Mer 20 Settembre 2017

Magistrati donne: superano gli uomini, ma rinunciano al potere

 
autore di Cristina Muntoni |
Magistrati donne: superano gli uomini, ma rinunciano al potere
Tempo di lettura: 6 minuti

Se in Italia le donne possono diventare magistrato, lo devono a una parlamentare sarda. Prima che la proposta di legge di Maria Giulia Cocco passasse al Senato, le donne potevano «indossare l’ermellino solo in abito da sera». Lo puntualizzò con sarcasmo il ministro Giuseppe Medici quando la deputata di Domusnovas nel 1963 si presentò nel suo ufficio con un gruppo di donne.

La proposta di legge, di cui era prima firmataria, era appena passata alla Commissione affari costituzionali, dove il ministro aveva espresso chiaramente le sue riserve e Maria Giulia Cocco voleva tastare il polso di quella resistenza. Lui non cedette, ma anche senza il suo sostegno, la legge passò. Era il 6 marzo 1963 e, con la legge numero 66, veniva abrogata l’esclusione delle donne dalla magistratura contenuta nella legge n.1176 del 1919.

Oggi, a 53 anni di distanza, i numeri raccontano che eliminare quell’ostacolo era doveroso: le donne magistrato sono il 51%. I dati pubblicati dal Consiglio Superiore della Magistratura mostrano tutta la ridicola assurdità delle dichiarazioni che vennero fatte nel ’47 durante l’Assemblea Costituente, quando si discusse se aprire le porte dell’amministrazione della giustizia al mondo femminile. Il deputato Antonio Romano, tra gli applausi dei colleghi, dichiarò che le donne «devono stare a casa» perché

«Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del giudicare. Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche».

Dichiarazioni a cui fecero eco quelle di altri deputati, come quella del costituente democristiano Salvatore Mannironi, secondo il quale «Nella sua costituzione psichica la donna non ha le attitudini per fare bene il magistrato, come dimostra l’esperienza pratica in un campo affine, cioè nella professione dell’avvocato. Tutti avranno notato quale scarsa tendenza e adattabilità abbia la donna per questa professione perché le manca, proprio per costituzione, quel potere di sintesi e di equilibrio assoluto che è necessario per sottrarsi agli stati emotivi». L’Assemblea decise di non decidere: l’accesso femminile all’ordine giudiziario venne rinviato alla legge ordinaria che venne promulgata, appunto, solo nel ‘63.

La rivincita numerica a cui assistiamo oggi, tuttavia, non si estende alle posizioni apicali. Sebbene sia lontano il tempo in cui le donne che entravano in magistratura finivano confinate nella riserva indiana della giustizia minorile, restano comunque ancora pochissime le magistrate che rivestono posizioni direttive giudicanti. Sono solo il 18% secondo una ricerca del 2013 della Commissione pari opportunità del Consiglio Superiore della Magistratura. Questa sotto-rappresentazione è ancora più evidente alla Corte di Cassazione dove le donne sono il 10%. I numeri sembra comunque che tendano timidamente a crescere.

Negli ultimi 5 mesi ci sono state quattro nuove nomine di donne presidenti di Corti d’Appello che si aggiungono a quella di Cagliari, presieduta da Grazia Corradini, che assieme a quella di Brescia - ora in pensione - era l’unica presidente donna su 21 distretti. Il dato interessante è che questa scarsa presenza femminile nelle posizioni direttive non sembra essere frutto di discriminazione, bensì di un semplice processo di autoesclusione. 

«Sono poche le donne che presentano domanda per ricoprire funzioni direttive – spiega la cagliaritana Ilaria Perinu, magistrata alla Procura di Pavia e componente della Commissione Pari Opportunità del Csm – Gli incarichi direttivi in magistratura costituiscono posizioni in cui il prestigio è l’unico vantaggio, poiché non comportano aumenti di stipendio o avanzamenti in carriera, e si accompagnano spesso al sacrificio di dover cambiare distretto allontanando la persona dalla famiglia. Le donne evidentemente non manifestano una fame di potere fine a sé stesso».

A raccontarlo sono i dati raccolti dal Comitato Pari Opportunità del Csm in una relazione di cui Perinu è coautrice. Delle circa 5.800 domande pervenute dal 2011 al 2015 per la copertura di un posto direttivo presso gli uffici giudiziari, soltanto nel 15% dei casi i candidati sono donne. Nel caso della copertura di posti semidirettivi la differenza è meno marcata: il 32,5 %.
In 25 casi la nomina ha comportato il cambiamento del distretto, in altri 24 casi, il cambiamento della sede.

«Le giudici, dopo l'assegnazione alla prima sede, talora in luoghi molto lontani, tendono a rientrare nel luogo di residenza per la necessità di dovere conciliare il lavoro con i bisogni di cura familiare e di assistenza della prole o di anziani e da tale sede, sempre per tali ragioni, raramente si allontanano per concorrere ad incarichi direttivi o semidirettivi», spiega Carla Lendaro, presidente dell’Associazione Donne Magistrato Italiane. Maria Gabriella Luccioli, una delle magnifiche otto che passarono il primo concorso che aprì le porte alle donne, sostiene che per il sistema elettorale del Csm sarebbero essenziali le quote rosa. «Attualmente c’è una commissione di studio voluta dal ministro Orlando in cui sono state fatte diverse proposte, ma che non parlano di quote rosa, bensì di quote di chance, quindi della possibilità di concorrere in pari misura a pari condizioni - precisa Lendaro - Con l'ADMI siamo molto attente a questa questione e ribadiamo da tempo la necessità di quote di partecipazione "di risultato"  e  non solo di "chance". Lo abbiamo ribadito anche lo scorso novembre a un convegno al Consiglio di Stato e a dicembre all'Università La Sapienza di Roma. Inoltre tra giugno e luglio abbiamo scritto al Presidente della Repubblica prima del Testo Unico sulla dirigenza che, per l’accesso alle cariche direttive, prevede delle “medagliette” di incarichi e lavori aggiunti. Difficilmente le donne, che sono anche mamme e curano la famiglia, riescono a conseguirle. La parità si raggiunge tenendo conto delle differenze».

Differenze che, a sentire le donne, non esistono sul modo di giudicare. «Non credo che essere donna influisca necessariamente sulle modalità di giudizio. Ci sono maschi altrettanto sensibili», sostiene Lucia Perra, Gup del Tribunale di Cagliari.

Non sembra dello stesso parere l’avvocata Tina Lagostena Bassi. A Latina, nel 1978, per la prima volta le telecamere entrano nelle aule di Giustizia. Si riprende un processo per stupro dove il giudice, chiamato a decidere, sembra consentire domande morbose, benché irrilevanti, con toni sprezzanti verso la vittima e atteggiamenti di scherno che creano una sorta di complicità tra gli uomini presenti nel giudizio. L’avvocata Tina Lagostena Bassi sbotta:
«Quello che è successo qua dentro si commenta da solo, ed è il motivo per cui migliaia di donne non fanno le denunce, non si rivolgono alla giustizia».

Trent’anni dopo, sempre a Latina, ecco un altro processo per presunto stupro. Il tribunale questa volta è composto da tre donne. Sono donne anche il pubblico ministero e l’avvocato. L’unico uomo è l’imputato, assolto per mancanza di prove dopo «un dibattimento – racconta Paola Di Nicola, magistrato che faceva parte del collegio giudicante e autrice di La giudice (ed. Ghena) - in cui si percepisce l’attenzione a evitare, nelle minime sfumature, qualsiasi lesione della dignità della donna che denuncia e dell’uomo che si difende».

Probabilmente, a volte la differenza si manifesta proprio in quell’equilibro che, secondo gli uomini dell’Assemblea Costituente, alle donne mancherebbe fisiologicamente.

 

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