Lun 21 Agosto 2017

L'attitadora e s'attidu, il canto che accompagnava la morte

 
L'attitadora e s'attidu, il canto che accompagnava la morte
Tempo di lettura: 4 minuti

N

ella consumazione del rito funebre, più che in altri episodi della vita delle comunità sarde, era facile osservare come sacro e profano si fondessero in una stilla identitaria. Il culto pagano incontrava, senza confliggere, l'ardore cattolico ereditato dai conquistatori spagnoli, regalandoci tradizioni, atmosfere e misteri dal sapore mediterraneo.

La religione ufficiale proibì con fermezza la pratica del lamento funebre già dal 1313, ma ogni comunità regola la sua compassione orientandola a 'su connottu'. Andare incontro alla morte, per la Chiesa cattolica, significava conseguire il premio eterno e non vivere con terrore l'idea del trapasso che avrebbe condizionato tutta l'esistenza. Resistette però la credenza pagana e con essa l'urgenza di allontanare lo spirito del defunto a cui veniva attribuita un'inquietudine inconsolabile. Per questo motivo si cercava di assecondare l'anima del dipartito ed evitare così la sua collera verso chi fosse restato in vita e non l'avesse onorato della giusta memoria. Il lamento funebre serviva dunque a "controllare la permalosità" del morto. 

In Sardegna, tra le figure incaricate dalla comunità di ammansire il fantasma del morto erano le Attitadoras, le prefiche, poetesse del culto funebre, che accompagnavano l'estremo saluto alla salma con un canto disperato e col dondolio ritmico del corpo che non pareva avrebbe mai accettato tanto dolore.


Incontriamo Mimmìa, una attitadora emerita, splendida ultra novantenne. Come l'ipermetrope, la sua memoria mette a fuoco con più facilità ciò che viene da lontano, prima ancora dei ricordi recenti. Non le è difficile raccontare le lunghe veglie funebri. Nella sua memoria è spesso di scena il dolore ora che lei è l'ultima prefica in vita della sua zona.
Mimmìa preferisce rimanere anonima. Chiamarla col suo diminutivo in nulla avvantaggia la ricerca della sua vera identità perchè nell'entroterra barbaricino il nome sardo della madre di Cristo è declinato in questo modo quante sono le stelle in cielo, sebbene la vocazione di attitadora faccia di Mimmia una donna speciale la cui investitura popolare cessa, anno più anno meno, sul far degli anni '80.

Ma perchè le attitadoras non verseggiano più? Ogni caso è a se stante e per Mimmìa è un atto d'amore verso suo figlio, stimato farmacista che dopo i lunghi anni di studio lontano dal paese non sente più suoi gli stilemi della tradizione.

«Ho smesso perchè mio figlio si imbarazzava. Non me lo ha mai detto apertamente ma in diverse occasioni ci trovavamo in casa del morto in paese e capivo che non gradiva i miei canti. La gente è cambiata e lui provava vergogna»

Sentendo parlare Mimmìa si stenta a credere che il sentimento di compassione, che naturalmente variava di intensità da caso a caso, non fosse autentico: «Per me era un servizio, non poteva essere una recita perchè in un paese piccolo come questo, anche se al tempo era molto più popolato, tutti ci conoscevamo bene. Sapevamo gioie e dolori gli uni degli altri, e quando una persona moriva, anche se non era un parente, provocava tanta tristezza».
Erano necessari lacrime e versi perchè avesse inizio l'elaborazione del lutto del caro estinto e solo una solenne commemorazione poteva avviare questo naturale processo, «Se l'avessero fatto i parenti non sarebbe stata la stessa cosa. Una persona esterna alla famiglia era più credibile» osserva la nostra attitadora. 

Era prevista una retribuzione per il suo servizio? «Non era facile rifiutare il compenso dei parenti. Più creavi commozione più loro ti erano riconoscenti. Venivamo pagate con un po' di grano, olio, vino e piccoli pensieri», mai denaro, precisa Mimmìa, sottolineando una qualche deontologia cui attenersi mentre tramanda le vestigia di quel codice non scritto, in tutto e per tutto simile al baratto.

Facendo una chiacchierata con altre sue coetanee risulta che lei fosse un'attrice mancata. «Questa convinzione l'aveva diffusa un mio compare che venne a cercarmi per la veglia di un giovane morto in un giorno di festa. Mi trovò intenta a divertirmi con le mie amiche nel piazzale della chiesa, perchè eravamo tutte prioresse della santa festeggiata quel giorno. Vedendomi mi disse che ero troppo allegra per recarmi alla casa del morto e decise di lasciarmi alle mie pratiche di festa. Io invece insistevo, conoscevo quella persona ed ero sicura del fatto mio. Il mio compare mi scoraggiava ma lo sfidai a scommettere che sarei stata capace di compiere per bene il mio dovere».

Dalle cronache paesane tutti gli anziani intervistati riportano che Mimmia, con le sue poesie estemporanee, riuscì a commuovere tutti, dai grandi ai piccini, in una melodia di strazio disperato che cadenzava le vicende della breve vita del povero pastorello defunto. I custodi della memoria del paese riconoscono a Mimmìa un'arte improvvisatoria eccelsa e un prodigioso controllo psicologico delle proprie e altrui emozioni.


Tutti avevano diritto ad una commemorazione funebre
, gli uomini di valore come chi non aveva brillato di virtù: s'attitadora aveva l'obbligo morale di trovare un tratto d'umanità in ogni persona.
Quasi sempre era previsto un canovaccio prefissato, se ad esempio la vedova era molto giovane i familiari incaricavano le prefiche di trasmettere l'informazione che la faciulla non fosse chiusa all'idea di un nuovo matrimonio. Talvolta le morti erano accompagnate dal sospetto di una faida tra clan rivali, allora partiva un duello canoro di invettive tra le diverse famiglie che schieravano le proprie attitadoras con la missione di ingiuriarsi sotto l'apparenza di una cordialità che presupponeva una vicina vendetta che il canto provocatorio delle prefiche non faceva che alimentare. Così come riporta la filmica descrizione di Grazia Deledda in "La via del male", Mimmìa è concorde nel ricordare le dinamiche invariabili della scena ferale contrappuntata da sos attitos: "Cantavano una per volta, e ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti e grida".  

Il rituale funebre prevedeva che gli specchi venissero velati perchè è li che le anime inquiete rischiavano di impigliarsi e questo avrebbe ostacolato il loro nuovo cammino che sarebbe partito dall'uscio di casa nella cui direzione era posizionata la salma del compianto. Il cammino sarebbe stato lungo ma il canto delle attitadoras ne avrebbe reso lieve ogni passo onorandone il ricordo con la rapsodia dell'ultimo addio. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Tags: tradizioni   riti e credenze   storie