Dom 25 Giugno 2017

Colpevoli di essere belle: la storia delle schiave di Carloforte

 
autore di Eleonora d'Angelo |
Colpevoli di essere belle: la storia delle schiave di Carloforte

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a notte fra il 2 e il 3 settembre del 1798 un’orda di pirati tunisini sbarcò nei pressi di Punta Nera, a sud dell’Isola di San Pietro. Circa 800 barbareschi si resero protagonisti, in poche ore, del più crudele saccheggio che Carloforte ricordi. Le case vennero distrutte e depredate degli averi della povera gente, le donne furono violentate e gran parte di esse, assieme a molti bambini, entrarono a far parte dei 950 schiavi trasferiti in un batter d’occhio a Tunisi.

Secondo una leggenda la terribile incursione deriva dall’insana vendetta di un capraiese convertito all’Islam, tale Gian Samosa, che avendo scoperto l’infedeltà della moglie carlofortina decise di punire l'intera isola guidando i predatori. Tuttavia nella storia della pirateria mediterranea ricorrono diverse storie su mogli traditrici e sadici vendicatori, e molti esperti la ritengono una versione romanzata dei fatti.

Francesca Rosso e Anna Porcile però sono esistite davvero, così come il loro fascino e la loro bellezza, che paiono avere stregato gli uomini d’Arabia come le più alte rappresentanze diplomatiche americane e gli uomini inglesi.

Francesca Rosso nacque a Carloforte nel 1789 e venne rapita la notte dell’assalto presso l’abitazione della zia Antonia Cappai. Dopo il sequestro si ritrovò schiava del Bey di Tunisi. In quel periodo la sua vita incrocia quella del fratello minore del Bey, che se ne innamora perdutamente, pur non essendo corrisposto e nonostante le ritrosie della madre di lui, che non vedeva di buon occhio l’ammaliante sarda.

Si dice che Francesca, accettando il consiglio di Sessa - una donna maltese che come lei si trovava al servizio dei regnanti -, propose all'uomo di accettare il suo amore se solo avesse rinunciato alla poligamia, e fu così che si ritrovò moglie del Bey nel 1806 con il nuovo nome di Lella Jenet Beia (Lella significa "signora" e si riferisce ai membri della famiglia del Bey o di nobili natali).

Dal regnante Francesca ebbe un figlio  - Sidi Hamed Bey detto “il sardo” - e tre femmine: Sassiya, Mahbuba e Kalthoum. Morì nel 1860 e fonti francesi (L’Ami de la religion, journal ecclésiastique, politique et littéraire) la descrivono come una grande donna d’affari, influente, che godeva di molta stima.

Fra i nomi delle schiave portate a Tunisi figura anche quello di Anna Maria Porcile, la cui storia è talmente avvincente da aver ispirato lo scrittore Richard Zaks, autore del libro The Pirate Coast, in cui viene riportata proprio la storia della donna carlofortina. 
Come riportato dal console olandese a Tunisi Antoine Nyssen, Anna era una delle “six jeunes filles” destinate a soddisfare i desideri sessuali dei pirati su ordine del Rais. Nata anche lei come Francesca a Carloforte, era figlia dell’illustre Conte Porcile.

All’epoca del rapimento aveva solo 12 anni, ma già spiccava fra le altre schiave per l’incredibile bellezza, tanto da suscitare l’attenzione dell’ammiraglio della flotta tunisina Muhammed Rumelli, che diede poche chances alla famiglia della povera fanciulla: se non avessero pagato un riscatto di 16mila piastre, sarebbe diventata la sua personale concubina. 

Nell’impossibilità di pagare e sull’orlo della disperazione, la madre e le sorelle di Anna cercarono aiuto presso i consolati danese, francese e inglese, finché l’11 ottobre del 1800 il console americano William Eaton  anticipò la somma necessaria. Della sua liberazione si interessarono molti altri uomini. Ecco lo stralcio di una lettera del 1803, inviata da George Devis, incaricato degli affari americani a Tunisi al Sig. Devoize, l’allora Commissario delle relazioni commerciali della Repubblica Francese:

“Essendo stato informato da un po’ di tempo che voi siete stato incaricato di riscattare tutti gli schiavi dell’isola di S. Pietro, senza eccezione, vi prego di farmi sapere se la signorina Anna Porcile fa parte di essi o se avete avuto l’ordine di soddisfare le richieste del Sig. William Eaton, ex console Usa, per 17mila piastre tunisine di cui io sono stato incaricato, per conto del mio governo, di reclamarne il pagamento, per il riscatto che egli fece della suddetta signorina”.

Anna si ritrovò presto nella casa del console a Tunisi, ad occuparsi di faccende domestiche e amministrative, ad insegnare l’italiano al suo salvatore la cui conoscenza era fondamentale per gli affari commerciali del Mediterraneo. Divenuta libera si trasferì nell’isola di Minorca, dove visse per 9 mesi con il suo nuovo compagno inglese Mr. Hargraves, e di lì a Londra, dove mise su famiglia e divenne madre di tre figli: Luisa, Carolina e Giacomo.

Il bilancio della coppia però era in rosso, e Anna iniziò (incredibilmente) a cercare lavoro nel luogo che la vide schiava, il Nord Africa, perché era lì che si svolgevano gli affari più importanti. Si recò dunque a Tripoli per seguire il lavoro del marito, ma dalle fonti in nostro possesso, non sappiamo che sorte abbia avuto, e la sua vita da questo punto in poi rimane avvolta nel mistero.

Fra dolore, felicità e passioni, questa è la storia di due donne che potevano vivere, invecchiare e morire nella propria isola, ma che il fato ha voluto diventassero schiave, e poi compagne di regnanti arabi o commercianti inglesi. Il filo del destino ha portato Francesca a Tunisi, e Anna in giro per il Mondo, ma le loro vicende continuano a far parte del patrimonio di Carloforte, e il loro sangue continua a scorrere nelle generazioni dopo di loro.

 

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