e vietate dalla Chiesa con il Sinodo di Ampurias del 1695 in quanto usanze eretiche, data la presenza, all’interno dei sacchetti, di manine d’argento o d’oro nel gesto di fare le fiche (il gesto scaramantico per cui si posa il pollice fra il dito indice e il medio in segno di scongiuro). Tuttavia, come raccontano Andrea Satta e Grazia Deledda (“Riti di morte della Sardegna tradizionale”; “Tipi e Paesaggi sardi”), anche i preti giunti per dare l’estrema unzione cercavano pungas o rezettas (reliquie) da togliere dal corpo dei moribondi. Tanto i chierici quanto la gente comune, infatti, ritenevano che le pungas avessero il potere di impedire la morte, e toglierle dal corpo di un malato terminale era considerato un atto di pietà per alleviare le sofferenze e facilitare il trapasso.

In base al contenuto (breves, immagini sacre, erbe officinali, cera benedetta, cenere, monete o altri amuleti) e ai verbos pronunciati, le pungas offrivano una protezione specifica da ogni evento. Venivano preparate da una fattucchiera (bruxa, istria, coga o deina a seconda della Regione), ma anche da donne comuni con il dono della fede. I verbos e gli amuleti seguivano una linea ereditaria femminile: erano le donne a saper confezionare le pungas, erano loro che potevano offrirle (di solito dietro consegna di un obolo o, se data in prestito dietro pegno) ammonendo di non aprile mai, pena la perdita del loro potere. Unica eccezione alla regola erano le pungas “cumulative”, cui di generazione in generazione venivano aggiunti ingredienti che ne aumentavano l’efficacia.

Se deteriorate le pungas potevano essere anche restaurate. I breves venivano fotografati e gli ingredienti ricomposti inserendo il vecchio sacchettino in uno nuovo, riconsacrando infine l’amuleto con i verbos. La tradizione delle pungas esiste ancora, specie nei Comuni della Barbagia Seulo, e viene portata avanti da donne centenarie. In alcuni casi gli amuleti abbracciano l’arte tessile e diventano gioielli moderni pronti da indossare. Pietrina Atzori dell’associazione il Gregge del feltro di San Sperate ad esempio, ha realizzato la linea “Prendas de Pannu” (gioielli di stoffa) e creato ciondoli scrapolarius contenenti elicrisio e lavanda, utilizzando seta, velluto e bottoni in lamina d’acciaio, ispirandosi proprio alla tradizione degli amuleti.

 

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