Lun 21 Agosto 2017

1700 fili di seta e la tradizione che rischiamo di perdere

 
autore di Morena Deriu |
1700 fili di seta e la tradizione che rischiamo di perdere
Ph. A. Farris
Tempo di lettura: 5 minuti

C’è una donna a Orgosolo che per la burocrazia sembra sfuggire a qualsiasi “incasellamento”. E proprio per questo, in questo paese della Barbagia di Ollolai, c’è un’arte che rischia di scomparire. Lei si chiama Maria Giovanna Corda e l’arte riguarda il baco da seta: l’allevamento del baco, la produzione e la lavorazione della seta, nonché la creazione di un copricapo unico, su lionzu, il fazzoletto che copre il capo delle donne nel costume di Orgosolo.

Maria Giovanna è l’ultima custode dell’intera trafila. È una guardiana della memoria. Dopo di lei, se le cose non cambieranno, Orgosolo perderà un’arte. La Sardegna un pezzo di storia e un’occasione di sviluppo e ricchezza.

Maria Giovanna ha cinquantacinque anni e tre figli. Per vivere fa le pulizie in casa di due compaesane. Lo dice con l’orgoglio di chi non ha paura di rimboccarsi le maniche per vivere, ma anche con l’amarezza di chi ha tra le mani un sapere che ha difficoltà a essere riconosciuto.

Per la burocrazia è una coltivatrice diretta nella fase dell’allevamento del baco. Poi diventa un’imprenditrice con la produzione della seta, un’artigiana nel momento in cui la lavora e una commerciante quando vende il suo prodotto.

«Mi hanno consigliato di farmi riconoscere come “artista”, ma non voglio. Io sono una donna di Orgosolo, che porta avanti un’arte antichissima e mi piacerebbe che fosse riconosciuto questo».

Nello scantinato di casa Corda, Maria Giovanna ha realizzato un laboratorio museo, dove di tanto in tanto accoglie una scolaresca. Tenerlo aperto in maniera permanente le costerebbe circa 15mila euro l’anno, molto più di quello che le frutterebbe. E così ha relegato ai ritagli di tempo una passione e una tradizione di famiglia.

Per più di due secoli, infatti, le donne della famiglia di Maria Giovanna sono state allevatrici di bachi da seta e tessitrici. A 93 anni, tzia Iuvannedda la aiuta ancora nelle dimostrazioni in occasione di Cortes apertas. La loro arte si sta progressivamente riducendo a uno spettacolo per turisti. Ogni anno, infatti, Maria Giovanna coltiva i bachi e ne ricava la seta. L’ultima volta, però, che le è stato commissionato un lionzu è stato tre anni fa. L’ha venduto per 1500 euro, ma «il valore reale sarebbe di almeno 4000, con tutto il lavoro che ha dietro», spiega Maria Giovanna.

Su lionzu è il copricapo tradizionale delle donne di Orgosolo: una benda lunga un metro e mezzo e larga trentatré centimetri. Tra i costumi tradizionali sardi è l’unico capo prodotto interamente in loco, dall’allevamento del baco sino alla tessitura. 
Per ottenere su lionzu sono necessari più di 1700 fili di seta tra ordito e trama e ogni filo è il prodotto della lavorazione di un centinaio di bozzoli, tutti rigorosamente lavorati a mano.

A mano avviene anche la colorazione. L’ordito mantiene, infatti, il colore naturale, mentre l’ocra intenso della trama è il risultato della tinteggiatura con i pistilli di zafferano, essiccati, ridotti in polvere e messi in ammollo in acqua per una notte intera. Per spargere il colore sopra le matassine di seta, «lavorate quasi come se fosse pasta per il pane», ci vogliono molte ore e tanta pazienza. Le imperfezioni non sono ammesse e il risultato deve essere esattamente quello previsto dalla tradizione.

Su questo Maria Giovanna non transige: «Confeziono su lionzu come mi è stato insegnato e come era confezionato duecento anni fa. Su questo sono molto rigida. Ma se dobbiamo pensare a utilizzare la seta di Orgosolo per produrre altri oggetti, allora è necessario diversificare il prodotto». E magari pensare a introdurre macchinari che velocizzino il lavoro e permettano più cicli di produzione.

 

Donne che stendono l'ordito de su lionzu

A Orgosolo l’allevamento dei bachi da seta risale al 1600. Furono i gesuiti a importarlo e furono le donne a portarlo avanti (selezionando una razza che oggi è chiamata con il nome del loro paese) e a farne un’arte.

«A Orgosolo esiste un detto, “itte sese ermeddande?”, che le donne rivolgono agli uomini quando, per esempio, mettono le mani in cucina e si occupano di “cose da donne”», racconta Maria Giovanna. Ermeddu è il termine orgosolese per indicare il baco da seta e il detto (quasi intraducibile) dà la misura di quanto questo mondo fosse rigorosamente al femminile.

Le donne erano le maestre della seta. Ognuna produceva per sé quella necessaria a tessere il proprio fazzoletto. «Per la festa di San Marco, il 25 aprile, esisteva l’usanza di riporre in seno il seme dei bachi e partecipare alla Messa in onore del Santo. Si credeva che anche i semi ricevessero la benedizione e che avrebbero prodotto un’ottima seta».

La seta a Orgosolo è sempre stata prodotta seguendo il ciclo naturale: una volta all’anno, tra la fine di aprile e quella di giugno (in paesi come la Cina, si arriva anche a venti/ventidue cicli annuali, grazie all’ausilio di stanze climatizzate e incubatrici dove far nascere e crescere i bachi).

Di solito, la nascita dei bachi avviene a inizio maggio, quando il clima è mite e i gelsi sono in fiore. Si nutriranno, infatti, di foglie di gelso, crescendo di 4000 volte il proprio peso. Poi, raggiunta una lunghezza di circa 10 centimetri, cominceranno a rifiutare il cibo e a diventare trasparenti. «In orgosolese si dice: “s’este illuhidande”», spiega Maria Giovanna. Allora dalla bocca comincia a fuoriuscire la bava che, a contatto con l’aria, diventa seta. È il momento di preparare il “bosco” con grosse frasche di lavanda selvatica, organizzate dentro scatole di cartone forate, per permettere agli animaletti di respirare.

Nel giro di quattro/cinque giorni, i bachi producono il bozzolo e per evitare che nascano le farfalle – bucando i bozzoli e rovinando la seta – li si passa nel forno caldo o li si rinchiude nel freezer per una notte. «In questo modo ne interrompo il ciclo vitale e posso procedere alla tiratura. Immergo i bozzoli in acqua calda, li pulisco da nodini e impurità e ottengo il filo di seta in matassine da 40/50 grammi, che lascio asciugare all’ombra».

Sino agli anni Sessanta/Settanta questo procedimento era noto a tutte le orgosolesi. Ognuna aveva in giardino un albero di gelso e sapeva come produrre la seta. Non era necessario essere una bachicultrice “di professione”. Nel momento della necessità - quando una donna aveva bisogno di un nuovo fazzoletto per coprirsi il capo - poteva rivolgersi a chi allevava i bachi ogni anno e avere i semi necessari. A giugno, infatti, ad alcuni bozzoli era permesso “sfarfallare”: le farfalle nascevano, si accoppiavano e davano vita ai nuovi semi che andavano in letargo dalla fine di giugno sino, appunto, ai primi giorni di maggio.

Dalla fine degli anni Ottanta, però, è venuta meno l’usanza di indossare il costume tradizionale nel giorno del matrimonio. L’allevamento dei bachi e la tessitura de su lionzu si sono ridotti ulteriormente, sino a che Maria Giovanna non ne è rimasta l’ultima custode. I figli hanno imparato, ma (viste le prospettive economiche) non li biasima del fatto che non vogliano dedicarglisi.

Che ne sarà della tradizione dei bachi da seta delle donne orgosolesi? La risposta non può arrivare da Maria Giovanna che, con fedeltà assoluta, ripete i gesti che le antenate hanno compiuto per secoli prima di lei. Eppure questa donna forte, custode del tempo, insignita nel 2009 dal Lioness Club di Cagliari del Premio Donna Sarda, sembra non farsi troppe illusioni.

Una risposta a questa domanda dovrebbe arrivare, invece, dalle istituzioni che spesso parlano di identità, ma a volte sembrano "dimenticare" che è fondata su tradizioni custodite da poche, pochissime persone.

 

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