Gio 19 Gennaio 2017

Is brebus, le parole intrise di mistero e magia

 
autore di Annachiara Atzei |
Is brebus, le parole intrise di mistero e magia
Donne di Orune da Terradisardegna.it
Tempo di lettura: 4 minuti

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isbigliata contro la luna che cala nel cielo, recitata da antiche bocche di donna, impressa nella memoria delle generazioni. La forza della parola, nell’Isola, accompagna riti e credenze primitivi che si legano alla sacralità dell’acqua, alla protezione del bestiame nella campagna, alla cura delle malattie. 

Non semplicemente fuèddu, ma brebu, al plurale brebus (sos berbos in logudorese), infatti, ha un “significato tutto speciale” - scrive Max Leopold Wagner - e si usa «per indicare gli scongiuri, per allontanare i fulmini, per ritrovare le cose smarrite, per fugare i diavoli e i dolori, per far arrivare le pallottole al cuore del nemico». La parola, cioè, ha un potere tale da incidere su ciò che è accaduto o potrà accadere cambiandone misteriosamente il corso.

Custodi di queste formule magiche sono le donne sarde che da tempi remoti hanno un rapporto privilegiato con il sacro, chiamate a curare e ad allontanare il maligno dalle persone, ma anche dagli animali e dagli oggetti inanimati. Così - spiegano gli antropologi - la donna "conosce le misteriose parole che si debbono pronunciare durante l’operazione", ossia il rito che libererà dalla piaga o dal malocchio (G. Bottiglioni, Vita Sarda).

I brebus hanno origine pagana con reminiscenze dei riti druidici e si sono conservati attraverso il susseguirsi di vicende e le mescolanze dei popoli che, nei secoli, hanno raggiunto la Sardegna. Col tempo, le parole sono forse mutate e alle formule pagane si sono sovrapposte le invocazioni cristiane, insieme ai nomi dei santi, alle medaglie con l'immagine della Vergine e ai segni di croce, ad indicare come la religione permea di sé questi antichi riti.

La loro efficacia, tuttavia, rimane nella fede cieca di chi li chiede e di chi li recita nella ferma convinzione circa la loro influenza sugli accadimenti della vita. Pronunciando le fatidiche parole, in formule cantilenanti e impenetrabili, l’uomo entra in contatto diretto con quanto lo circonda, senza filtri o intermediari, costringendo la natura ad obbedirgli. Non si tratta, infatti, di preghiere, perché non si invoca il divino né se ne chiede l’intercessione, ma di versi che consentono a chi li recita di esercitare un rapporto diretto con la realtà circostante. 

Per questo motivo, le donne esperte che praticavano i riti magici e conoscevano i brebus godevano di grande considerazione, così come grande importanza aveva il loro operato e la loro parola. Dall’anziana alla giovane - mai il contrarioLa formula si trasferiva oralmente facendo attenzione a rivelarla solo ad una persona adatta a praticare con convinzione e buon esito il rito.

Gran parte del mistero che avvolge i brebus è legato al modo in cui venivano tramandati, al riparo da orecchie indiscrete affinché non perdessero il loro potere. La tradizione diffusa in numerosissimi paesi sardi, infatti, vuole che l’anziana che non intendeva più praticare il rito, perché stanca o perché giunta alla fine della vita, trovasse qualcuno a cui lasciare la propria competenza, cosicché il rituale non andasse perduto. Una volta avvenuto questo passaggio di testimone, chi trasferiva il proprio potere, lo perdeva per sempre e non poteva più esercitarlo.

Spesso, i brebus venivano “rubati” ascoltandoli da altri durante un rituale; altre volte, si passava attraverso una sorta di competizione in cui la persona esperta recitava i brebus una sola volta davanti a due aspiranti e quello dei due che li apprendeva poteva praticare il rito. Alcune persone ricordano che, nel fresco delle sere estive, oppure d’inverno davanti al camino acceso, le donne anziane assieme alle preghiere insegnavano i brebus e talvolta addormentavano i bambini facendo loro la medicina (N. Cossu, A luna calante). Infine, alcune guaritrici andavano raccontando di aver ricevuto i loro poteri direttamente dal diavolo o da qualche altro essere malefico: si trattava de sas spiridadas o speziadas, ultima speranza per chi chiedeva il rito.

Solo un atto di generosità verso la collettività giustificava l'attenta scelta della persona disposta ad imparare i brebus, gesto ricambiato dalla gratitudine sociale. Chi esercitava il rito, infatti, non pretendeva un compenso, ma, attraverso il dono, il destinatario della magia – cioè la persona “liberata” – si sdebitava, in una sorta di reciproco dare-avere.

Conosciamo diversi tipi di brebus: ve ne sono trascritti in numerosa saggistica e letteratura e molte donne sarde ancora li tramandano secondo l’uso antico consegnando nelle mani delle generazioni contemporanee un sapere che la ragione non può decifrare.

Tra le tante, la formula per chiamare la fortuna riportata da Salvatore Cambosu in Miele Amaro, arca di essenze e storie di Sardegna, recita:

“Sant’Elena mia Santa/ preparatemi sa banca,/ cun d’una tiaza bianca,/ tres lepuzzos a segare/ tres panes de armonia:/ dademi in craru sa fortuna mia"
(Sant’Elena mia Santa, preparatemi la tavola con una tovaglia bianca, tre coltelli per tagliare, tre pani di concordia: rivelatemi la mia fortuna).

Anche Grazia Deledda non mancò di indagare su questo mistero dal profumo di macchia mediterranea e, in una bellissima pagina della novella "Le Tentazioni", descrisse come il bestiame veniva liberato dalle piaghe dipingendo in un quadro lunare e suggestivo un rito dove ogni gesto, ogni parola - la luna stessa - sono elementi essenziali, insieme allo stato d’animo di chi partecipa all’avvenimento.
Scrive Grazia Deledda: “Zio Felix aveva fede illuminata nei berbos: ne conosceva moltissimi… Appena la luna nuova apparve come una piccola barca d’oro navigante fra i rosei vapori del tramonto, egli pensò di recitare i berbos per le vacche malate” .

 

 

Quelle regalate da Cambosu e dal Nobel sardo sono immagini di una Sardegna vera e, forse, lontana, in cui l’uomo cercava di riprendere il controllo di quanto non riusciva a spiegare razionalmente come le malattie e, più in generale, gli eventi negativi che caratterizzavano la vita contadina. Così, si comprende perché i brebus venissero recitati nella terapia magica contro il malocchio, ancora molto diffusa in tutte le province sarde. All’interno del rituale, di cui si conoscono tanti esempi diversi, i brebus erano considerati un elemento forte, cioè quello che assicurava l’efficacia terapeutica al rito. Non di rado, infatti, quest’ultimo consisteva nel solo segno della croce accompagnato dalla formula magica, recitata una o più volte (fino a nove), all’inizio o per tutta la durata del rito e solo a questa si affidava la guarigione del malato. La Sardegna è ancora ricca di queste sopravvivenze, più o meno celate nei suoi piccoli villaggi.

Non vi è nulla di sacrilego o diabolico nei brebus, ma di certo l’arcano li ammanta da millenni e anche oggi questo lontano potere accompagna i bisbigli delle donne sarde. S’ode ancora nei villaggi dell’Isola il sussurro de s’abrebadora:

Crasi è sant’Antiogu, Deus ti torri s’ogu, e santu Samugheu, s’ogu ti torri ‘eu, santu Srebastianu, ti torri fotti e sanu
testimonianza della rinnovata forza della parola. 

 

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