Mer 24 Maggio 2017

Annìca e la rinuncia a sa mexina contro zecche e verme solitario

 
Annìca e la rinuncia a sa mexina contro zecche e verme solitario
Ph. Rosy Brau
Tempo di lettura: 5 minuti

Lei, per tutti quelli che la conoscono è tzia Anníca. Carattere spigoloso e fiero in virtù del quale mette a posto chiunque con due stilettate di sapiente ironia conquistata in ben novantun primavere. Guizza con incredibile agilità da un lato all'altro del tinello che un tempo è stato il suo regno di paziente guaritrice.

La peculiarità di tzia Annica era quella di riuscire a guarire su schirru, il verme soliario (o tenia) nei bimbi e far cadere i parassiti che affliggono il bestiame. È sempre indaffarata e non sembra felice di parlare «della vita precedente», come la definisce sarcasticamente lei, ma il ritmo frenetico delle nocche ossute tradisce un certo impeto bisognoso di sfogarsi.

Sembra una rondinella, avvolta nel suo lucido scialle da lutto, piccola e perfettamente felice di esser padrona di quella piccola casa. Le fattezze di antica fata berbera aiutano ad immaginarla nell'universo del suo passato da curandera, tra alambicchi, fornelli e ampolle, custode di segreti che presumibilmente le procuravano rispetto presso tutta la comunità.
La realtà, però, è ben diversa. «Vedi, io non mi aspettavo gratitudine, tutto quello che ho fatto era per i bambini, loro erano privi di ogni malizia. Ma i grandi, i genitori, loro mi usavano poi mi umiliavano. Mi chiamavano "tzia chibudda" (signora cipolla), in segno di disprezzo. I preparati che usavo per le medicazioni erano delle erbe e la cipolla si sentiva più degli altri. La cosa che mi faceva soffrire è che quell'insulto doveva venire per forza da coloro che ne avevano beneficiato. Gli altri che ne potevano sapere?».

Se Annica avesse operato fino ai primi del '900 il suo sapere, probabilmente, sarebbe stato recepito diversamente dalla comunità: «Anche mia madre era una guaritrice ma era considerata poco meno di una sacerdotessa. La rispettavano tutti con una grande devozione che, con il poco che si poteva, veniva espressa anche con dei poveri doni di gratitudine. Non voglio dire che tutto ha un prezzo, proprio no, però è l'atteggiamento irriconoscente che mi ha costretto ad abbandonare la pratica delle guarigioni. Quando entravano e uscivano di qui facevano in modo che non li vedesse nessuno. E in giro mi deridevano soprattutto quelli a cui avevo tolto le castagne dal fuoco», sentenzia furibonda Annica.

Mi perdo a guardare il suo chignon di capelli candidi intarsiati da fili d'argento, come segno di una giovinezza che non vuole abbandonare questa barbaricina tenace. Il suo volto è un ipnotico groviglio di strade che sembrano uscite dallo scalpello di Francesco Ciusa.
«Stai guardando le rughe?», mi chiede divertita, «quelle sono il regalino dei miei figli, ma in fondo è colpa mia che sono una mamma troppo invadente, però sono bravi ragazzi, sono tutti e tre laureati», precisa fiera.
«Sai anche con loro se la prendevano. In paese mi dicevano che i miei figli li volevo "studiati" mentre quelli degli altri li volevo superstiziosi e ignoranti. Non gli passava per la zucca che se me li portavano è perchè glieli restituivo sani».

  
Annica compie un lungo sospiro poi inizia lentamente il suo amabile sfogo: «Solo un bimbo, il più vivace - oggi laureato - mi è rimasto grato per tutta la vita, nonostante l'indifferenza della madre. Il padre non ha neppure mai saputo che lo portarono da me. Me lo portò la nonna, una mia amica. Ricordo che non riuscivo ad applicargli la mistura e massaggiarlo perchè era così biricchino che rideva sempre, nonostante i forti dolori che quell'essere schifoso gli procurava. Adesso che è grande mi è ancora riconoscente e a volte per Pasqua mi porta pure un agnellino», si illumina Annica. 

Annica è restìa nel rivelare come si svolgesse il rituale magico, ma acconsente a parlare dell'impasto che utilizzava. «Alcuni degli ingredienti che utilizzavo erano la cipolla, l'aceto, l'acqua benedetta e su sentzu, la pianta che venne raccolta per la prima volta dove la Madonna stendeva i panni di Gesù bambino. O così si diceva. Scaldavo tutto nel fuoco del caminetto e facevo sorseggiare in sette piccoli sorsi. Poi versavo tutto su un panno di lino, lo poggiavo su sa giridoia (una paletta, n.d.r.) e lo affacciavo velocemente sul fuoco in modo che lo riscaldasse per bene, facendo attenzione a non far evaporare tutto il liquido. Applicavo sulla pancia del bambino compiendo tante volte degli ampi segni di croce che servivano anche da massaggio, fino a far assorbire il liquido mentre recitavo le preghiere a Dio. Il giorno dopo, di solito, i bambini espellevano quell'anguilla demoniaca nelle feci».

Non mi confida il testo della preghiera e parte della miracolosa ricetta, che temo morirà con lei perchè non ha figlie femmine. Continua ad incuriosire, però, il mistero sul trattamento contro i parassiti degli animali, vera piaga per i pastori che vivevano esclusivamente delle carni e del commercio degli animali, ma anche per chi disponeva del solo asinello da soma come mezzo di lavoro o per gli animali da caccia o da compagnia.
Domando se mistura e preghiere fossero le stesse: «Assolutamente no. Per gli animali non invocavo Dio, ma san Francesco d'Assisi», puntualizza Annica quasi a riverire una rigorosa gerarchia tra esseri viventi. «Innanzitutto mi assicuravo che quelle bestie non fossero frutto di abigeato, poi potevo dedicare loro anche una notte intera. Prima facevo bere all'animale il mio preparato, lo cospargevo dell'unguento a base di aceto e rosmarino nelle parti in cui era aggredito da zecche e altri insetti e pregavo, poi aspettavo che espellesse zecche e parassiti grazie al sudore. I parassiti in seguito non lo attaccavano più per tutta la vita». 

Annica torna alla sua serena severità silenziosa. Mescola con gli alari la brace di quel camino acceso in una Barbagia che ancora non riesce a dire basta all'inverno ormai trascorso. Fruga la cenere e sembra scrutarne i segni come in una sfera di cristallo.
Ha rinunciato al suo potere divinatorio ma custodisce il potere di leggere gli eventi quotidiani che da diciotto lustri le attraversano l'esistenza. È maga e lo sarà sempre. Sarà colei che senza volerlo ha trovato il siero rivelatorio dell'ingratitudine umana.

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