Gio 23 Marzo 2017

Terapie magiche in Sardegna: un fenomeno senza tempo

 
autore di Annachiara Atzei |
Terapie magiche in Sardegna: un fenomeno senza tempo
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Occhi che si incontrano, pupille contro pupille, chi ha il sangue “più forte” colpisce inevitabilmente il più debole. Lo scatenarsi della crisi è un atto istantaneo e immediato e, quindi, impossibile da controllare. L’aggressione dell’occhio può essere inconsapevole e involontaria e chiunque, potenzialmente, può causarla. Può essere dovuta anche al troppo affetto, al troppo amore ed allora diventa ancora più difficile da guarire. I sintomi che la rivelano sono improvvisi e tra essi vi sono spossatezza e forte mal di testa, ma anche nausea, inappetenza, febbre alta e malinconia.

 

Secondo importanti studi di antropologia medica ("A luna calante", Nando Cossu, ed. Argo), in Sardegna sono oltre 36.000 le persone che si recano dai guaritori per curare questi segnali, poiché si ritiene che siano causati dal così detto “occhio preso”. È diffusa la credenza che alcuni accorgimenti possano prevenire gli effetti della crisi come, ad esempio, portare un indumento al rovescio o indossare qualcosa di verde come un nastro o qualche foglia di basilico o lentisco. Talvolta, si porta addosso un piccolo oggetto a cui un guaritore abbia recitato i brebus, cioè la formula magica o preghiera che in genere accompagna il rito terapeutico: si tratta di braccialetti, cornetti d’oro, pezzetti di corallo nero oppure medaglie con raffigurazioni di santi.

Ma quali persone hanno la capacità di guarire e come si apprende la pratica della medicina dell’occhio? Sebbene vi siano numerose varietà di situazioni attraverso le quali si diviene guaritori, rimangono imprescindibili alcune condizioni quali, anzitutto, essere “persona adatta” che dimostri, cioè, curiosità e attenzione, che sia empatica e istintivamente portata ad aiutare il prossimo. Il secondo presupposto è la convinzione profonda dell’efficacia del rito. Al di là di questi segni costitutivi, poi, è il riscontro della guarigione del malato a determinare l’inserimento nel novero dei guaritori.

Alcuni raccontano di esserlo diventati per aver ricevuto l’insegnamento da qualche anziano oppure da qualche familiare; numerosi, poi, sono quelli che hanno acquisito la competenza “rubandola”, cioè ascoltando i brebus da un guaritore durante il rito svolto per altri; altri ancora, addirittura, per aver appreso la competenza a conclusione di una conversazione in sogno con la Madonna.

Esistono, secondo le ricerche, ben ventiquattro modi diversi di esecuzione del rito terapeutico che vedono la combinazione di diversi elementi come il segno della croce, i brebus, la recita del Credo, le orazioni ai santi, il rosario, l’acqua, il grano, l’olio, l’orzo, la pietra, la carta. Nel fondersi di sacro e profano, di preghiera e simboli pagani si svolge il rituale che richiede per il suo buon esito la convinzione e la motivata partecipazione del malato e dell’operatore.

Tra le numerose testimonianze, una guaritrice racconta di svolgere il rito con l’uso di acqua, sale, grano, una palma benedetta e una medaglia nelle cui facce devono esservi due santi. Si lascia cadere il sale nell’acqua, poi la palma in tre pezzettini tagliati a punta, infine il grano, senza contarne i chicchi. Contemporaneamente, si recitano le orazioni facendo anche dei segni di croce. Quando c’è l’occhio, si formano le bolle attorno al grano e si può distinguere la parte malata proprio dalla posizione delle bolle. Alla fine del rituale, il malato deve bere l’acqua, imprescindibile per la cura.

Attraverso l’interpretazione dei segni che provengono dagli elementi utilizzati, come nel caso del chicco di grano, il guaritore è in grado di formulare una diagnosi e, in seguito, di definire la terapia.

Nella provincia di Oristano si usa recitare: “Susanna ha’ fattu Anna, Anna ha’ fattu Maria, Maria ha’ fattu Gesusu, s’ogu spartidinci de innoi e no torristi mai prusu” (Susanna ha partorito Anna, Anna ha partorito Maria, Maria ha partorito Gesù, l’occhio allontanati da qui e non tornare più); a Cagliari, invece: “Deus e sant’Antiogu, torraiddi s’ogu, santu Giovanni Battista, torraiddi sa vista, santu Liberau, s’ogu chi sia’ torrau a…” (Dio e sant’Antioco, rendetegli l’occhio, san Giovanni Battista, rendetegli la vista, san Liberato, l’occhio che sia reso a… segue il nome del malato) e numerosi altri potrebbero essere gli esempi di formule recitate nell’intera Isola.

Non deve stupire il fatto che le terapie magiche vengano praticate ancora oggi. Infatti, a fronte dell’inconfutabile processo di trasformazione che ha interessato la Sardegna negli ultimi cinquant’anni, permangono usi, costumi e forme di vita materiale che sono espressione della tradizione locale verso la quale i sardi dimostrano un forte attaccamento, motivo per il quale si può affermare che la Sardegna sia una delle regioni euromediterranee più conservative.

 

In proposito, oltre alla medicina dell’occhio, sono ancora molto diffusi gli stati critici dovuti allo “spavento”, che consiste, in qualche maniera, nella perdita di controllo di se, anche se solo per un attimo. Questa credenza ha una radice profonda: nel mondo primitivo si riteneva, infatti, che, con lo spavento, l'“io” non governasse più la persona e al suo posto subentrasse un’entità negativa.

Il rito magico, quindi, aveva ed ha lo scopo di far uscire l’entità negativa dal corpo del malato per farvi rientrare l’io. Questa medicina deve essere praticata nel luogo esatto dello spavento dove l’io è rimasto e dove deve essere ripreso. Si sottopone, quindi, il malato alle fumigazioni, oltre che alla recitazione dei brebus. In genere, si fanno bruciare l’incenso, la palma e i fiori benedetti, oppure un pezzo di tessuto indossato dal malato, uno spago o, ancora, capelli. Come il fumo si dissipa, così si dilegua l’entità negativa attraverso l’inalazione del fumo stesso da parte della persona sottoposta al rituale.

Colpisce, tra le tante, la testimonianza di una guaritrice che pratica il rito in cimitero facendo imbruscinai (strusciare) il malato su tre tombe diverse di persone morte di morte violenta, oppure quella di un’altra operatrice che brucia alcuni indumenti di una persona morta di morte violenta e fa bere la cenere al malato.

 

È innegabile come questi riti, ancora oggi praticati, rimangano avvolti nel mistero e suggestionino i più, testimonianza della cultura pastorale della quale costituiscono un cospicuo frammento. D’altra parte la realtà socio-economica attuale è assai cambiata e questo potrebbe portare a ipotizzare per le terapie tradizionali una parabola discendente.

Tuttavia, come affermano gli studi di antropologia, è probabile che questa pratica così longeva stia vivendo un processo di adattamento attraverso il quale trovare un proprio spazio in questa società postmoderna: una nicchia che conservi anche in futuro la nostra suggestiva e forte identità.

Foto da "Medicina popolare in Sardegna - Dinamiche, operatori, pratiche empiriche e terapie magiche" di Nando Cossu (Carlo Delfino editore)

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