Mar 31 Maggio 2016

Il leggendo quotidiano di Saverio Gaeta tra cultura, autori e festival

 
autore di Matilde Gianfico |
Il leggendo quotidiano di Saverio Gaeta tra cultura, autori e festival
Tempo di lettura: 4 minuti

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i dice che ci siano romanzi che ti cambiano la vita, il suo è stato “On the road”. Il libro cult di Jack Kerouac era stato un regalo di suo padre per il quattordicesimo compleanno, ne assorbì l’essenza, e il suo stile ancora oggi non lo tradisce. Fettucce di pelle cingono il polso, metalli nobili strozzano le dita delle mani e un chiodo nero buttato sulle spalle ampie fa da scudo agli attacchi che subisce: «Penso d’essere tra le persone più antipatiche a Cagliari».

Saverio Gaeta, testa e cuore del festival Leggendo Metropolitano, sa di non piacere molto negli ambienti letterari della città ma, abbandonati i modi ruvidi e con voce sommessa, aggiunge: «Non mi fa piacere sapere che la gente non mi ama, soprattutto da quando sono papà. Io non sono cattivo, né rancoroso, né potrei essere invidioso, perché quello che ho costruito è tutto e solo per merito mio».

Aveva un desiderio quando è arrivato a Cagliari 15 anni fa, creare un festival letterario che facesse respirare una vita intellettuale stimolante: uscire per le strade e poter incontrare, almeno una volta nella vita, uno scrittore celebre. Dalla prima edizione del suo format, che si svolse in una residenza storica a Gesturi, sono passati circa 8 anni e il suo sogno ha oltrepassato il mare impervio dell’isolamento. Oggi Leggendo Metropolitano è tra i festival italiani più prestigiosi, successo che si fa in fretta a misurare con cifre e visibilità internazionale.

Come nasce un evento culturale di valore?
Creando progetti validi che sono fatti di contenuti e idee, nomi forti di grande richiamo e dietro questo un’ottima organizzazione. Quando ho iniziato Leggendo Metropolitano avevo chiara l’idea su cosa volevo fare e dove volevo arrivare. Sono stato tacciato d’esser troppo ambizioso ma l’internazionalità la danno le idee, i nomi e l’ufficio stampa che ti fa uscire dappertutto. Io spendo sui diecimila euro e ancora sono pochi, ma qui da noi non c’è la mentalità e infatti i risultati ce li raccontiamo sempre tra noi.

Qual è il successo di Leggendo metropolitano?

Aver sempre cercato un tema e che fosse aderente alla realtà. A volte è solo fortuna, ad esempio in una edizione passata, due mesi prima che Berlusconi varasse la legge bavaglio, avevamo scelto di parlare di “LE PaRole leALI” e data l’occasione ai nostri incontri parteciparono tutti i controfirmatari di quella legge. Capitò la stessa coincidenza nell’edizione dedicata alle radici, quando esplose il medio Oriente e grazie al mio festival si riunì a Cagliari il gotha del mondo arabo. E poi vince la formula, perché io non presento libri ma storie e persone, e le narrazioni degli scrittori si accompagnano sempre ad altre figure, un filosofo insieme ad uno scienziato ad esempio. Mi piace mischiare per avere un confronto e una visione ampia dello stesso argomento.

Cosa non deve mai mancare in un festival per essere rilevante sul panorama internazionale?
Beh sicuramente il pubblico. Puoi ospitare il nome più cool del momento e avere una macchina organizzativa perfetta, ma se il pubblico non arriva non c’è festival che regga. Ciò che conta alla fine sono le presenze, e noi abbiamo superato le 25 mila.

Però resta un bacino locale con scarse ricadute sul territorio.
Il problema sono i costi per arrivare in Sardegna. Pordenonelegge, è la più importante rassegna che raggiunge le 100 mila presenze, in maggioranza studenti, ma il suo successo è soprattutto saper fare rete con le scuole.

In che rapporti sei con gli altri operatori del settore letterario, tra voi riuscite a fare questa discussa rete?

Io sono un uomo di rete ma queste collaborazioni riesco a farle fuori dalla Sardegna. Nella penisola sono promotore del festival Le Città del Libro, ho terminato la co-direzione di Chivasso, tra qualche giorno ci aspetta Pisa e poi esporteremo per la prima volta, in forma ridotta Leggendo metropolitano a Barcellona. Firmo accordi con associazioni internazionali e fondazioni prestigiose che mi garantiscono il loro sostegno ma se qui propongo una collaborazione è difficile trovare la disponibilità a seguirmi seguendo i mie standard qualitativi.

Perché non inviti mai autori sardi?
Che senso ha spendere centocinquantamila euro di soldi pubblici per far fare la passerella agli scrittori che sul territorio vediamo tutto l’anno? Augias, Cunningham, Fante si incontrano una sola volta. I nostri ce li abbiamo sempre qui.

E fuori dall’isola, in altri festival letterari, porteresti scrittori sardi?
Certo. Come organizzatore sceglierei Fois, Niffoi e Murgia ma a questi autori che si vendono con più facilità, io, Saverio, preferisco Abate, Capitta, De Roma e Mannuzzu. L’ultimo libro di Capitta è bellissimo.

Come misurate le presenze agli incontri letterari visto che non ci sono biglietti da pagare?
Attraverso i questionari e i registri che facciamo compilare ai partecipanti ma stando molto attenti a non creare duplicazioni della stessa persona, per questo facciamo anche controlli incrociati.

Hai fatto un’analisi su come si è conclusa la candidatura di Cagliari Capitale della cultura?
Penso che abbia perso una chance importante e che sia doveroso averne consapevolezza. Quando perdi devi metterti in discussione, è un esercizio necessario che deve essere fatto da tutti, me compreso, per non essermi imposto con l’amministrazione comunale e il direttore artistico come avrei dovuto fare.

In cosa si è sbagliato?

In tutto. Siamo stati inadeguati a tutti i livelli: nella parte progettuale, nella scelta del direttore artistico e nella parte organizzativa. Secondo me c’era una volontà di far vincere Cagliari, ma troppe cose non hanno funzionato e poi Matera aveva un progetto decisamente migliore.

Conta di più avere una solida casa editrice alle spalle o generosi contatti politici?
Nessuno dei due. Nel mio festival non c’è politica e non vendo libri, lo fa qualche libraio ma io non prendo nessuna percentuale sugli incassi. Io ho lavorato con la destra e la sinistra ma ho lottato perché ci fossero bandi pubblici con griglie precise che definissero i criteri di valutazione delle idee. Nella stesura di un progetto non temo concorrenti.

Eppure una critica che ti fanno colleghi e concorrenti è che tu sia sempre pronto a cambiar casacca per attingere ai finanziamenti dalla giunta di turno.
Si sbagliano, perché io Saverio, se nei panni di organizzatore sono apartitico, ho il mio credo politico tatuato sulla pelle, una falce e martello che risalgono ai tempi della militanza dentro Rifondazione comunista. Sono gramsciano eppure lavoro meglio con la destra perché non hanno l’abitudine di ficcare il naso negli aspetti dei contenuti, a differenza invece di quanto fanno molti presunti competenti di sinistra.

I concorrenti tuoi e del festival Tuttestorie, lamentano di prendere 1/3 di quanto arriva a voi dal finanziamento pubblico e che per questo non c’è equità e una giusta ripartizione delle risorse.
Io so di lavorare bene e ho creato un format che ha un grosso valore commerciale. Gli errori più frequenti che ritrovo nelle altre proposte sono la mancanza di un’idea da trasformare in una vision e mission; l’essere ripetitivi nella programmazione e la mancanza di umiltà, perché la superbia e la tracotanza non portano lontano e al termine di ogni festival, la prima cosa che chiedo ai miei collaboratori è di vedere ciò che è andato male.

Un nome della prossima edizione?
Rifkin. 

Come si diventa lettori?
Con un esercizio che inizia nell’infanzia. Per questo sono convinto che i libri indimenticabili sono quelli che ti hanno fatto amare la letteratura.

E quali sono i tuoi "indimenticabili"?
Kerouac mi ha aperto un mondo sconfinato facendomi avvicinare ai poeti maledetti e portandomi sulla strada degli americani. Posso citare anche “I fratelli Karamazov” e “Morte a credito”, ma i miei indimenticabili restano “Moby Dick”, “L'isola del tesoro”, “Il Corsaro Nero”.

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