Gio 19 Gennaio 2017

Tra vita e morte, l'antico potere della Dea madre in Sardegna

 
autore di Morena Deriu |
Tra vita e morte, l'antico potere della Dea madre in Sardegna
Statuine divinità femminili - Neolitico medio Museo Archeologico di Cagliari
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efinirla “madre” è riduttivo, perché la vita è nascita e creazione, ma anche trasformazione, morte e distruzione. E anche se molti “addetti ai lavori” continuano a chiamarla Dea madre, Dea della fertilità, Venere preistorica, l’archeologa lituana Marija Gimbutas - tra le più grandi studiose di civiltà arcaiche del Novecento - ha dimostrato che denominazioni di questo tipo non consentono di comprendere la “Grande Dea” nella sua totalità.

Simboli e rappresentazioni di questa antica forma di spiritualità pervadono l’Europa dal Paleolitico al tardo Neolitico, e la Sardegna non è da meno. Le dee sarde sono per lo più «reggitrici-di-morte» - secondo un’espressione della Gimbutas - ma il loro linguaggio è fatto anche di simboli e animali, che (come rappresentazioni della Grande Dea) governano la morte e allo stesso tempo danno la vita, rigenerano e rinnovano.

I “nudi rigidi”, simboli di una morte che è prima di tutto rinascita. Nell’immaginario comune, l’espressione “Dea Madre” in Sardegna evoca statuette in pietra, rotonde ma non obese, erette o sedute, con le braccia incrociate o aderenti lungo i fianchi. Il triangolo pubico, al centro, è fuso con il ventre. Alcune (come quella di Cuccuru is Arrius a Cabras, in provincia di Oristano) indossano un polos, un “copricapo”, da cui i capelli ricadono sulle spalle.

Simboli di una spiritualità antica, incentrata sul culto della Dea, queste statuette (note come “nudi rigidi”) sono capolavori dell’arte neolitica, realizzati in alabastro o in pietra friabile, di una straordinaria armonia scultorea che diventa più snella (ma senza perdere rigidità) quando il materiale utilizzato è l’osso (come a Monte Miana, a Santadi) o, ancora, con l’arrivo del quarto millennio a.C. Allora le dee sarde perdono rotondità e lineamenti facciali (fatta eccezione per il naso), e raggiungono il massimo della stilizzazione (ben rappresentata dal ritrovamento di Porto Ferro, in provincia di Sassari).

«La più antica Dea sarda, la cosiddetta “Venere di Macomer”, è datata tra il 10000 e l’ottomila a.C., ma il fatto che non ne conosciamo l’esatto contesto archeologico di ritrovamento non permette di ricostruire tutti gli aspetti del culto», spiega l’archeologa Ilaria Montis. «Gli scavi di Cuccuru is Arrius invece hanno dimostrato che le statuette erano in genere collocate all’interno delle tombe, davanti alla persona morta, riposta in posizione fetale e ricoperta di ocra rossa, il colore della vita».

I “nudi rigidi” sardi sono messi in relazione dalla Gimbutas con varianti simili diffuse nell’area mediterranea e, più ampiamente, nell’intera Europa antica. «Il colore chiaro», scrive la studiosa ne Il linguaggio della dea «è il colore dell’osso, ossia della Morte» e le statuette si inseriscono nella tradizione della “Bianca Signora”, «la Morte antropomorfizzata e femminile del folclore europeo», con la consapevolezza però che da ogni morte nasce una nuova vita.

«In Sardegna documenta questa credenza la disposizione fetale dei defunti nelle sepolture di Cuccuru is Arrius, che tra l’altro hanno il volto rivolto verso l’ingresso della tomba», spiega la Dott.ssa Montis. La stessa simbologia ritorna, inoltre, nella forma “a uovo” di tombe come quelle di Anghelu Ruju, vicino ad Alghero (l’uovo rappresenta la rinascita, un simbolo che resiste ancora oggi nelle celebrazioni pasquali), e nei triangoli e nelle clessidre sulle pareti di numerosi ipogei e ceramiche sarde. Queste forme ricordano, infatti, la vulva e possono assumere tratti antropomorfici (a forma, cioè, di esseri umani), a significare la rinascita dalla morte, a cui la Dea presiede.

A ciò va aggiunto che numerose tombe ricordano la forma dell’utero. «Seppellire nell’utero – scrive la Gimbutas – rappresenta un atto analogo a quello di piantare un seme nella terra ed era quindi naturale che ci si aspettasse il sorgere di nuova vita dalla vita vecchia».

Gli animali della Dea. Morte e rinascita si intersecano sotto lo sguardo dell’archetipica divinità femminile anche negli animali associati al suo culto. In Sardegna sono uccelli (una Dea Uccello in terracotta, rinvenuta a Su Tintiriolu, ha piccoli occhi intagliati sui seni, rappresentati come occhi divini), arieti (un’enorme testa sbalzata ricopre uno dei muri di una tomba intagliata nella roccia a Perfugas), serpenti (con teste che sorgono da frammenti di vasi della fine del V millennio), tori (a Tisiennari, in provincia di Olbia-Tempio, le corna del toro compaiono in combinazione con tre triangoli rossi nella camera di una tomba), api e farfalle (che tornano in numerose tombe del tardo Neolitico sardo, tra il 3500 e il 2500 a.C.).

L’associazione del culto della dea con questi animali ha essenzialmente carattere simbolico. Il serpente, che rinnovando la pelle è considerato immortale, è simbolo di rigenerazione e del legame con le antenate e gli antenati. È inoltre strettamente legato agli uccelli, «forse per il collo serpentiforme del cigno, della gru, della cicogna e dell’oca, e il loro periodico rinnovamento ogni primavera dopo aver trascorso i mesi invernali al sud… Ambedue incarnano l’energia vitale e sono la sede delle anime dei morti… custodi della famiglia, del clan e, in tempi storici successivi, della città», scrive la Gimbutas. A questo legame, secondo la studiosa, sarebbe del resto dovuto anche quello tra la dea e l’ariete, «essendo le sue corna attorcigliate come un serpente», mentre quelle del toro ricordano l’utero femminile e «dal corpo del toro sacrificato emerge nuova vita» sotto forma di ape e farfalla.

Una sopravvivenza nuragica del culto della Dea? «Gran parte dei principi universali che caratterizzavano il culto della Dea fin dal Neolitico sono probabilmente sopravvissuti in epoca nuragica, dove possiamo identificarli in alcuni elementi tipici di questa civiltà», spiega la Dott.ssa Montis. «Così la forma e l'oscurità del nuraghe richiamerebbero l'utero materno (e non manca chi sostiene, pur senza alcun reale fondamento, che le donne partorissero nei nuraghi), mentre il cosiddetto “culto delle acque” potrebbe riconnettersi al culto della Dea non solo per la venerazione di un elemento vitale, ritenuto sacro perché necessario alla vita, ma anche per la forma architettonica dei pozzi sacri, che rappresentano l'organo sessuale femminile.

In maniera analoga, la simbologia delle tombe dei giganti (che rispondono allo stesso principio di seppellire i morti nel "grembo" della madre terra) richiamerebbe l'utero, e le sacerdotesse raffigurate nei bronzetti (prodotto del periodo più tardo della civiltà nuragica) testimoniano l'importanza e il rilievo del ruolo della donna nei culti. Attualmente non abbiamo però dati archeologici che confermino la correttezza di queste letture simboliche, ma prendendo spunto dall'antropologia e dalla teoria degli archetipi, possiamo spaziare nello spazio e nel tempo per ritrovare in tutta la storia dell'umanità rappresentazioni simboliche simili».

L’idea che per la sua insularità la Sardegna possa aver preservato in età nuragica il culto della dea è affascinante. Come lo è la teoria - avanzata per la prima volta proprio dall’archeologa lituana Gimbutas - che questi culti (secondo i dati archeologici raccolti dalla studiosa, diffusi – va sottolineato – in tutta Europa) fossero espressione di una civiltà matrilineare,
dove il ruolo della donna era centrale.

Quel che è certo è che se una società matrilineare è davvero esistita il patriarcato ne ha cancellato per secoli le tracce.
Allora «la Dea gradualmente si ritrasse nelle profondità delle foreste o sulle cime dei monti, dove nelle credenze e nelle fiabe si trova tutt’oggi… I cicli tuttavia non cessano mai di girare e adesso la scopriamo riemergere dalle foreste e dai monti, portandoci speranza per il futuro, restituendoci alle nostre più arcaiche radici» (Marija Gimbutas).

 

 

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