Mer 20 Settembre 2017

Vita di clausura, dal silenzio del monastero al rumore dei social

 
Vita di clausura, dal silenzio del monastero al rumore dei social
Suor Chiara Elisabetta Demurtas - ph. Gabriele Calvisi

religione

Entriamo nel mondo delle suore di clausura. Chi accoglie la nostra proposta è la suora più giovane, suor Maria Caterina. Ha 42 anni e da dieci anni si è unita alla famiglia delle Clarisse di Oristano. Loro si sentono donne comuni, ma la scelta di vivere isolate, per volontà propria, senza dubbio, di comune ha ben poco. Accettano volentieri la nostra intervista anche perché desiderano farsi conoscere, far sapere che esiste una comunità di suore di clausura ad Oristano.

La loro casa è il convento di Santa Chiara, fondato nel 1342. All'interno si trovano dieci donne provenienti da diverse zone dell'Isola; hanno dai 42 ai 95 anni e appartengono all'ordine delle Clarisse urbaniste.

La loro giornata è regolata da ritmi ben precisi: inizia alle 5.15; tra le 6 e le 9 si svolge il primo incontro di preghiera; dopo, ognuna svolge il proprio compito che varia a seconda dei turni. Ogni monastero ha la sua autonomia giuridica, decide infatti autonomamente chi avrà il compito di gestire i servizi della comunità. L’elezione della nuova abadessa ha cadenza triennale. Il rapporto con le famiglie d’origine si può coltivare nel parlatorio, durante gli orari di visita. 

Queste suore, che indossano un saio nero raccolto in vita dal cingolo stretto con tre nodi, che rappresentano i voti di obbedienza, castità e povertà, rinunciano alle vanità del mondo, ma con il mondo mantengono aperto un canale di comunicazione. E si rivolgono, sollecitate, alla comunità laica con il fine di dare aiuto e conforto al modo antico, ad esempio «quando la gente, nel parlatorio, chiede le preghiere e viene a parlare dei propri problemi o a condividere le proprie gioie». Oggi però, le suore sanno bene che esistono nuovi strumenti di comunicazione, in grado di avvicinare un pubblico ben più vasto. Tutto ciò che ci si dice nel parlatorio può essere detto a vantaggio delle comunità dei social, come Facebook. Per questo motivo è stata aperta la pagina social Monastero Santa Chiara Oristano.

L’apertura ai social rappresenta senz’altro un’eccezione positiva, ma insidiosa: «Uno dei pro - precisa suor Caterina - è rappresentato dalla curiosità della gente che non sa come viviamo. In questo modo possiamo avvicinare le persone al nostro vivere quotidiano. I contro per ora non si sono rivelati, ma non escludo che possano essere una conseguenza di questo boom mediatico, perché nel momento in cui ci si espone, tutto ciò che si dice potrebbe essere strumentalizzato». 

Con questa forte volontà di testimonianza e con l’intenzione di sfatare alcuni luoghi comuni sulla vita monastica è stata ideata la mostra fotografica “La luce delle Clarisse”, nella quale Gabriele Calvisi ha colto la quotidianità delle monache, con delicatezza e discrezione.

Lo dicono chiaramente: «si tratta di un progetto che nasce dall’esigenza di farsi conoscere partendo dalla propria città, Oristano», in un clima di condivisione promosso dalla madre superiora Suor Chiara Demurtas: «La nostra caratteristica come francescane è la fraternità, tutto ciò che facciamo lo facciamo in fraternità».

In convento non esistono mai momenti vuoti, tutto ha un senso verticale importante: «Noi non sentiamo la mancanza del mondo esterno. La preghiera - precisa la nostra interlocutrice - compensa tutto, questa scelta ci riempie la vita. I rapporti umani ci sono, adempiono a ciò che è stata la nostra volontà. Non c'è tempo per pensare alle cose che ci mancano. Preghiera, lavoro sono tra le priorità così come l’aiuto alle sorelle anziane. Più noi svuotiamo noi stesse da tutto, più Dio riesce a colmare questo spazio».

Secondo Suor Caterina le vocazioni sono sempre meno a causa della frenesia che caratterizza il nostro vivere, perché «non si ascolta il cuore e le scelte si fanno senza fermarsi a pensare, sia nel caso della vocazione in generale, che della clausura. È necessario liberarsi dall'essere sempre reperibile al cellulare, se non ti fermi, non scoprirai mai quello che vuoi».

Tra donne, si è parlato anche di argomenti prettamente femminili, come la vanità, una caratteristica che resta anche durante la clausura, ma in modo misurato, come specifica suor Caterina: «La vanità resta, ma come tante altre cose, non bisogna esagerare, non bisogna farlo per apparire. Noi siamo suore ma siamo donne prima di tutto».

Grazie agli insegnamenti delle ‘suore 2.0’, siamo in grado di capire che guardare con attenzione alla vita non significa vivere il mondo esterno, ma vedere soprattutto ciò che cosa succede nel cuore dell'umanità che chiede conforto o semplice ascolto, anche attraverso i nuovi mezzi di comunicazione.

Dopo una bella conversazione si ha l’impressione che nella clausura ci sia vera libertà.

 

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