Mer 20 Settembre 2017

Lexa Dudley, la scrittrice inglese che vuole essere donna sarda

 
Lexa Dudley, la scrittrice inglese che vuole essere donna sarda
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exa Dudley è un’energica signora di 74 anni. Vive in una cittadina vicino a Cambridge, scrive romanzi ed è perdutamente innamorata della Sardegna. Sbarcò sull’Isola la prima volta oltre quaranta anni fa, per caso, ma ne rimase subito conquistata. Suo marito aveva bisogno di una vacanza, doveva necessariamente prendersi una pausa, aveva detto il medico. La famiglia desiderava un posto caldo, un’isola del Mediterraneo, e poiché Lexa parlava francese la prima ipotesi fu la Corsica. Il tour operator, però, consigliò loro un’alternativa: Pula, sud Sardegna. Dovette indicarla sulla cartina, perché né Lexa né suo marito avevano mai sentito parlare di quella terra. “Era il 1972, quando l’aeroporto di Elmas era poco più che un hangar”, racconta.
Sono passati tanti anni da quando una bella ragazza inglese si aggirava per il centro di Cagliari con i suoi quattro bimbi biondissimi, a cui tutti volevano toccare i capelli. Lexa dice che la Sardegna è diventata la casa della sua anima, nella quale è tornata almeno una volta all’anno in questi 42 anni.

Ispirandosi all’Isola, due anni fa, ha pubblicato un romanzo The Whispering Wind ambientato proprio in Sardegna. Il titolo è un omaggio al vento che soffia senza tregua: “Voi non ve ne rendete conto - dice - ma quando la si visita per la prima volta, sembra che l’Isola sia in perenne movimento. Il vento sardo sussurra, costantemente”. 

L’idea di scrivere il libro è nata in Sardegna?
Ho sempre amato scrivere, quando ero giovane tenevo un diario. Ma pensai di farlo davvero quando tornai dal primo soggiorno sardo. È stato un lavoro molto lungo: i miei figli stavano crescendo e non sempre avevo tempo per scrivere. Alla fine mandai il libro a diverse case editrici, senza successo. Accantonai l’idea di pubblicarlo e poi un giorno mio marito mi disse: “Perché non lo riprendi in mano?”. Feci come mi consigliava di fare e rivedendolo capii perché aveva ricevuto tanti no. Quindi lo riscrissi. Trovai una casa editrice intenzionata a pubblicarlo, a patto che il finale fosse diverso. Non potevo accettarlo, non sarebbe stata la stessa cosa per me. Quindi mi sono rimboccata le maniche e l’ho pubblicato da sola e sono felice di dire che il libro ha vinto tre premi in America.

Il libro racconta una storia d’amore. Quanto c’è di vero nelle pagine del suo romanzo?
Posso dire che si tratta di una storia basata sulla mia vita, ma ambientata in Sardegna.

Cos’ha trovato di tanto speciale quando è arrivata qui per la prima volta?
All’inizio degli anni settanta le persone non viaggiavano molto e la Sardegna era ancora una sorta di terra vergine. Dall’Inghilterra si andava in Spagna o a New York, nessuno andava in Sardegna. La cosa che mi colpì fu la dolcezza dei sardi. Le persone erano amichevoli e dimostravano di avere tempo e attenzione per gli altri. Io non parlavo per niente l’italiano e se avevo bisogno di qualcosa tutti si adoperavano per aiutarmi. Ricordo che andai in un negozietto per compare qualcosa e un uomo mi disse “Aspetta, aspetta”. Andò nella casa affianco, trovò un uomo che parlava inglese, lo portò dentro il negozio per me così che io potessi dirgli di cosa avevo bisogno. E questo continuo a trovarlo in Sardegna: le persone hanno sempre un po' di tempo da dedicarti.

Secondo lei potrebbe succedere ancora oggi?
Beh non è proprio la stessa cosa, ma posso dirti che quando lo scorso ottobre sono stata al museo di Luigi Pilloni, parlai con un signore per prendere appuntamento per vedere l’esibizione. Mi disse che durante l’inverno era tutto chiuso: mi chiese da dove venissi e come mai ero interessata al museo e gli risposi che avevo molte stampe e molte mappe della Sardegna e scoprii che anche lui ne collezionava alcune. Detto questo, chiuse a chiave l’ufficio e mi portò a fare un tour privato del museo. Qui una cosa del genere non sarebbe mai successa e fui estremamente grata a quel gentiluomo per avermi dedicato il suo tempo e il suo interesse. Sfortunatamente ho perso il pezzo di carta in cui avevo appuntato il suo nome, era il signor Alessandro R… Fu veramente generoso con me, quindi posso dire: sì, ancora oggi può succedere.

Quanto è cambiata la Sardegna, dal ’72 ad oggi?
Io penso che siete stati molto intelligenti, perché in questi 40 anni non avete costruito grattacieli, avete mantenuto l’isola così com’era e penso che questo sia bellissimo. Avete conservato la vostra integrità: siete sardi e orgogliosi di esserlo. Certo, c’è stato uno sviluppo: quando siamo venuti per la prima volta Pula era un piccolo paesino e ora è cresciuto, ma non si è rovinato, non si è spogliato del suo fascino. Non avete i grossi palazzi che hanno in Spagna o in qualsiasi altra parte del mondo. Tutte le persone che sono state in Sardegna dicono di averla amata, perché è unica. E voi avete mantenuto questa unicità.

Lei si sente a casa quando viene in Sardegna?
Totalmente.

Cosa ama mangiare quando è qui??
Amo tutto il cibo tradizionale sardo. Posso dire che tra i miei piatti preferiti ci sono i maloreddus alla campidanese. E poi ovviamente amo il porceddu e il pane carasau.

Ha mai portato il pane carasau in Inghilterra?
Sì, ma possiamo anche compararlo qui, in qualche negozio.

Il pane carasau quindi è parte integrante della vostra alimentazione?
Non tutti i giorni, ma il sabato è il giorno della Sardegna. Quindi portiamo in tavola carne, formaggi e pane carasau. È una tradizione del sabato, il nostro appuntamento con l’Isola.

Tutta la famiglia ama la Sardegna?
Sì, tutti. Mio marito ama molto il cibo e soprattutto il vino sardo. Per Natale ho comprato degli amaretti, da regalare ai miei figli.

Ha mai pensato a come sarebbe stato vivere qui?
Tutti i giorni, soprattutto quando guardo fuori dalla finestra. Ora è nuvoloso, mentre in Sardegna ci sono 15 gradi e splende il sole. Non sarebbe difficile partire per me. Ma mio marito è molto inglese e per lui non sarebbe così facile. C’è un modo di dire che sostiene che non si dovrebbe vivere nella terra dei propri sogni e in parte credo sia così. Tuttavia, se per qualche triste ragione mi dovessi ritrovare sola, andrei senza dubbio a vivere in Sardegna.

Ci mostra i suoi anelli – fedine sarde – e la sua collana, dove tra i pendagli ci sono i bottoni tipici del costume sardo e ci confida di indossarli sempre. “La mia casa è tappezzata di mappe, libri, stampe, quadri sardi, in tutti i muri. Sembra quasi il museo di Luigi Pilloni”.

C’è una parte che preferisce della Sardegna?
Mi piace Barumini ma quando veniamo in vacanza stiamo a Villasimius, e la amo. L’acqua è incantevole, la spiaggia è fantastica e il paesino è carino. Sta crescendo, ma rimane adorabile.

C’è qualcosa che non le piace della nostra terra?
?Sì: è troppo lontana per andare e tornare in giornata. Ma a parte questo non posso dire se c’è qualcosa che non mi piace, anche perché i viaggiatori vedono la Sardegna attraverso degli occhiali “corrotti”, quindi non ho mai potuto vedere il lato brutto dell’Isola. Ora so che i giovani non hanno lavoro, e vedo anche il problema di una generazione che si sta perdendo, ma questo non è un problema solo sardo. Come ho detto, non c’è niente per cui io possa dire: “Questo non mi piace della Sardegna”.

Quindi le piace anche il formaggio coi vermi?
L’ho assaggiato, diversi anni fa. Delle persone mi hanno detto: “Non puoi venire in Sardegna e non aver provato il formaggio con i vermi”. Quindi l’ho provato e vedevo i vermi saltare sul tavolo e fare le corse. Non posso dire che lo amo, ma posso dire che l’ho provato.

Sappiamo che al momento sta studiando la storia e le tradizioni sarde per il suo prossimo libro, che sarà ambientato nella Sardegna di metà ottocento. Cosa la incuriosisce maggiormente delle tradizioni sarde?
Voi avete molte tradizioni. Quello che mi interessa di più è l’influenza delle superstizioni, molte delle quali oggi sono state dimenticate, sulla vita delle persone.

Quando pensa che uscirà il prossimo libro?
Siamo alla fase di editing, penso che ci vorrà ancora un annetto.

Come si intitolerà?
The Children of the Mists” e racconterà la storia di due famiglie che vivono vicino a Pattada, in un paese immaginario che chiamo Battada.

C’è qualcosa che vorrebbe dire alle nostre lettrici?
Io penso che le donne sarde siano cambiate, tanto. Quando sono venuta per la prima volta in Sardegna, nel 1972, eravate più che altro donne che stavano a casa. Ma ora siete più “aperte” ed è facile trovarvi in diversi luoghi. Spesso, quando volo sopra la Sardegna, mi metto a chiacchierare con il mio vicino di posto e c’è sempre qualcuno che mi dice: “Lavoro a Londra ma sto tornando a casa”. E mentre parlano vedo la gioia nei loro occhi al pensiero di tornare a casa. ?Penso che sia molto molto triste. Voglio dire: perché dovreste lavorare da qualche altra parte se avete la possibilità di vivere in paradiso? Io penso che la Sardegna dovrebbe diventare indipendente, e penso che potrebbe farlo facilmente. Se la Sardegna diventasse una tax free zone la vita sarebbe diversa. Probabilmente per farlo avete solo bisogno di mettere una donna in testa: una nuova Eleonora d’Arborea.
E poi vorrei dire che sono stata molto onorata di essere stata contattata da delle Donne Sarde e spero che un giorno potrò essere una donna sarda io stessa.

 

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