Mer 23 Agosto 2017

Albina Angioni, la poetessa che illuminò su sentidu

 
autore di Federica Ginesu |
Albina Angioni, la poetessa che illuminò su sentidu
Tempo di lettura: 5 minuti

La poesia come moto dell'anima per esaudire un incantesimo che l'aveva ammaliata sin da piccola. Albina Angioni aveva aspettato di oltrepassare metà della sua vita prima di ascoltare quel richiamo di parole e versi in sardo campidanese come mondi in cui immergersi.

Perché - si chiedeva - il parlare della lingua sarda mi rapisce e mi avvolge il cuore di desideri e riflessioni? Una risposta ineludibile che aveva trasfuso nella raccolta "Imbentu sa luxi", l'opera che la consacrò poetessa.

Nata il 20 luglio 1936 a Monserrato, Albina è la primogenita di sei bimbi della coppia formata da Saturnina, ostetrica, e Albino carabiniere, entrambi originari di Sestu.
Boccoli dorati e un sorriso solare, Albina è ancora piccina quando, durante la guerra, sente il rombo terribile dei bombardamenti e scende nel rifugio antiaereo trascinata dalla madre. A Tonara, il paese trai monti in cui è sfollata, la bimba vive un periodo di inevitabili privazioni che non riescono però a cancellare i ricordi più dolci: quei giochi con le foglie del bosco che la sua fantasia trasforma in scarpe.

A nove anni, una malattia reumatica, che le porta disturbi al cuore, infrange l'allegria di un'infanzia serena, nonostante l'esperienza della guerra. Un male che l'affliggerà segnando la sua intera esistenza. Da vispa ed esuberante bambina, Albina non può più correre e giocare insieme agli altri bimbi. Trova però nella lettura ristoro a quei desideri mancati di bimba che non può più esaudire. Si immerge nelle storie, divora riviste.

Si incanta quando vede il nonno, dalle grandi mani di sughero, che cerca di leggere il giornale o la nonna Adelina che le narra in sardo di Maria Farranca e i suoi capelli di anguilla o della vita della strega Pimpirinedda.
Albina vive circondata dalla natura dal ritmo antico delle stagioni, dai fiori che sbocciano e appassiscono e incomincia ad appassionarsi alla botanica. Decide forse per questo motivo, nonostante ami visceralmente la letteratura, di iscriversi, al liceo scientifico Michelangelo di Cagliari. È una ragazza Stem, diremo oggi, antelitteram. Una delle poche che prende il tram per recarsi a scuola.

Il suo è un percorso scientifico coronato dalla laurea in Farmacia conseguita all'Università di Cagliari.
A metà degli anni '50, arriva l'incontro con il grande amore della vita. Si invaghisce di lei Cesello Dessí, il grande campione sardo di ciclismo. Occhi azzurri e fascino da sportivo, fa breccia nel suo cuore. Si sposano e nel 1958 hanno una bambina, Patrizia. L'anno dopo, Albina si iscrive di nuovo all'Università, facoltà di Scienze Naturali. Brillante studentessa prende sempre il massimo dei voti e si laurea in tempi record.

Guida un maggiolone celeste con cui raggiunge le farmacie in cui lavora e porta spesso la figlia allo stagno di Molentargius per spiegarle flora e fauna di un luogo che è per lei magico.
«Nonostante la malattia, era una donna piena di coraggio. Volitiva, effervescente e indipendente. Capace di slanci colmi di dolcezza e affetto» racconta fiera la figlia Patrizia Dessí, che ha aiutato nel ricostruire il profilo di questa poetessa, commediografa e autrice sarda.

«Dopo aver effettuato tante sostituzioni, le avevano finalmente assegnato una sede fissa, la farmacia di Villacidro - ricorda ancora la figlia- ma io sarei dovuta andare in collegio. Mia madre ha rifiutato sacrificando un suo importante obiettivo e si è dedicata all'insegnamento». Per Albina non è però un ripiego, ma un lavoro che svolge con passione. Insegna per 25 anni matematica e scienze alle medie e alle superiori.

Pronta sempre a condividere il suo sapere, aiuta alunni, amici e conoscenti a impostare libri o a scrivere articoli. «Generosa e altruista- dice la figlia- era capace di stare ore e ore al telefono con le amiche se avevano un problema».
Alla fine degli anni '90, Albina decide che è arrivato il momento di lasciare da parte le esitazioni. Prende coraggio e inizia a scrivere e a pubblicare. Un'esplosione di creatività che la avvolge nell'età adulta. Il marito è il primo sostenitore, è lui che la spinge a realizzare un sogno forse per troppo tempo celato tra le pieghe della vita.

È come un risveglio. Versi, contus, commedie.
Arrivano anche i premi, i riconoscimenti, le menzioni d'onore. Attraverso la scrittura, espressione del suo mondo interiore, Albina riesce a far rivivere le sue esperienze demonizzando i suoi mali e rompendo quelle catene che le avevano, suo malgrado, imprigionato l'infanzia.

Lo fa nella prima commedia che scrive: "Sa rebellioni de is maladias" in cui le malattie prendono vita e si ribellano a farmaci e terapie.
Ma non solo. Nei suoi versi risuonano le memorie perdute del suo paese, le tradizioni, le abitudini, il fragrante profumo del pane, la voce della pioggia, i suoni della semina e della vendemmia. I racconti delle cosingianas (sarte) del dopoguerra, protagoniste della commedia "Sa littra de Mariedda e contus de su tempus chi currit" o la forza e il carattere delle donne sarde nella commedia inedita "Palmira".

La scrittura è per lei atto d'amore per la Sardegna. I suoi versi dipingono e vivificano su sentidu, una parola intrisa della linfa che scorre nelle radici della madreterra. Quasi intraducibile, è in grado di racchiudere un universo di antichi significati, il senso, il sentimento e le emozioni della sardità profonda. È il sentire dell'anima, una sensibilità che tocca le corde più intime di spirito e mente.

Albina sceglie di esprimersi con la lingua del cuore: il sardo nella variante campidanese rustica. «Amava in particolare modo la letteratura della sua Isola - dice ancora la figlia - ha imparato il sardo dai nonni che le parlavano in limba».
Riesuma i vecchi quaderni dove trascriveva i racconti e i ricordi della nonna Adelina, le tracce di quei pomeriggi in solaio a curiosare nelle cassapanche, scrigni di un tempo antico.

"Appu boffiu recuperai is modus de nai e is fueddus antigus chi oi funti in pagus a imperai cun su scopu de no ddus perdi e po ddus allogai po su beniteru
(Ho voluto recuperare i modi di dire e le parole antiche che sono in disuso con lo scopo di non perderle e conservarle per il mondo intero).

Questa è la sua vocazione. Dipinge con i fueddus, i suoi quadri di versi che nascono dalla fontana dei ricordi. Un canto improvviso che si sprigiona di notte illuminato dalla luce della luna quando "accurri fantasia", la fantasia che le viene incontro e con cui intreccia il ballo in tondo come facevano le janas.

É come "frori chi ampulat a celu si follas po nai marranu a sa straccìa de sa vida addìa de su tempus
(fiore che lancia al cielo i suoi petali per contrastare le avversità della vita al di là del tempo)".

«Era una donna impegnata che ha dato molto a Monserrato e alla cultura teatrale sarda in lingua sarda - è il ricordo di Marco Sini, ex sindaco di Monserrato, promotore di una serata omaggio dedicata ad Albina Angioni - Partecipava attivamente alla vita sociale della città. E’ stata per molti anni componente della Commissione di Concorso del Premio di Poesia in lingua italiana promosso dal Circolo Giuseppe Verdi e il suo contributo in qualità di relatrice non è mai mancato in occasione di incontri e conferenze pubbliche. La sua rubrica sulla rivista "Monserrato News" era imperdibile» dice ancora Sini.

Amava il suo paese Albina, amava la vita. Viaggiando contro vento, ha svelato il suo bel canto nascosto. Nonostante le avversità e le sofferenze di un animo profondamente legato alla sua terra.

Nel gennaio del 2014 ad Albina Angioni è stato conferito alla memoria, il Premio Pro-Monserrato promosso dalla ProLoco per onorare monserratini e monserratine che hanno dato lustro alla città.

 

Deu bollu sighiri
mancai s'indiffernzia
e su prantu
de sa terra dispreziada
a spraxi s'anima mia a su bentu
chi aberit is nuis grais
in circa de fragus e coloris,
po nai fueddus po chini non 'ndi scit nai,
po consolai
(Io voglio continuare nonostante l'indifferenza e il pianto della terra vilipesa a spargere l'anima mia al vento che apre le nuvole dense in cerca di odori e colori, per dire parole per chi non ne sa dire, per consolare)

 

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