Gio 27 Luglio 2017

La storia delle suffragette sarde

 
autore di Federica Ginesu |
La storia delle suffragette sarde
Frontespizio del periodico "Unione femminile", 1902 Archivi UFN
Tempo di lettura: 6 minuti

La storia delle donne nasconde pagine inaspettate e sorprendenti. Celate negli archivi, spezzettate nei libri, dimenticate nei secoli. Eppure basta riportarle alla luce per scoprire un altro frammento di identità capace di ricomporre quel potente cammino in cui risuonano, questa volta, i passi delle prime suffragette sarde che tra la fine dell'800 e l'inizio del'900 cambiarono il corso della Storia.

"Uniamoci in un unico scopo, il quale sia l'istruirsi e l'educarsi sempre più per poter ben governare ciascuna la propria famiglia ed essere generose giuste e imparziali con essa".


L'appello vergato su carta era stato lanciato da Caterina Faccion Berlinguer. Pioniera femminista, che presiedeva un circolo suffragista a Sassari, nel 1875 stampava con il torchio personale, nella sua stanza, le copie del primo giornale femminile sardo "La Donna e La Civiltà".
"Che diverrebbe la donna acquistando coscienza della propria missione e della propria forza?" scriveva la progressista sassarese.

Quelle parole risuonarono come un inno di battaglia, la scintilla che sancì l'avvento degli echi del movimento emancipazionista in Sardegna. Non è passato neanche un lustro dalla prima petizione pro suffragio femminile presentata alla Camera dei deputati. Le donne in Italia e nell'Isola cominciano ad acquisire consapevolezza, vogliono esser fautrici della loro libertà. Il contribuito femminile alla costruzione dell'unità di Italia le rende capaci del cambiamento. Non sono più gli angeli del focolare, ma educatrici consapevoli dell'infante nazione.

A Milano, il 28 dicembre 1899, nasce una delle prime organizzazioni suffragiste italiane: l'Unione Femminile Nazionale. A firmare il manifesto programmatico sono un gruppo di donne eterogenee, per estrazione sociale, guidate da Ersilia Majno Bronzini, Ada Negri e Jole Bersellini Bellini.
"L’Unione femminile si è costituita per l’elevazione ed istruzione della donna, per la difesa dell’infanzia e della maternità, per dare studi ed opera alle varie istituzioni di utilità sociale, per riunire in una sola sede le Associazioni ed Istituzioni Femminili" recita così l'atto fondativo.

Il movimento - dotato di statuto e regolamento - sorge con l'intento di riunire le organizzazioni femminili milanesi. Non solo. Si batte per il diritto di voto, per la salvaguardia delle lavoratrici, per il divorzio, per la legittimazione dei figli nati fuori dal matrimonio, in favore dell'abrogazione dell'autorizzazione maritale all'epoca in vigore, norma che vietava alle donne sposate personalità giuridica.

L'Unione Femminile si diffonde in tutta Italia. Delle sei sezioni aperte due nascono in Sardegna nel 1915: a Cagliari e a Macomer. Le ricerche, finora, non hanno ancora chiarito quali legami portarono alla fondazione delle sedi staccate nell'Isola. Probabilmente i primi contatti tra la sede Nazionale e la Sardegna si devono al giornale "Unione Femminile", un mensile che propagandava le battaglie del movimento in tutto il territorio nazionale.

Le donne che ne fanno parte sono probabilmente le prime suffragette sarde. La sede di Cagliari era situata nel Largo Carlo Felice numero 47. La presidente della sezione del capoluogo sardo era la dottoressa Paola Satta che si divideva tra i lavori per L'Unione e l'Ospedale della Croce Rossa; le vicesegretarie erano la contessa Carmelita Casagrandi, chirurgo di origini padovane, e Assunta Spissu, moglie del politico Giuseppe Sanna Randaccio. A Macomer, invece, la gestione del movimento era affidata a Nereide Tibi, moglie di Gustavo Salmon, ricchissimo possidente.

Le sezioni nascono quando la Sardegna è investita dallo scoppio della Grande Guerra. Circa 100 mila sardi partono per il fronte. Accantonati immediatamente dolori, preoccupazioni e lacrime, le socie dell'Unione Femminile di Cagliari aderiscono subito al Comitato per l'Assistenza Civile e creano un piano d'azione capace di dimostrare alla città quanto le donne fossero fondamentali in un momento così critico.

"Ciò che le donne cagliaritane vanno compiendo rimarrà ricordo documentario della parte attiva e superba che hanno avuto in quest'ora fulgida di sacrifici ed eroismo"
scrive "L'Unione Sarda" nell'ottobre del 1915.


È un momento in cui prevale lo slancio filantropico a discapito della propaganda di idee suffragiste. Operose e silenziose, visitano tuguri e abitazioni malsane, portano ai più bisogni viveri e generi di conforto elargendo sussidi alle famiglie povere non inserite negli elenchi ufficiali.

Le cagliaritane aderiscono, poi, all'appello lanciato in tutta Italia dall'Esercito in cui si chiedeva di mandare ai soldati indumenti caldi per l'inverno. La lana è quasi introvabile. Quella poca a disposizione è costosissima. Le associate al movimento percorrono il Terrapieno e fermano i passanti. Vendono coccarde tricolore per raccogliere i soldi necessari ad acquistare il filato. In più ricevono nella loro sede i doni più svariati: pelli di coniglio, sciarpe, berretti. Una volta raccolti i materiali si radunano per realizzare gli indumenti nelle case private o presso i locali del Comitato di Assistenza di via dei Genovesi presieduto da donna Gigina Pisani Rossi Serra. 

Molte lavorano nel laboratorio di via Garibaldi - creato dall'Unione Femminile - che sarà capace di impiegare fino a 2000 operaie negli anni '20, per far fronte alle forniture militari richieste. Tutte instancabilmente sferruzzano e confezionano maglie, polsiere, panciotti e gambali guidate dalla signorina Gemma Pittaluga. Sono donne medio ed alto borghesi, mogli di importanti personaggi o giovani ragazze della Cagliari che conta come Maddalena Cillocco, Teresa Riso, Ida Binaghi, Eugenia Ciboddo Siotto, Lina Pernis, Mariana Laconi di Aymerich, Giuseppina Campagnola e tante altre.
Alcuni indumenti realizzati dalle socie dell'Unione fanno bella mostra nella vetrina di un negozio di via Manno, confezioni che tutti possono guardare, frutto di ore di impegno ininterrotto e di rinunce a svaghi e passeggiate. In questo alacre lavoro vengono coinvolte anche le donne ricoverate a Villa Clara grazie alla moglie di Giuseppe Sanna Salaris, direttore del manicomio, che fa lavorare alle degenti una grande quantità di calze.

"Radunate nel giardino della signora Lina Pernis le cagliaritane realizzano anche gli scalda rancio: degli impasti di carta e stracci impregnati di sostanze combustili come cera o paraffina" scrive Carla Marongiu nel suo articolo "La sottana patriottica" edito nell'Almanacco di Cagliari del 2016. Tagliati in dischetti, una volta accesi, consentivano ai soldati di scaldare il rancio gelido nelle gavette.

Nel 1918 finisce la guerra e, a Cagliari, si inaugura in via Bacareddda la Casa delle madri realizzata grazie all'elargizione dell'Unione Femminile di 12 mila lire . L'istituzione che sottrae a morte certa tante piccole vite, attende alla cura e custodia dei lattanti nelle ore del giorno in cui le donne lavorano. La struttura serve specialmente a dare ricovero ed assistenza ai bambini di quelle madri che sono costrette a procurarsi i mezzi di sussistenza da sole. 
Le socie dell'Unione sono attive nella campagna che porta, sempre nel 1918, alla creazione del dispensario per bambini tubercolotici, attivo nel complesso dell'ospedale San Giovanni di Dio. I coniugi americani Wright, inviati della Croce Rossa Americana in Sardegna, si recano nella sede dell'Unione e consegnano nelle mani di Paola Satta le stoffe per confezionare le divise delle infermiere e vestitini per i piccoli pazienti del dispensario. Il problema della mortalità infantile é preso a cuore.
Un altro progetto che viene sostenuto è la costruzione della colonia elioterapica al Poetto che si costella di tende mobili e grandi e comodi capanni, delle vere e proprie corsie in grado di accogliere annualmente 400 bambini.
Nel dopoguerra la situazione mutò e non fu facile per l'Unione Femminile di Cagliari resistere alla crisi che investì l'Italia prostata dal lutto e dalle perdite.

Sono sempre i documenti a farci capire cosa accadde. Un velo di tristezza scende sulle associate che quasi paralizzano la loro attività a causa della situazione economica. La sede di Milano invita le sarde "a una più fervente preparazione spirituale della donna perché possa esercitare consciamente la sua funzione politica". Non è facile seminare idee emancipazioniste in una città così conservatrice dove sembra non ci sia terreno fertile. Le difficoltà economiche del periodo, però, fanno capire anche alle donne agiate che "molte leggi e privilegi creati dall'egoismo maschile hanno bisogno di una riforma".

L'Unione non demorde. Nel 1920-21, nella fabbrica-laboratorio di via Garibaldi, organizza un corso di taglio per abiti femminili frequentato da donne di tutti i ceti sociali dalla proletaria alla borghese. Le iscrizioni vengono addirittura bloccate per le tantissime richieste e viene lanciata l'idea di creare una cooperativa di consumo per oggetti inerenti all'abbigliamento femminile. Comincia a diffondersi sempre più che il lavoro renda libere. L'obiettivo del corso è di educare all'autonomia femminile creando una scuola professionale e un laboratorio di busteria e biancheria per impiegare stabilmente le operaie. L'entusiasmo riporta il rigoglio della vita dopo la guerra.
Viene istituita ad opera di Giannina Paglietti una Biblioteca Circolante a pagamento arricchita da volumi donati dalle signorine Onnis e Ibba per aiutare chi ha interrotto gli studi. Viene finanziata anche la nave scuola Azuni che ospitava i figli dei mutilati e orfani di guerra. 

Nel 1922-1923 l'Unione finisce nella bufera. Il movimento è accusato di aver lucrato sulle forniture militari e le operaie della fabbrica si rivoltano. I rendiconti vengono esaminati da una commissione provinciale e dall'autorità prefettizia. È uno scandalo da cui le socie escono a testa alta, forse montato ad arte per reprimere quei primi palpiti di indipendenza femminile che stavano ormai dilagando anche a Cagliari.

Il fascismo priva le aderenti della sede prestigiosa del Largo e le confina in una camera angusta e scura al pian terreno di una scuola maschile. L'apatia regna tra le donne dell'Unione e l'ultima presidente in carica la signora Mereu Sanna, nel 1924, comunica alla sede nazionale la chiusura definitiva della sezione di Cagliari. C'è dolore e sconfitta nella lettera in cui si annuncia l'amara decisione, ma anche la consapevolezza di aver cambiato con quell'esperienza decennale la vita delle donne di Cagliari.

"L'associazionismo femminile ha significato non solo un momento di collettività con le altre donne, ma ha contribuito a sviluppare altre potenzialità collegate allo spirito di iniziativa, alla necessaria progettazione e realizzazione pratica di intenti" afferma Fiorenza Taricone in "Associazionismo femminile e diritto di voto". 

Un femminismo pratico, lo ha definito la grande storica Annarita Buttafuoco, nata a Cagliari e presidente nazionale negli anni '90 dell'Unione Femminile. Un ponte tra il pensiero del passato e quello dell'oggi che non è coincidenza, ma segno di cosa le donne sarde abbiano nei secoli tracciato. Quel cammino che aveva e ha bisogno, come diceva la presidente Giacomina Ibba: "di un blocco composto di energie femminili che sappiano lavorare concordi con speranza e fiducia. Se occorre, ci vuole l'arte che sa vincere senza urtare, conquistare senza ferire. Arte somma, politica esperta, perché l'importante è tenere alto il proprio ideale". Prezioso monito per il presente e il futuro.


Ricerche tratte dall'Archivio di Stato di Cagliari (per cui si ringrazia la dott.ssa Carla Marongiu) e l'Archivio nazionale dell'Unione Femminile ( per cui si ringrazia la dott.ssa Eleonora Cirant)

 

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