Mer 20 Settembre 2017

Le nostre antenate e la filatura del lino

 
Le nostre antenate e la filatura del lino
Filatrice, Antonio Ballero - ph. sardegnadigitallibrary.it

tradizioni

La pianta di Lino è assai preziosa e utilizzata sin dall’antichità. Gli antichi Egizi ne ricavavano abiti e avvolgevano le mummie nelle sue tele; i Fenici invece - grandi navigatori - la acquistavano proprio in Egitto per esportarla in Inghilterra e in Irlanda, ma anche in Sardegna dove, per merito loro, arrivò nel corso dei secoli IX e VIII a.C.

La coltivazione del lino scopare nell'Isola nei primi del ‘900, e sino ad allora le nostre antenate si occuparono della "filatura", per realizzare pregiati tessuti. Nella soleggiata Valle del Tirso era in uso fare spazio al lino in mezzo ai campi di grano, o lateralmente a questi.
La semina avveniva in autunno - a ottobre - , ma per la raccolta degli steli e dei semi bisognava aspettare giugno. Dopodiché, aveva inizio un lungo processo di lavorazione. Gli steli maturi (che avevano raggiunto una colorazione gialla) venivano fatti essiccare, mentre i semi, estratti tramite “battitura”, erano utilizzati alternativamente per la semina successiva o per comporre ricette di medicina popolare.

I semi di lino, infatti, venivano impiegati per curare le infiammazioni esterne o interne. Le nostre ave avevano una ricetta curiosa per combattere i vermi intestinali: tagliavano a pezzi un filo di lino e lo immergevano in un bicchiere d’acqua, recitavano una preghiera e lo facevano bere al malato.

Per estrarre le fibre tessili gli steli erano sottoposti a macerazione: immersi in corsi d’acqua o stagni per circa due settimane, e fermati con grandi pietre. Questa pratica tuttavia era contestata dai pastori, che portando le bestie ad abbeverarsi nello stesso luogo, temevano che le sostanze nocive rilasciate dalla pianta favorissero la riproduzione delle zanzare, e quindi della malaria.  

I fasci venivano asciugati e battuti, poi con dei mazzuoli -per ammorbidirli - e si procedeva alla “gramolatura”, cioè alla separazione delle fibre vegetali dalle altre parti della pianta. L’attrezzo impiegato era costruito in legno e prendeva il nome di gramola (in sardo àsgada, àrgada, ògranu), si componeva di un cavalletto e di un asse mobile.

Ottenuti i mazzi di fibre si passava alla filatura. L’operazione spettava alle donne, che “pettinavano” il lino con su pèttene e lo avvolgevano sulla rocca, per poi tirare e torcere un mazzetto sottile che portava al fuso. Il fuso lo ponevano su un fianco e lo facevano ruotare a mano, in modo da creare un filo continuo alimentato man mano dalla stessa tessitrice, ma le fibre dovevano essere inumidite, e per facilitare l'operazione le donne bagnavano il lino con la saliva.

La fase finale consisteva nella sbiancatura, fatta a caldo in sa lissìa, una soluzione ottenuta mescolando acqua e cenere. Con le fibre più lunghe e in salute si realizzavano stoffe pregiate, le altre invece, dette “stoppa” (isthuppa) erano impiegate per costruire utensili.

Oggi come ieri del lino non si butta via niente. I semi vengono utilizzati per cucinare e condire insalate, l’olio in cosmesi o per dipingere, gli steli per realizzare ancora abiti. Per conoscere gli attrezzi della lavorazione basta recarsi al Museo del Lino di Busachi, dove si trovano diverse testimonianze fotografiche delle nostre antenate, oppure guardare questo video dedicato alla lavorazione del lino in Sardegna.

 

 

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