Gio 27 Luglio 2017

Marianna Virdis, la custode dei grani antichi sardi

 
autore di Valentina Orgiu |
Marianna Virdis, la custode dei grani antichi sardi
Tempo di lettura: 5 minuti

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a prima impressione è quella di una donna di altri tempi, di una custode di sapori antichi, di una depositaria di saperi tramandati da generazioni di contadini che amavano la terra e studiavano i cicli della natura per la semina e il raccolto. Ma Marianna Virdis, 28 anni, cagliaritana, è soprattutto una giovane donna che ha saputo trasformare questo patrimonio genetico, di novemila anni di storia dell’agricoltura, in uno stile di vita, in una scelta etica che abbraccia tutto il suo essere e il suo quotidiano condiviso con il marito Francesco, naturalista di origini di Sanluri e sposato da appena due mesi.

La sua storia comincia sei anni orsono con le interviste agli anziani, le prime prove e le sperimentazioni sul campo in alcuni terreni del Campidano, ma è in Marmilla, precisamente a Villanovaforru, che tre anni fa nasce l'azienda, tra dolci colline e ulivi secolari. In quest’angolo di Sardegna, dove l’agricoltura e la pastorizia ancora oggi sono la fonte primaria di sostentamento di una comunità orgogliosamente rurale, lei ha scelto di guardare al passato, di riscoprire tecniche e prodotti della terra che l’oblio aveva cancellato.

Non è semplicemente un’imprenditrice agricola che vende al mercato i suoi prodotti a km0, ma molto di più. È una coltivatrice di grani antichi sardi, di quei chicchi che poi fanno farine, pasta e biscotti dal ‘sapore di una volta’, di quei semi la cui coltivazione millenaria è stata d’improvviso abbandonata per decenni e soppiantata da colture di organismi geneticamente modificati.

Della sua laurea, in Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali, ha conservato il piglio da storica e ricercatrice che le ha permesso di riportare in vita la biodiversità mediterranea, scartabellando documenti e fonti bibliografiche, perfino quelle orali con testimonianze di menti longeve seppur centenarie. E il suo lavoro di raccolta non ha tardato nel dare i primi frutti.
«L’idea era creare qualcosa di nuovo, ma senza scordare le nostre origini, avendo sempre in mente chi siamo e da dove veniamo», spiega Marianna.

Ed è così che partendo da quei dieci chicchi di frumento antico, donatigli dagli anziani che ancora li coltivavano per ricordo o recuperati in qualche solaio un tempo utilizzato come granaio, oggi la sua azienda ha messo in produzione circa 60 varietà di grano antico trascurate da tempo perché poco remunerative, ma che si sono adattate spontaneamente al territorio per clima, altitudine e tipologia di suolo. E che proprio per questo motivo non necessitano di irrigazione artificiale e neppure di pesticidi e si prestano alla coltivazione biologica.

La sua filosofia parte dalla ‘sovranità alimentare’ ovvero la coltivazione di tutto ciò che occorre al fabbisogno della famiglia nei diversi periodi dell'anno, nel rispetto dei ritmi biologici delle piante e degli animali. «Il nostro è un orto diffuso. Non abbiamo latifondi, non siamo proprietari terrieri, ma coltiviamo piccoli appezzamenti di terra diversi fra loro, in luoghi anche distanti qualche chilometro, che ci sono stati concessi dai privati in uso gratuito o contratti d’affitto. Ognuno di questi terreni ha una propria vocazione agricola, e questo ci permette di rispettare e mantenere viva l'organizzazione parcellare tipica del nostro territorio…così, anche le nostre colture se ne avvantaggiano e i nostri prodotti provengono da luoghi sani e belli da vivere».

 

Ogni giorno, da mattina a sera, in estate come in inverno, Marianna e il marito lavorano a mano la terra, con il minimo intervento dei macchinari e quindi con minor consumo di combustibili fossili. Non utilizzano alcun tipo di prodotto chimico di sintesi, non usano concimi e nemmeno diserbanti. «Puntiamo sempre all’ecosostenibilità, conservando le siepi e i corridoi ecologici, e laddove assenti o scomparsi provvediamo alla loro ricostituzione con specie autoctone del territorio o introdotte, ma tradizionalmente utilizzate. Effettuiamo la rotazione delle colture seguendo sia gli schemi della nostra tradizione, sia applicando tecniche dettate dalle nuove conoscenze. Manteniamo sempre una parte di ogni campo a riposo e allo stato selvatico: la natura ci ricambia con la presenza di animali utili alle nostre colture, erbe spontanee commestibili ed officinali e magnifiche fioriture».

I semi antichi, riportati in auge in questi ultimi anni in diverse zone d’Italia, hanno un valore culturale, storico, paesaggistico e nutrizionale quasi inestimabile: sapori, aromi, colori e forme ne fanno un prodotto eccellente per qualità e proprietà organolettiche, rispecchiando la tipicità di ciascuna varietà che, già dal Duemila, viene tutelata dalle Banche del Germoplasma, diffuse un po’ in tutto il mondo, allo scopo di promuovere, condividere e divulgare le conoscenze sulla conservazione delle specie spontanee a rischio di estinzione. La stessa Marianna si è rivolta, infatti, a queste strutture specializzate, che operano secondo standard internazionali, per ottenere sementi da reintrodurre nel loro ambiente di vita. Tutto secondo natura, nel più totale rispetto della biodiversità.

«Recuperiamo, selezioniamo e portiamo avanti varietà locali, antiche e tradizionali, adattate al territorio e al nostro modus operandi. Di anno in anno così otteniamo piante sempre più forti e produttive. Sperimentiamo anche la coltivazione di specie e varietà non tradizionali applicando gli stessi metodi e criteri di selezione locale».

E non è un caso che fave, ceci e piselli, e perfino meloni, angurie, fagiolini e pomodori vengano coltivati all’asciutto, con la tecnica dell’aridocoltura, conosciuta fin dalla notte dei tempi dai contadini della Marmilla che, da millenni, lavorano la terra e ne ottengono i frutti pur in assenza di piogge, di scarsità di pozzi e corsi d'acqua permanenti. «Coltiviamo come da sempre si è fatto in questa zona dell’isola, dando continuità alle antiche tecniche di coltivazione ed educando le piante a crescere e produrre in campi non irrigati. In cambio, ci vengono offerti frutti dal sapore autentico, di eccellente qualità e di ottima serbevolezza proprio perché, senza irrigazione, la loro buccia è più spessa e conserva più a lungo la polpa».

Marianna e Francesco coltivano, insieme all’orto, anche il sogno - sempre ecologico naturalmente - di far crescere l’azienda, con pazienza e amore. «Il primo anno si semina e raccoglie discretamente, tra il secondo e il quarto anno la produzione subisce incrementi significativi, ma ci vuole tempo…noi ci abbiamo messo sei anni solo per produrre una quantità di grano necessaria da trasformare in semola e farina dal prossimo anno», dice Marianna con un sorriso. «Conduciamo una vita molto semplice e quello che abbiamo ci basta per avere un’esistenza più che dignitosa, ma ci piacerebbe allargare l’attività e magari coinvolgere altri giovani che, come noi, vogliono ritornare alla terra e riappropriarsi dei benefici che questo tipo di vita offre».

Una vita alternativa che salva qualità ed economia.

 

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