Mer 20 Settembre 2017

Ritardi del linguaggio, un'antica cura: S'abba 'e Campanedda

 

educazione

Luna mia luchente /sanu m’agattas e sanu mi lesses…Luna mia lucente / mi trovi sano lasciami sano… (Canti per bambini della tradizione sarda).

Nelle antiche società agro-pastorali che i problemi fossero di salute, o di sussistenza, o di altra natura, la ricetta era sempre la stessa: rivolgersi a qualcuno o qualcosa che si supponeva fosse in grado di rispondere. Prima che le popolazioni sarde fossero evangelizzate, s’invocava l’intervento delle forze della natura, con i riti pagani –  dopo la graduale cristianizzazione dell’isola, s’ iniziarono a pregare i Santi e a chiedere l’aiuto di Dio.

Quando i piccoli mostravano difficoltà di linguaggio e tardavano a parlare, veniva loro somministrata una terapia speciale. Le madri portavano i bambini nelle chiese campestri dedicate a Sant’Antonio, dove si trovava l’antica statua del Santo che teneva in mano un bastone su cui era appesa una campanella, che veniva fatta squillare e poi riempita d’acqua. La cura consisteva nel far bere al bambino tre sorsi di quell’acqua, poiché dopo tale terapia si credeva che la lingua gli si sarebbe sciolta. In riferimento a questo rito esiste ancor oggi il detto “naro chi as biviu abba ‘e campanedda”, scommetto che hai bevuto acqua di campanella, e lo si dice a chi parla in continuazione. A Sarule, un paese del centro Sardegna, i bimbi con ritardo nel linguaggio venivano portati nella chiesetta di San Bernardino, nel cui territorio si trova “Sa Funtana de s’Infante”, la fontana dell’infante.

L’acquisizione del linguaggio avviene per tappe e in continuità con quel tempo della vita definito prelinguistico e che coincide con i primi mesi, in cui è cruciale lo scambio del piccolo con la mamma o chi si prende cura di lui. Secondo J. Bruner (1915-2016), noto psicologo statunitense che si occupò di psicologia dell’educazione, l’apprendimento del linguaggio ha origine proprio negli scambi comunicativi tra il bambino e gli adulti attorno a lui. Nei primi mesi di vita il piccolo inizia a scoprire ritmi e suoni delle parole e il linguaggio gestuale, ovvero le basi della comunicazione. Inizia a emettere suoni intorno al sesto mese, quando compare la lallazione (mamama, nanana). A dodici mesi pronuncia le prime parole, mamma, papà. Intorno ai diciotto mesi il ritmo di acquisizione che prima è lento e graduale, aumenta all’improvviso, si assiste a un fenomeno che è stato denominato “esplosione del vocabolario”: il bambino impara sempre più in fretta nuove parole. Ha scoperto che tutte le cose hanno un nome e che se non lo conosce può chiederlo agli adulti.  Raggiunge una completa espressione verbale verso i tre anni.

Il ritmo di apprendimento del linguaggio varia molto tra i bambini: alcuni sono precoci e rapidi, mentre altri sono lenti: tuttavia, le differenze scompaiono nel giro di pochi mesi.

Lo stile materno più efficace per lo sviluppo linguistico è quello della madre che si adegua agli interessi dell’infante, che commenta verbalmente oggetto o azioni su quali lei o lui sta focalizzando l’attenzione. Filastrocche, poesie, ninne nanne, recitate o cantate fin dai primi mesi di vita, oltre che divertire e/o tranquillizzare, aiutano a prendere confidenza con la lingua, ad assimilarne suoni e ritmi, a formulare le prime parole. In passato ricoprivano un ruolo fondamentale nell’educazione dei bambini, conferivano loro gli strumenti necessari, linguaggio e conoscenze, a dominare la realtà circostante ed entrare pian piano nel mondo degli adulti.

…Cun s’agu e cun s’ispola/ pintes s’ae chi ‘ola…/ che luna bedda e soli/Deu ti dia migliori. Con l’ago e con la spola/tu dipinga l’uccello che vola /Bella come il sole e la luna / Dio ti dia la felicità. (ninna nanna della tradizione sarda, da Miele Amaro di Salvatore Cambosu).

 

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