Mar 28 Marzo 2017

Su dolu, il lutto in Sardegna dove lieto è vivere e dolce morire

 
Su dolu, il lutto in Sardegna dove lieto è vivere e dolce morire
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E

ra tutta la comunità a trasfigurarsi in un'unica maschera di dolore. Era sempre la comunità che incoraggiava a riprendere i ritmi della quotidianità. Gesti di bene fraterno: questo era su dolu sardo. La memoria di questo percorso di vita in cuore alla morte ha la lingua sarda, quella di Paschedda. Le chiedo di non sacrificare il suo racconto alla lingua italiana. Parliamo di questo mistero di pudore e socialità nel suo stretto barbaricino.

Paschedda mi attende sull'uscio del solenne portale sardo, un tempo doveva esserlo sicuramente. Un diaframma di tenue color castagno che separa il barbaricino universo domestico da quello esterno che scorre adeguandosi ai tempi.

Sul breve sentiero ciotolato distinguo un antico pozzo e s'imbragu, il pergolato di legno rustico su cui si attorciglia qualche grappolo d'uva acerba, ma non per questo meno decorativa. L'emisfero bucolico di Paschedda convive serenamente con il piano superiore della casa in cui ogni prodigio della domotica moderna è invece regno del figlio, medico e single, che concilia indipendenza e devozione per l'anziana madre vedova.

Paschedda fruga il camino e libera dalle braci ardenti un piccolo spazio su cui adagia il curioso sistema di due imbuti di latta chiusi a clessidra. È l'antica caffettéra a croccóladura, mi spiega. Senza bisogno della fiamma, il caffè sale fragrante a contatto del mattone caldo de sa forredda, l'antico camino rasoterra. Normalmente non bevo il caffè ma accetto volentieri, mi sembrerebbe di rinunciare ad un ancestrale rituale esoterico e alla sua pozione magica. 

Paschedda ha 89 anni e vedova da sessantaquattro del coetaneo Antoneddu. Ha acconsentito, non senza qualche timida ritrosía, ad essere la mia informatrice sull'arcaica antropologia del lutto sardo ma mi rendo conto che ogni angolo della sua dimora parla delle sue scelte prima ancora che possa proferir verbo. Prende in mano i beni più cari: una foto che la ritrae con il giovane marito Antoneddu in cui i due sposini non sono immuni da quel terror panico che prendeva le persone davanti alla solennità dell'obiettivo. Nell'altra è ritratta con i tre nipotini, vispi visetti in tute technic color, del tutto incuranti di chi scatta. Antoneddu, grosso allevatore di ovini, non ha conosciuto la dinastia. Non ha fatto in tempo a vedere i suoi tre figli laureati e sistemati grazie al suo sacrificio. 

«Me lo ha portato via una broncopolmonite. Rientrava dalla campagna di corsa, a cavallo, per assistere alla processione del Giovedì Santo. Prese un colpo d'aria e nel giro di dieci giorni il male lo consumò».

Paschedda, in quella morte permeata di forte simbologia religiosa, legge la concessione di un privilegio divino. Il senso del sacro è certamente il tessuto connettivo della sua esistenza di donna, di madre e di nonna sola. Non un velo di tristezza o un lamento verso il destino ostile per la morte precoce dell'amato marito: «La vita non è accettare solo la parte con lo zucchero. Troppo facile sarebbe. Domine Iddio ha mandato così. L'uomo propone e lui dispone. Su pirastru é bonu tottu, sa parti cotta a sole e sa parti a s' umbra (La pera selvatica é gustosa nella sua interezza, con la parte matura che si mescola a quella un po' più acerba)*» dichiara Paschedda con una saggezza che rievoca la palma e l'alloro della Merope di D'Annunzio.

Indossa ancora il lutto stretto de fiuda, l'abito tradizionale da vedova. «Ho vissuto molto più da sola che da sposata ma il lutto non l'ho mai tolto per rispetto di mio marito e dei miei figli senza padre. Come me altre mie parenti e conoscenti». Nessuna in fondo toglieva il lutto, era più frequente che un vedovo si risposasse, per la donna era più raro. In caso di un secondo matrimonio la donna cambiava solo il colore de su muncadore (il fazzoletto copricapo), che da nero poteva diventare color ruggine o verde scuro, ma mai più bianco.

«Le orfane adulte se erano nubili mantenevano il lutto stretto per cinque anni, poi passavano al mezzo lutto con il fazzoletto color tabacco. Le orfane sposate indossavano il lutto stretto per tre anni, quelle fidanzate avevano il mezzo lutto per tre anni. I bambini portavano una fascia nera al braccio per un anno. Il vedovo, invece, era tenuto a portare la barba incolta per un lungo periodo di tempo, assieme a una fascetta nera sul bavero e un bottone nero sulla giacchetta. Il lutto si abbandonava sempre di venerdì».

La parte interna di tzippones e palabascias del costume femminile era color mresca (livido) o tanadu (viola), termine derivante da thanatos, morte in lingua greca. Il lutto era anticamente contrassegnato dal colore viola perché secondo la credenza latina le viole sarebbero nate dal sangue del dio Attis, la cui morte veniva pianta con le teatrali lamentazioni delle attidéia, da cui i barbaricini Attitós.

Dallo studio dei sinodi sardi si evince che le lamentazioni funebri coincidevano in tutto e per tutto con gli attideia dei latini e ancor prima al periodo miceneo, come riscontriamo nelle descrizioni di Omero circa la veglia di Ettore da parte di Andromaca, Ecuba ed Elena. Come riporta l'antropologa olianese Dolores Turchi, per indicare il pianto funebre in Barbagia si usa l'espressione fachere su tèu, di chiara derivazione greca, dalla forma theus, il pianto in morte del dio.

Testimonia Paschedda: «Durante su téu, la moglie o la figlia del defunto accendeva una stearica benedetta che agitava davanti alla salma facendo il segno della croce mentre chiudeva le labbra del morto perché non diffondesse i segreti di famiglia nell'aldilà. Prima di tutto questo, però, il corpo veniva lavato, vestito con l'abito più bello e composto sopra su tapinu de mortu (un drappo funebre). Le mani venivano intrecciate in preghiera con un rosario tra le dita. La salma aveva i piedi in direzione della porta. Le donne che non erano impegnate negli Attitós recitavano sommessamente il rosario coprendosi fino a metà volto con un lembo dello scialle, su tuppone. Chi veniva a dare l'estremo saluto sostava davanti al corpo per il tempo di un requiem. Gli uomini si raggruppavano in fondo alla stanza o in quella attigua se non c'era abbastanza spazio».

«Fino a tempi recenti - prosegue Paschedda - fino agli anni Ottanta, presso alcune comunità di Barbagia e Mandrolisai, il lutto stretto prevedeva che durante le ricorrenze di massima solennità, per Natale, Pasqua, festa patronale e per l'Assunzione, i parenti del defunto trascorressero tutto il tempo nelle campagne circostanti il paese».

Anche la casa assumeva la contrizione di dolore inconsolabile. La dimora non doveva esprimere alcun segno di vita. «Le persiane e le finestre dovevano rimanere chiuse per un mese. Il camino non si accendeva per una settimana anche se cadeva la neve. Non era consentito accendere televisore e radio, ed era necessario coprire tutti gli specchi della casa per evitare che il defunto cercasse un contatto con il mondo dei vivi».

Ma il trapasso del proprio caro seguiva un'elaborazione che, al contrario di quanto si possa pensare, non era affatto alienante. Molti aspetti dell'arcaica elaborazione del lutto sono in parte ancora presenti nelle comunità del centro Sardegna e continuano a scaldare l'anima delle famiglie affranto dal dolore della perdita.

«Per un'intera settimana, parenti e vicini di casa preparano i pasti caldi per i familiari del defunto. Non li lasciano mai soli fino a notte fonda. Se la salma si trova in casa si prega o si rimane in silenzio ma si sente forte la vicinanza sincera di tutto il paese. Dopo una settimana la vedova dimostra la propria gratitudine distribuendo una simbolica "mandada", un omaggio in zucchero, caffè, dolci, uova e carne, al momento della restituzione de su strexiu, cioè i recipienti ricevuti i giorni prima con le pietanze pronte».

Ogni attenzione era naturalmente restituita con grande cura in analoga circostanza, rendendo il momento di strazio interiore un vincolo di condivisione comunitaria dove si viveva con passione ogni evento lieto ma era dolce e sacro anche il trapasso, mai segnato dalla miseria della solitudine.

*Traduzione libera 

 

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