Gio 30 Marzo 2017

Suonare l'arpa e il jazz: la rivoluzione di Marcella Carboni

 
autore di Morena Deriu |
Suonare l'arpa e il jazz: la rivoluzione di Marcella Carboni
Ph. Mariagrazia Giove - dettaglio

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un certo punto, dieci anni fa, la Sardegna è “finita”. Il mare è diventato troppo grande da superare con la sua arpa. Da allora Marcella Carboni, una delle poche arpiste jazz in Italia - una vera rarità -, ha vissuto prima a La Spezia e poi a Roma. Ora spostarsi per suonare è più facile, anche se spesso succede con lunghissimi viaggi in macchina (l’ultimo, da Roma a Lörrach in Germania, e ritorno, è stato di 1987 chilometri, percorsi in tre giorni e mezzo).

La prima volta che Marcella sente il richiamo della musica è bambina. Non ci sono musicisti in famiglia ma mamma Teresa, insegnante di matematica, ha la passione per le performances musicali dal vivo. Per Marcella ci sono molte occasioni per ascoltare musica e in una di queste si innamora dell’arpa. Ha più o meno sei anni quando, a teatro con la madre, ascolta un’opera lirica. «Durante la pausa ci siamo affacciate in buca per guardare tutti gli strumenti. Allora ho visto l’arpa, l’ho indicata a mamma e ho detto: ‘Voglio suonare quella’», ricorda Marcella.

La strada di questa bambina verso il successo comincia così. A Cagliari, piccolissima, prende prima qualche lezione privata di arpa da Anna Maria Melis - una docente del Conservatorio di Cagliari - e poi comincia a studiare musica nella scuola di Anna Bortolato, che diverrà la sua «famiglia musicale», come Marcella ama definirla. Qui impara la musica nella totalità: suona il flauto dolce, le tastiere, gli xilofoni, ma non ha dubbi, il suo strumento è l’arpa.

La prima arpa arriva in casa Carboni quando Marcella ha dodici anni. Si è iscritta al Conservatorio e vista la sua determinazione, i genitori decidono di mettere da parte le preoccupazioni, legate alla strada che la figlia sta intraprendendo, e di fare un acquisto importante.

«Con la frequenza del Conservatorio e la responsabilità di uno strumento acquistato lo studio è decollato», ricorda. Finite le medie, Marcella si iscrive al liceo scientifico e il tempo libero è interamente scandito dallo strumento. «È stato un periodo di sacrifici, finito quando ho compiuto diciotto anni. Allora ho avuto una ribellione e ho imparato a godermi la vita», racconta ridendo.

Sarà stato anche per quella ribellione, ma dopo il diploma al Conservatorio Marcella mette in dubbio la carriera da musicista. Insegna musica a bambini in età prescolare nella scuola dove lei stessa ha mosso i primi passi, e continua a farlo per quindici anni. Intanto partecipa a numerosi concorsi internazionali, ma sente che «la musica classica non è nelle mie corde», scherza. L'incontro con l’arpista piacentina Ester Gattoni le fa cambiare prospettiva: capisce che può suonare a livello professionistico e che l’arpa non si ferma al mondo della classica.

A venticinque anni Marcella partecipa ai seminari di Umbria Jazz. Ha sempre ascoltato «un po’ di tutto», ma il jazz la affascina per l’imprevedibilità. «Non pensavo, però, di poterlo fare con il mio strumento». Durante il festival, l’incontro con l’arpista e jazzista newyorkese Park Stickney le fa cambiare idea. «Lo strumento è rimasto lo stesso che suonavo quando facevo musica classica, l’arpa a pedali (anche se la mia è elettroacustica e può essere amplificata), ma l’approccio è totalmente diverso, costruito appunto sull’improvvisazione».

Nel 2008 Marcella si laurea al Conservatorio di Cagliari sotto la guida del pianista australiano Peter Waters, con una tesi sull'arpa nel Jazz. Continua a perfezionarsi con Stickney in Italia e all’estero. Grandi artisti come Bruno Tommaso, Rosario Giuliani, Paolo Fresu, Ricardo Zegna, Enrico Pieranunzi cominciano a collaborare con lei, scrivono composizioni pensate per la sua arpa o le affidano alcune delle proprie. Del 2010 è il suo primo disco da solista “Trame” (Blue Serge) presentato in Sardegna nella cornice di Musica sulle Bocche: un concerto speciale, con il mare della sua terra a farle da accompagnamento. Tra tutti i suoi spettacoli rimane quello a cui è più affezionata.

Per stare nel mondo del jazz, Marcella ha dovuto combattere i pregiudizi legati al suo strumento. «Ci sono stati docenti e artisti incuriositi dal fatto che volessi fare jazz con un’arpa, ma anche chi mi ha sconsigliato questa strada e mi ha suggerito di intraprenderla con un altro strumento. Non nego che queste persone mi parlassero di problematiche reali, ma è altrettanto reale che anche l’arpa permette tanto».

Agli occhi di alcuni colleghi, il fatto che Marcella faccia jazz con uno strumento come l’arpa l’ha resa talmente strana che "essere donna" in un ambiente maschile “arriva dopo”. «Conosco però le difficoltà di molte brave colleghe, che ancora oggi pagano il prezzo di una convinzione ormai troppo polverosa. Cioè che le donne possono anche essere brave a suonare, ma la professionalità è maschile».

Oggi, a quarantatré anni, Marcella ha dimostrato che fare jazz ad alti livelli suonando l’arpa è possibile. Ci è riuscita come musicista (è l’unica arpista in Italia nelle classifiche della prestigiosa rivista “Musica Jazz”, suona in tutto il mondo e collabora con artisti internazionali) e anche come insegnante. Da quattro/cinque anni insegna arpa jazz con master class tra festival e conservatori, per far conoscere questa possibilità anche a chi non è indirizzato alla carriera jazzistica. E ora sta anche per partire con un master annuale di secondo livello a Parma, il primo del suo genere e un traguardo importante di cui va orgogliosa.

Guai a chiederle, però, di definirsi. «Devo proprio?», dice ridendo. «Il verbo definire limita l’arte e le preclude la possibilità che altri la interpretino in un altro modo. Ogni volta che fai una definizione, metti una casella: io suono un’arpa e faccio jazz, non voglio proprio caselle».

 

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