Mer 23 Agosto 2017

Iride Peis, la scrittrice innamorata di Montevecchio

 
autore di Martina Marras |
Iride Peis, la scrittrice innamorata di Montevecchio
foto tratta da Sardegna storia delle miniere, primo raduno, Buggerru 24 giugno 2016
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i definisce una scrivana e non una scrittrice. Non ha fatto studi specifici, per lei l’arte dello scrivere è una questione di cuore perché sono i sentimenti a guidare la sua penna. Iride Peis è una bella signora di 76 anni, ex maestra elementare, che negli anni Settanta ha iniziato a raccontare Montevecchio e le miniere.

La passione per la scrittura in realtà l’ha sempre avuta, fin da quando era ragazza. Teneva un diario sul quale annotava pensieri e riflessioni, ma se non ci fosse stato avrebbe scritto anche sulle pietre, confessa Iride. Il suo sogno però non era quello di diventare scrittrice, voleva fare la maestra elementare, era la sua più grande ambizione. Ricorda che da adolescente amava guardare il cielo d’estate, nella speranza di scorgere una stella cadente alla quale affidare quel desiderio semplice e profondo, realizzato nel 1958. «Ho insegnato per 36 anni con molto piacere», dice Iride, «sono felice di aver scelto quella professione, la più bella del mondo».

Nata a Guspini, da bambina aveva ascoltato tantissime storie di miniera, di uomini e donne che avevano lavorato nel cuore del Campidano, a Montevecchio. «Mio nonno lavorava nella fonderia di Montevecchio e mi raccontava sempre delle sue camminate da Guspini per raggiungere la miniera. Con lui lavoravano anche tante donne, nominava sempre le cernitrici». Di tutte queste storie, come spesso accade, Iride si era dimenticata per tanto tempo, ma nel 1966 Montevecchio divenne la sua casa riportandole alla memoria tutto quello che aveva sempre udito da bambina.

Avendo sposato il medico della miniera, Iride aveva lasciato Guspini per trasferirsi a un passo dai cantieri. Faceva sempre la maestra e amava occupare il tempo libero facendo ricerche sul territorio nel quale viveva per ricostruirne la storia. Con i suoi alunni approfondiva la storia dei siti minerari, le vite dei minatori e da questi studi condotti con dedizione nacque il primo libretto, dedicato interamente a Montevecchio. Una pubblicazione per bambini, perché non esisteva niente di simile fino a quel momento, solo tanta letteratura specialistica preclusa ai più. «Ci concentrammo sulle storie dei cantieri e fu un’esperienza davvero bella», ricorda la scrittrice-maestra.

Da quell’esperienza a metà tra didattica e scrittura, rinacque in Iride il desiderio di prendere in mano la penna, con costanza. «La storia della miniera di Montevecchio mi stava molto a cuore, iniziavo a conoscere ogni angolo di quella zona, alla quale avevo un accesso privilegiato, se così vogliamo dire. Capii che era arrivato il momento giusto per riprendere in mano la vecchia passione di sempre, forse ero finalmente abbastanza matura per scrivere», ricorda. «Vivere a Montevecchio ha significato tanto per me, mi sono arricchita di valori e sentimenti che né un paese né una città avrebbe potuto trasmettermi».

Iniziano le ricerche e Iride si accorge presto che su un tema così importante poco era stato scritto e soprattutto che «le persone di Arbus e Guspini, pur vivendo tanto vicino, di Montevecchio sapevano poco o niente». Scopre per caso che il dottor Roberto Porrà aveva menzionato in una ricerca la storia di un incidente, avvenuto in miniera, nel quale erano morte soprattutto donne e bambine e del quale si era sempre taciuto fino a quel momento. «Ricordo ancora cosa provai nell’apprendere quella notizia. ‘Ma come’, mi dicevo, ‘ho fatto studiare ai miei bambini poesie sul lavoro minorile, abbiamo lavorato sulla storia delle miniere inglesi e ora si scopre che le stesse cose accadevano dietro l’angolo di casa nostra?’. Mi resi conto immediatamente che non potevo rendermi complice di quel silenzio e che i nomi di quelle donne e di quelle bambine dovevano uscire dall’oblio».

Così Iride inizia il suo lavoro di studio all’Archivio di Stato di Cagliari, per recuperare la memoria del triste incidente e di tutto ciò che era stato dimenticato a proposito di Montevecchio. Donne e bambine nella miniera di Montevecchio è stato il risultato di questo ricerca. «Il lavoro minorile era molto richiesto anche nelle nostre miniere, c’era tanta fame e quindi le famiglie non potevano sottrarsi. Le donne e le bambine poi erano molto gradite perché più facili da sottomettere, più ligie al dovere, più svelte, più attente e soprattutto meno pagate. In quel momento ho ricordato le cernitrici di cui parlava mio nonno. Quelle donne, quelle bambine, che ogni giorno percorrevano a piedi i chilometri che separano Guspini da Montevecchio, infreddolite, spesso scalze. Lavoravano per 8-10 ore al giorno per un misero salario, mettendo a rischio la loro stessa vita».

Voleva scrivere per loro Iride e per questo è andata a bussare alla porta di quelle donne che la miniera l’avevano conosciuta direttamente. Nei quasi vent’anni in cui ha vissuto a Montevecchio Iride ha raccolto tante testimonianze che ha poi ordinato nei suoi testi. La sua ultima fatica letteraria Voci di donne nella collina di Genna Serapis segue lo stesso filone, perché per lei scrivere di Montevecchio è un’esigenza, un dovere. «Lo faccio non solo perché sono femminista, perché so che le madri di famiglia hanno avuto un ruolo determinante nella storia anche se nessuno parla di loro e in ultimo perché spero che le testimonianze delle donne sarde del passato possano essere un monito per le donne sarde di oggi. Spero che le spingano ad essere solidali fra loro». Le mogli dei minatori speravano che i propri figli si laureassero per avere un destino migliore  di quello che era toccato ai padri, «quelle donne hanno fatto tantissimo, anche se ci vogliono far credere che non abbiamo fatto niente».

Il suo ultimo libro, non a caso, è dedicato alle figure femminili più importanti della vita di Iride: «Mia madre che mi ha dato la vita, mia suocera dalla quale ho appreso il coraggio necessario per attraversarla e infine le mie nipoti che spero possano raccogliere l’eredità delle esperienze che sono raccolte nel testo. Questo è uno dei mio desideri che ancora devono realizzarsi e sono fiduciosa perché molti altri sono stati esauditi».

Madre di cinque figli e nonna a tempo pieno, non riesce a ‘smettere’ con il vizio della scrittura, anche se non trova mai abbastanza spazio per dedicare a quella bella passione il tempo necessario. Ha sempre scritto di miniera Iride, e di quella memoria che rischia di perdersi, c’è ancora molto da dire. Da dire in italiano e anche in sardo - come lei stessa ha fatto - perché alcune espressioni raccontano meglio nella lingua in cui sono state sempre dette. Nel cassetto ci sono due progetti che spera di portare a compimento, non stiamo neanche a dire che c’entrano - come sempre - anche le donne.

 

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