Gio 27 Luglio 2017

Il ballo sardo, una storia secolare chiamata ballu tundu

 
autore di Cristiana Sarritzu |
Il ballo sardo, una storia secolare chiamata ballu tundu
comune.nuoro.it
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L

a luna è piena, le mani s’intrecciano, i piedi danzano in tondo: su ballu tundu.

Tanto tempo fa, ci si stringeva stretti stretti in cerchio se si aveva paura, per chiedere aiuto, un dono, le messi, e intorno al mistero della natura e ai suoi silenzi s’intonavano i primi passi del ballo in tondo. Le emozioni prendono corpo e diventano ritmo, e in quel movimento ripetitivo, ieratico, ogni timore va via per lasciare il posto al sentimento di unione che lega l’uomo alla natura e alle forze del cosmo.

Basta prendersi per mano: lo si intende in un vaso di origine antichissima, rinvenuto sul monte d’Accoddi in provincia di Sassari, databile intorno al 2500 a.C., vicino alla ziqqurat (un luogo di culto), dove vi sono raffigurate delle donne che danzano in cerchio prese per mano, si presume che fossero delle sacerdotesse e che facesse parte dell’arredo sacro. Le danze raffigurate negli oggetti arcaici, erano danze cultuali. Il ballo tondo era quindi un ballo rituale di origine antichissima.

Molti miti, raccolti intorno a Sassari, narrano che nelle notti rischiarate dalla luna delle bellissime fanciulle - le janas o fate - prendendosi per mano davano inizio alle danze, cui partecipavano tutti gli abitanti del paese, finché un giorno non comparvero più, perché gli uomini iniziarono a molestarle, dimenticando che erano donne consacrate alla divinità.

Sembra di vederle ancor oggi quelle donne, sacerdotesse, intente a danzare in onore della luna che ogni mese si rigenera, Diana, da cui deriva la parola giana. La luna era l’astro che stretto, stretto si legava al culto delle acque, alla fertilità della terra e della donna.
l ballo tondo si lega dunque ai riti della fertilità. Ne è una testimonianza anche il cippo in arenaria del periodo fenicio punico rinvenuto a Tharros, intorno al quale danzano tre donne nude.

Su ballu tundu era un ballo rituale comune a tutta l’isola anche se con qualche lieve differenza da paese a paese. Nella parte centro settentrionale si balla a un ritmo più veloce, le danze sono più vivaci di quelle del meridione ma la struttura del ballo è la stessa, mutano talvolta le figure che seguono allo sciogliersi della catena. Era il ballo serio, che si distingueva per la compostezza dei ballerini, il tremolio del corpo, le grida improvvise e la circolarità.

 

«Tutto ci porta a concludere che nel caso del ballu tundu ci troviamo di fronte a una espressione dello strato più antico della tradizione popolare, legata chiaramente a forme magico-rituali».
(Alziator 1958, da "Il ballo sardo" di Emanuele Garau).

 

Postura eretta e riserbo si osservano nelle donne durante il ballo, tanto da sembrare austere e superbe: una solennità nei movimenti che rievoca ancora la sacralità delle danze rituali. La donna doveva tenere gli occhi chini al suolo, mentre l’uomo guardava in avanti con fierezza, mostrando la sua gioia per il ballo e per la donna che doveva seguirlo nel ritmo e nelle figure. È possibile che il tenere lo sguardo abbassato delle donne sarde, come afferma Dolores Turchi in "Le Tradizioni popolari della Sardegna", sia retaggio delle antiche danze lunari dove le sacerdotesse dopo aver guardato l’astro chiudono gli occhi, e che il movimento si sia perpetrato nel tempo nonostante l’oblio del suo significato.

Che sia il ballo più antico della Sardegna lo si osserva nel fatto che sia sempre il ritmo a prevalere sulla melodia, e per altre caratteristiche tipiche delle antiche danze rituali: la ripetitività dei passi e dei movimenti del corpo che conducono a uno stato leggermente ipnotico - è in uno stato di oblio e abbandono che il gesto ritorna -; il rapporto del corpo con la terra: sono danze che si praticano con le gambe leggermente piegate, dove i piedi colpiscono il suolo con energia o con leggerezza, esprimendo in questo dialogo la propria relazione affettiva con la terra; la verticalità, si svolgono in piedi.

I ballerini, nelle antiche danze rituali, eseguono movimenti tramandati e codificati che non inibiscono tuttavia la creatività di chi danza. Il tempo ritmato e la ripetizione collettiva dei gesti inducono a uno stato simile alla trance che ingenera sentimenti di entusiasmo e vitalità. La dimensione sociale del ballo esalta il senso di appartenenza al gruppo, alla comunità in cui si vive.

Ci si prende per mano per danzare la vita, la gioia di esistere e di essere insieme. Il cerchio del ballo è quel confine che, come si legge in La Storia della danza di Curth Sachs, delimita lo spazio sacro, lo separa dal profano. Il ballo in cerchio è la forma più antica della danza di gruppo.

Il ballo tondo rientra dunque nella cerchia delle antiche danze rituali. Esisteva infatti un codice non scritto in cui vigeva la regola che il forestiero potesse introdursi nel cerchio spezzando la catena soltanto alla destra della donna, per non separare mai la ballerina dall’uomo che l’aveva invitata, atto che era considerato una grave offesa e che poteva costare caro. Quel cerchio confine che unisce la comunità in una catena di sentimenti di appartenenza e regole che esprimono il proprio stare insieme, la forza e la coesione.

Il senso di sacralità che si avverte nel ballo tondo ebbe lunga vita, le coppie religiosità-ballo e paganesimo-cristianesimo, camminarono insieme fino alla seconda metà dell’ottocento. Ne sono una testimonianza svariati sinodi (dal 1500 fino alla fine dell’800) in cui si leggono le denunce del clero contro questa commistione tra sacro e profano, ma con scarsi risultati.

La chiesa definiva i balli degli osceni divertimenti e vietava che si tenessero in chiesa, nel cimitero, nella piazza e nelle case private durante la celebrazione delle funzioni religiose.
Ma la popolazione sarda continuò a ballare anche dentro le chiese, se ne deduce quanto fosse vitale il legame tra ballo e religiosità. Uomini e donne in occasione delle feste ballavano, mangiavano e dormivano assieme negli edifici religiosi. Si cessa di danzare davanti agli altari soltanto verso la fine del settecento per poi spostarsi sul sagrato antistante.

Tra i balli tipici comuni in tutta l’isola vi era anche su passu torrau, spesso elemento costitutivo dello stesso ballo tondo. Un ballo ad andatura solenne e con passo ritornante, originario del centro Sardegna.

Accanto ai balli in tondo vi erano le danze di corteggiamento, sa danza, che a differenza dei primi non si eseguivano in gruppo ma in coppie, come su ballu de sa sposa e su passu appuntau (in punta di piedi), che si danzavano a Sinnai e nel Campidano, mentre in Gallura vi erano lu baddu a passu, lu baddu lisciu e tanti altri. Non mancavano le danze a sfondo umoristico come su ballu de sa scova (la scopa) del campidano, su ballu iscjancu gallurese, e su ballu zoppu barbaricino. Apparteneva alle danze di corteggiamento anche su ballu de sa croccoriga (della zucchina) e simili, in cui la donna rifiutava l’invito a ballare da parte di alcuni uomini. Il giovane a cui veniva negato il ballo, ritenutosi offeso, poteva vendicarsi, chiedendo all’uomo con cui stava danzando la donna che l’aveva rifiutato e dopo aver ballato da solo in mezzo alle coppie e aver compiuto svariati giri, di poter danzare con lei, e poiché per usanza l’uomo non poteva negare a un altro uomo di far ballare con lui la propria ballerina, presala per mano e condottala al centro, la pianta in asso davanti a tutti, rendendole l’offesa. Essere scroccorigada era un’offesa disonorante per la donna e i suoi parenti.

 

Duru, duru, duru pipius de casteddu sa mama ddi fait unu bistireddu
(bambini di Cagliari la mamma vi cuce un vestito)

 

È al ritmo dei duru duru, filastrocche che le nonne cantavano ai piccoli tenendoli sulle ginocchia, che i bambini iniziavano a imparare canti e tempi musicali del ballo tradizionale.

Compiuti i sei anni si entrava nell’età adulta e quasi come un rito di iniziazione si poteva imparare il ballo sardo. Ballare era anche un modo per esorcizzare la paura e le fatiche di una vita che imponeva di crescere troppo in fretta: bambine e bambini partecipavano ai lavori in casa o in campagna in età precoce. Il ballo aiutava a vivere, dava gioia, piacere e divertimento. Si ballava per festeggiare le nascite e i matrimoni, la semina e il raccolto, la tosatura e la cardatura della lana, i santi patroni, ogni tappa della vita comunitaria diventava un’occasione per ballare.

 

ph. Gruppo Folk di Uri 

Setti, setti cattordixi e setti bintunu, setti setti… se mancava il suonatore de is launeddas, lo strumento musicale tradizionale di accompagnamento, erano le filastrocche cantate dai ballerini a dare il ritmo al ballo davanti alla chiesa, in piazza o nelle case private. Durante le feste religiose nascevano amicizie e amori, ci si integrava meglio nel tessuto sociale, staccando dalla quotidianità.

In queste società agropastorali il ballo era il più importante mezzo di espressione e il suo linguaggio anche se codificato lasciava un certo spazio alla creatività individuale, poiché all’uomo era consentito di fare delle fioriture ai passi secondo il suo estro.

Era sul sagrato della chiesa che ci si radunava per ballare su ballu tundu in occasione delle feste dei santi. Nei giorni festivi si ballava dopo aver partecipato alle funzioni religiose. Donne e uomini, che durante la vita quotidiana avevano scarse possibilità di incontrarsi, in queste occasioni potevano finalmente banchettare e divertirsi insieme. E c’era quasi sempre qualcuno, chiamato obbrigau, che assumeva la direzione e la responsabilità del buon andamento del ballo, e tutti gli dovevano obbedire.

Molti documenti del periodo tra la fine del 700 e l’800, raccontano e descrivono usi e costumi della Sardegna sul ballo tradizionale: vi si legge che si eseguiva in una stanza, o salone, nelle piazze pubbliche e private per tante ore, in cerchio e con il suonatore al centro in piedi, ma dove, come nel nord Sardegna mancavano i suonatori di launeddas, erano i cori degli uomini che ballavano e cantavano al contempo, a sostituirlo. Era l’uomo a condurre il ballo tenendo per mano la donna invitata, e le donne che rifiutavano l’invito non potevano più accettarne un altro, se non da parte del fratello, del padre o del marito.

Sono stati i suoni della natura a ispirare il canto tipico a tenores e la creazione degli strumenti musicali tradizionali come le launeddas, suonate principalmente nel centro sud dell’isola, e su solittu, il piffero del pastore. Ogni paese aveva i suoi tamburi, su tamburinu, che si accompagnava al triangolo e all’organetto (originario di Castelfidardo), subentrato alla fine dell’800, e divenuto poi lo strumento musicale di accompagnamento più in uso. E quando mancava il musicista o il coro come poteva capitava durante le feste campestri o le sagre, erano le campane della chiesa che si chiedeva al sacrista di suonare a dare il ritmo al ballo e poi si danzava sul piazzale.

La nascita delle associazioni culturali folcloristiche. Si ebbe una prima manifestazione di costume all’inizio del novecento: “Per le visite di personalità del governo o del re c’era sempre una rappresentanza di persone in costume che si esibiva davanti a loro eseguendo i balli sardi. Molto probabilmente è così che nasce l’idea di avere un gruppo preparato e stabile pronto per ogni eventuale necessità”. (Marini A. 1994, da Il ballo sardo di Emanuele Garau).

In passato non esistevano gruppi folk: le persone durante le feste o in altre occasioni adatte, si prendevano per mano e ballavano, tutto qui. Fu dopo la seconda guerra mondiale che nacque l’esigenza di riscoprire e recuperare le tradizioni popolari, la propria identità, venuta meno durante il periodo del nazionalismo fascista. Sorgono dunque i primi gruppi folcloristici, gli spettacoli, anche in concomitanza all’emergente turismo d’élite.

Dai gruppi folk qualche racconto. «Ho imparato il ballo sardo da adulta perché quando ero bambina mio padre diceva che il ballo sardo era una cosa seria, che non era adatto ai piccoli e non me lo insegnò», spiega Anna Aledda, oggi insegnate di ballo sardo a Cagliari e ballerina del gruppo folk Su Idanu di Quartu sant Elena. Poi aggiunge che ama ballare su ballu tundu a sa campidanesa (del campidano), perché: “E’ quello di casa mia e mi fa sentire quanto ami la mia gente, la mia terra”. Nel ballo a sa campidanesa, le braccia devono scendere lungo il corpo, non ci si tiene a braccetto, l’uomo afferra la mano della donna, i suoi passi sono molto piccoli e devono essere eseguiti con una postura eretta, serietà e compostezza: “Anche se non si sorride, si gioisce dentro. Si vivono le proprie emozioni interiormente”.

Da Orgosolo, paese del centro Sardegna, la direttrice artistica del gruppo folk Antonia Mesina, dice che è su ballu de ziu Antonanzelu Goddi, un eccellente armonicista trapiantato a Orgosolo, su ballu tundu che caratterizza il loro paese, la cui armonia è così particolare che soltanto i discendenti della famiglia Goddi possono riproporre.

Da Cabras, regione del Campidano, Federica Scintu portavoce del gruppo folk gli Scalzi di Cabras, narra che il loro ballo tradizionale è su ballu tundu a sa campidanesa che veniva accompagnato con il suono delle launeddas e lo descrive così: «Le persone si disponevano in cerchio ma a coppie, poi ogni coppia si esibiva a turno al centro del cerchio per fare mostra della propria bravura e abilità. Gli uomini di tanto in tanto si divertivano a ballare tenendo in equilibrio un bicchiere sulla testa».

 

ph. Gruppo Folk Gli scalzi di Cabras

Da Uri, paese del nord Sardegna, Maria Pazienza Salaris direttrice del gruppo folk di Uri, rivela che il ballo tipico del loro paese, oltre a su ballu tundu a sa logudoresa, era, sa moresa, una danza di corteggiamento, in cui l’uomo invitava la donna amata a ballare per fare colpo su di lei sfoggiando le sue doti di ballerino. Ed era anche un modo per rendere partecipi gli amici del suo amore.

Ogni paese ha e aveva i suoi balli e le sue danze e i loro nomi, ma in tutti erano comuni su ballu tundu e sa danza, con le varianti sul passo e la velocità del ritmo di sopra accennati.

“I sardi hanno diversi tipi di balli, ma il vero ballo nazionale è quello detto nel paese “Ballo Tondo” (…) Niente eguaglia la gravità con cui i sardi meridionali fanno questo ballo: si direbbe spesso che non vi prendano gusto alcuno; invece è il contrario, perché in tutti i villaggi del Campidano i giovani si quotano per pagare un suonatore per il ballo della domenica. Nel centro e nel settentrione della Sardegna il ballo è più animato: si ravvisa spesso coi salti e gli sgambetti dei ballerini più agili e soprattutto colle grida di gioia emesse di quando in quando. Nelle contrade del capo meridionale si danza al suono delle launeddas e talvolta a quello del piffero e del tamburello; quelli del capo di sopra regolano la loro cadenza col suono della voce umana e ballando attorno ad un coro di cantori” (Alberto La Marmora dal suo Voyage en Sardaigne, 183da Il Ballo sardo di Emanuele Garau).

Duru, duru, duru…

 

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