Mer 24 Maggio 2017

I pani delle feste, i fili del telaio: ricordo Maria Lai che...

 
autore di Cristiana Sarritzu |
I pani delle feste, i fili del telaio: ricordo Maria Lai che...
Maria Lai tra le donne di Ulassai
Tempo di lettura: 6 minuti

I

mpastando la farina con le sue lacrime e facendo tanti bambini di pane, riporta il suo alla vita, poi fu trasformata in pietra.
(Maria Pietra di Maria Lai, da Cuore Mio di Salvatore Cambosu).

Il filo intreccia i suoi ricami con la levità delle Janas, ed è magia: le fiabe cucite di Maria Lai. «Ci aveva chiesto di accogliere i visitatori del museo raccontando fiabe e leggende. Maria Pietra è quella che narro più di frequente». Claudia Contu, quarant’anni, di Ulassai, ricopre il ruolo di guida museale a la Stazione dell’Arte, il noto museo dedicato alla Lai, da quasi undici anni, e ha frequentato l’artista per circa un decennio.

Sente parlare di lei sin da bambina, avendo trascorso l’infanzia nel suo paese. Aveva solo dieci anni quando partecipò con la scuola, all’inaugurazione della “Fontana Sonora”, l’opera d’arte di Costantino Nivola (1987), situata nell’antico lavatoio del paese e dove la Lai era già intervenuta alcuni anni prima, realizzando una sua opera, il telaio a soffitto. Per l’occasione l’artista chiese alle donne del paese di preparare corbule (ceste) di bianco pane pintau (pane decorato), fatto con bianca semola e arricchito dalle decorazioni di fiori, frutta e gioielli, nate dalla creatività delle panificatrici, affinché fosse donato a tutti i partecipanti. Era il “Pane per Nivola”, lo scultore era morto alcuni mesi prima.
«Osservavo una donnina piccola e graziosa, che con sguardo pensoso coordinava l’evento, mi spiegarono chi fosse. Circondata da tante persone pareva essere a suo agio». In segno di ringraziamento, la Lai chiese poi a ciascuna delle panificatrici un fazzoletto o uno scialle tradizionale per impreziosirlo con i suoi disegni. Gli oggetti, oggi divenuti opere d’arte, e conservati nelle case delle proprietarie, furono inseriti in seguito in una delle sfilate dello stilista algherese, Antonio Marras.

C’è un nastro azzurro che sfila nel cielo: “Legarsi alla Montagna”. Al tempo, era il 1981, Claudia frequentava la scuola dell’infanzia, ma alla scuola media ebbe come insegnante di italiano, Antioco Podda, il sindaco di Ulassai che chiese all’artista di fare un monumento ai caduti per il suo paese, e al quale la Lai rispose, proponendo un monumento per i vivi, una performance comunitaria, fu la prima in Europa. «Il sindaco ci parlava di lei con entusiasmo, ripetendoci che a Roma e nel mondo dell’arte, Maria Lai era una personalità eminente».
Quel nastro celeste oggi vola nei ricordi dei suoi cittadini, allacciato a finestre e balconi e alla cima della montagna. «Ricordo con vaghezza lo spettacolo dei nastri celesti che viaggiavano di casa in casa ed i bambini felici che se lo avvolgevano intorno. Ma Ulassai non capì appieno il valore di quell’evento. Maria veniva considerata dai più una estrosa».

Nel 2004 fu costituita la Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai. Il sindaco del paese, Giovanni Soru, stabilì che ne facessero parte almeno due giovani del luogo. «Io fui una di loro e in quell’occasione conobbi l’artista di persona». Durante la conferenza, Pietro Clemente, professore ordinario di Antropologia culturale dell’Università di Firenze, lodò la Lai con l’appellativo di “bambina antica”. «Avevo 26 anni, e le parole del professore, al tempo, mi lasciarono perplessa. Solo dopo averla frequentata, ho capito che il suo essere bambina dentro le consentiva di rivisitare con freschezza infantile quel subconscio collettivo e individuale nonagenario di cui si sentiva erede».

L’amministrazione comunale nel 2006 stanzia i fondi per la realizzazione di un museo e affigge un bando a selezione di titoli - laurea in materie umanistiche, specializzazione nel campo della didattica, eccellente conoscente del percorso artistico di Maria Lai e della Storia della Sardegna - per il conferimento dell’incarico a quattro guide museali, Claudia aveva tutti i requisiti. Fu durante l’allestimento delle sale del museo - al quale la Lai donò centocinquanta opere - che stringe la sua prima collaborazione con l’artista. «Nei primi tempi avevo la sensazione di camminare sott’acqua quando lavoravo con lei, p»oi mi sono rilassata, anche se non bisognava mai parlare troppo. Maria era una persona piacevole e loquace quanto basta, ma anche meditabonda».

L’otto luglio del 2006, fu inaugurata la Stazione dell’Arte. L’artista si presentò con un cartello appeso al collo con su scritto “Sono fragile” e cercò di nascondersi nel caveau. «Odiava il mondo dell’arte visto come spettacolo o in funzione del successo dell’artista, diceva di non possedere verità ma di giocare ancora come una fanciulla e di cercare solo compagni di gioco». Si recava al museo almeno due o tre volte alla settimana, e si tratteneva a parlare con Claudia e i colleghi, Luisella Cannas e Damiano Rossi, del suo passato, del rapporto con il maestro d’arte Arturo Martini dell’Accademia di Belle Arti a Venezia, del senso poetico della vita che le aveva trasmesso Salvatore Cambosu, e di un mondo, quello dell’arte, in cui spesso non si riconosceva.

Ricorda un viaggio che fece in macchina con l’artista da Ulassai a Cardedu. Era appena rientrata dalla mostra Italic’s “Tra tradizione e rivoluzione”, curata da Francesco Bonami a Venezia. Vi aveva partecipato con l’opera “Il Telaio della terra”, (la Lai era considerata una delle artiste più rappresentative del XX secolo in Italia). Le raccontò con entusiasmo di quell’evento e della sua felicità per il fatto che la sua opera fosse stata accostata a quella di Bruno Munari. «La frase dell’artista milanese “Arte non di tutti ma per tutti”, era uno dei cardini della sua filosofia. Ma ciò che mi aveva colpito era il suo essere felice non tanto per la partecipazione a Italic’s, quanto per l’accostamento della sua opera a quella di Munari che stimava tanto)».

La loro collaborazione era fatta di incontri che avevano tutto il sapore della quotidianità vissuta con semplicità e dedizione al lavoro. Si recavano spesso nella sua casa di Cardedu per trascrivere qualche pensiero al pc, o anche soltanto per aiutarla ad usare il fax o a raccogliere i testi e i manuali dedicati alla sua arte che lei donò al museo per l’allestimento della biblioteca. «Ci diceva che eravamo proprio i suoi angeli».

Tutti i pomeriggi o a metà sera c’era il rituale del caffè che offriva dentro grandi tazze, gialle, rosa e celesti. «E guai a dire di no». Si parlava di arte e anche di fatti di cronaca, ma non mancavano gli argomenti più leggeri come la moda: «Confessò che Antonio Marras aveva creato dei tailleurs per lei, che però non aveva mai indossato. Aveva un candore e una simpatia disarmanti». Quando le sue opere d’arte avevano occupato gran parte delle pareti della sua casa, chiedeva loro di recarsi da lei per imballarle. «Diceva di sentire un grande desiderio di libertà e voleva che quei figli, non più suoi, andassero a suscitare dialoghi presso musei o gallerie».

Il 27 settembre del 2009, Maria Lai compì novant’anni e regalò agli ulassesi, che la festeggiarono nella piazza del paese, una serigrafia che firmò con una matita morbida B2. «Fu compito nostro fargliele firmare. Se non si trovava la matita deputata a tale uso, niente firma. E soprattutto bisognava passargliele lentamente e non parlare troppo, sennò si distraeva e ci rimproverava simpaticamente». Quel giorno le parlò dell’amore profondo che l’aveva legata al padre, il quale all’epoca, pur non conoscendo alcuna artista donna, l’aveva mandata a studiare arte a Roma, e del suo rapporto con l’amato fratello, Lorenzo, scomparso poi in età giovanile. «Ho avuto la fortuna di frequentare Maria per tanti anni, ed è sempre stato un magnifico dono. Non aveva paura della morte e non si arrese al corpo che negli ultimi due anni l’aveva abbandonata. Il suo ultimo viaggio l’aveva sempre associato allo stupore e al suo film preferito  ”Odissea nello Spazio”».

Maria Lai muore nella sua casa di Cardedu, in una tiepida mattina di primavera, il 16 aprile del 2013, all’età di 93 anni. «Ho appoggiato sulla sua bara un mazzo di rose bianche, ultimo omaggio di noi che ancora lavoriamo alla Stazione dell’Arte». A chi le chiede che cosa le ha insegnato, Claudia risponde: «Tanto, il rigore, la forza di portare avanti alcune scelte, spesso anche dolorose, l’amore per l’arte che studio sempre più intensamente e, - aggiunge con ironia- l’ansia, anche se la mia è reale, la sua era ansia di infinito».

 

 

 

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