Mer 20 Settembre 2017

Gallura, Amore e Archeologia: Angela Antona racconta i suoi scavi

 
autore di Eleonora D'Angelo |
Gallura, Amore e Archeologia: Angela Antona racconta i suoi scavi
Al centro coi capelli rossi, Angela Antona con la squadra degli scavi a Lu Brandali nel 2013

I

siti nuragici sono gli ultimi testimoni di un popolo che ha lasciato alla Sardegna l'eredità di un museo a cielo aperto, e un DNA che secondo gli studiosi è ancora vivo nelle attuali generazioni. Nuraghi, tombe di giganti e pozzi sacri destano nei turisti stupore e curiosità, ma chi vive l’isola tutto l’anno ne dimentica spesso il valore storico e identitario.

C’è chi ha dedicato una vita a riportare alla luce il patrimonio di cui godiamo oggi, come Angela Antona, archeologa funzionaria del Ministero dei Beni Culturali Soprintendenza Archeologia dal 1979 al 2014.

Nata e cresciuta a Tempio Pausania, e di casa ad Arzachena e Santa Teresa di Gallura, Angela è la donna che ha scavato il nuraghe La Prisgiona di Arzachena, il nuraghe Albucciu, il nuraghe Majori di Tempio Pausania, il sito nuragico di Lu Brandali e le tombe di giganti Pascaredda di Calangianus, di Moru di Arzachena, di La Testa di Santa Teresa di Gallura, in sostanza, i siti archeologici più famosi della Gallura.

Si sente “gallurese DOC” e rivela l’innamoramento nei confronti di un territorio che l’ha stimolata a tirare fuori tra le risorse più grandi e belle della Sardegna. «Tutto è nato dall'amore per la Gallura, per il suo patrimonio in tutte le sfaccettature. Si tratta di un amore totale, di dedizione, e non solo per l’archeologia. Ho fatto una scelta specifica, l'archeologia nel corso degli studi universitari, ma mi sono interessata in generale della storia della Sardegna e delle sue origini. La Gallura è una terra dalla forte identità, e per questo ho deciso di indirizzare la mia vita verso la ricerca, gli scavi e la valorizzazione del territorio. Oggi ce l’abbiamo fatta grazie all’impegno di tante persone, e i siti che ho trattato personalmente offrono lavoro e sono ben gestiti».

Angela parla affascinata del suo lavoro, verso il quale l’entusiasmo invece di assopirsi cresce con gli anni. Descrive gli scavi con la stessa ammirazione e minuziosità con la quale li affronta, sottolineando gli interrogativi lasciati dalla civiltà nuragica, che diventano punti di partenza per nuove scoperte. «L’archeologo “legge il monumento”, lo interpreta nel vero senso della parola, percepisce le modifiche che si sono susseguite nei secoli. Ciò che mi spinge è una curiosità infinita. Dopo gli scavi in alcune occasioni si è reso necessario il restauro, che si fa in collaborazione con l’architetto restauratore. In quella sede si procede al consolidamento delle strutture che emergono con grande attenzione, la stessa utilizzata negli scavi».

Emozione su emozione, ricorda le giornate più intense come le più semplici, in cui anche un granello di terra le ha offerto notizie sui nostri antenati. «Non c’è stata una giornata più emozionante delle altre, ma tanti momenti: quelli nei quali riuscivo a raccogliere anche un minuscolo grano che mi restituiva un’informazione sulla storia del territorio. L’emozione c’è quando raccogli notizie sulla vita sociale e religiosa degli uomini del passato, quando riporti in vita momenti sopiti nella terra». "I rituali della Capanna delle riunioni del Villaggio di La Prisgiona è uno degli esempi più eclatanti".

«La civiltà nuragica –ci informa- ha ancora molto da raccontare», basta riportala in vita. «Trovando ossa di esseri umani mi sono posta domande su chi erano questi uomini e su cosa facevano. Intendo dire che la loro vita non è finita per sempre lì, in una tomba, ma continua a generare interrogativi, a restituire informazioni e a raccontare cose…. Da archeologa e come se li riportassi in vita».

Scrupolosa come solo una donna sa essere, durante gli scavi al nuraghe Prisgiona di Arzachena Angela è riuscita ad individuare un minuscolo filo vegetale che sosteneva una collana.  «Lì c’era una situazione (quando gli archeologici parlano di “situazione” intendono dire un dato di fatto) in cui ho capito che doveva essersi consumato un rituale nell’ultimo momento di vita del Nuraghe. C’era un ripostiglio, un vasetto, cioè il contenitore delle offerte. C’erano oggetti in bronzo e grani di collana. Li ho portati in restauro, li hanno ripuliti e hanno ritrovato questo filo vegetale di lino: una cosa molto interessante perché era la prima volta che trovavamo il lino in una situazione nuragica. Si trattava del filo di sospensione della collana, il che ci ha fatto porre domande sulla coltivazione di questa pianta già in epoche remote».

Angela è una donna che ha dato e che continua a dare molto alla Sardegna, è un'archeologa stimata e il suo enorme contributo è riconosciuto da tutti. Oggi è in pensione ma continua a dedicarsi alle sue tante passioni: alla storia del territorio, alla vela e alla scrittura (è autrice dei libri “Il Nuraghe Majori di Tempio Pausania”, “Il complesso nuragico Lu Brandali e i monumenti archeologici di Santa Teresa di Gallura” e "Arzachena. Pietre senza tempo").

 

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