Mer 23 Agosto 2017

Cristina Caboni, la custode delle api che ama la scrittura

 
autore di Martina Marras |
Cristina Caboni, la custode delle api che ama la scrittura
Cristina Caboni
Tempo di lettura: 5 minuti

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ristina Caboni è il ritratto della dolcezza.

Forse complice il miele, pilastro portante della sua vita, forse un dono di natura, di quelli preziosi che a pochi sono concessi. Pacata e piena di positività, risponde con sincerità a tutte le domande che le vengono poste. Il suo primo libro, Il sentiero dei profumi, è presto diventato un best seller, in diversi Paesi, ma lei sembra non essere stata minimamente sfiorata da tanto successo. Sostiene che la sua vita non sia cambiata e lo dice in un modo talmente convincente che non resta alcuno spazio per i dubbi.

Cristina fa l’apicoltrice, perché tra le api è nata e cresciuta. Il suo secondo romanzo, La custode del miele e delle api, prende in prestito le sue conoscenze del settore. Difficilmente, per quello che è l’immaginario collettivo fatto spesso più di apparenza che di sostanza, si pensa a una scrittrice quotata pronta a ‘sporcarsi le mani’ in aperta campagna, dove si ode solo il ronzio delle operaie. Ma Cristina smentisce con grazia anche questo falso mito, non solo con il suo esempio di donna abilissima con la penna eppure apicoltrice, ma anche citando esempi letterari del mondo anglosassone, dediti all’arte della scrittura, ma amanti delle api. «Terry Pratchett aveva le sue arnie in giardino», dice con disinvoltura. «Gli scrittori spesso amano le api».

Quando hai scoperto che scrivere ti piaceva?
Ho iniziato a scrivere intorno ai trent’anni, quasi venti anni fa. Sono sempre stata una grande lettrice e forse per questo anche io volevo scrivere. Era un mio grande desiderio, ma non pensavo di avere le capacità. Ho iniziato a studiare scrittura creativa, ho seguito corsi, mi sono informata e ho scoperto che a scrivere si poteva anche imparare. Ho spedito i miei primi racconti a delle riviste femminili, sono stati accolti con molto favore tanto che mi è stato chiesto se potessi continuare e per me è stato magnifico.

Sei riuscita a conciliare famiglia e lavoro con una grande passione. Immagino non sia stato semplice
All’epoca avevo tre bambini piccoli (che oggi hanno tra i 23 e i 17 anni) e mi impegnavano tantissimo. Lavoravo come amministratrice dell’azienda familiare, non avevo ancora intrapreso la carriera di apicoltrice, ma dovevo sottostare agli orari di ufficio ed era dura. Nonostante tutto non mi sono fermata. Credo che quando la passione spinge in una direzione bisogna assecondarla. Per me la scrittura è qualcosa di intimo e privato. Penso che noi donne abbiamo bisogno di qualcosa di speciale che sia solo nostro. Siamo dedite a tante cose, alla famiglia, ai figli, al lavoro: avere qualcosa che sia solo per noi è un po’ terapeutico, credo.

I tuoi figli come vivono il fatto di avere una mamma scrittrice?
La verità, molto banale forse, è che in effetti nelle nostre vite non è cambiato niente. Ho sempre cercato di lavorare quando loro non erano in casa. In genere scrivo la mattina presto. Capisco che per chi vede la cosa dall’esterno sia automatico pensare a dei cambi radicali, ma dipende molto da come si vuole vivere la cosa. Se la vita funzionava prima bisogna solo adeguarsi a piccole novità, come prendere un aereo ogni tanto. Credo che una delle cose più belle è che ora posso comprare tutti i libri che voglio perché fa parte del mio lavoro.

 

Quanti libri ci sono a casa tua?
Un’infinità. Mio marito ha ricavato un’enorme libreria da una parete, ma non mi è bastata. Tempo fa, per comodità, avevo comprato un Kindle, ma non è servito a molto perché non posso fare a meno della carta. Ho bisogno di sottolineare e scrivere sui miei testi con i quali stringo rapporti molto stretti. Infatti detesto prestare i libri, ne sono molto gelosa.

Che effetto ti fa sapere che i tuoi libri vengono venduti e letti in tutta Europa?
Mi piace l’idea e mi entusiasma, ma è talmente lontana dal mio mondo che me ne rendo conto solo quando ricevo a casa il libro nella lingua in cui è stato tradotto. E poi ovviamente quando mi scrivono i lettori.

Ce n’è qualcuno che ti ha colpita particolarmente?
Ho ricevuto bellissime lettere, alcune anche molto private. Ce ne sono almeno due molto curiose. Quella di un ragazzo rumeno che mi chiedeva di suggerirgli un profumo da regalare alla ragazza di cui era innamorato per conquistarla. Mi sforzai tanto per cercare qualcosa all’altezza di una richiesta così dolce e romantica. L’altra era di una lettrice che mi raccontava di come, dopo aver letto il mio libro, avesse decise di lasciare il suo impiego per lavorare con i profumi. Era il sogno della sua vita, non lo aveva mai assecondato mentre il libro riuscì a spronarla. Leggendo la sua lettera ho capito quanto una semplice storia possa intervenire nella vita delle persone e credo che questo sia importante, molto più del successo.

Mi dici il titolo di un libro che per te è stato illuminante?
Ultimamente ho passato un brutto momento, tanto che non riuscivo più a scrivere. In questo frangente una cara amica mi ha regalato un libro perché mi aiutasse a riposare la mente. Era La verità sul caso Harry Quebert, un libro che avevo già iniziato a leggere senza terminarlo - evidentemente non era il momento giusto. L’ho ripreso e l’ho divorato. Quello è stato davvero un libro illuminante, mi ha aiutato a ritrovare il desiderio di scrivere.

A ottobre uscirà il tuo nuovo romanzo. Possiamo anticipare qualcosa?
Possiamo dire poco, se non che si tratta di una storia di famiglia, corale, più complessa dei libri precedenti. Ci saranno molte donne, ma anche un protagonista maschile molto importante.

Nei tuoi libri abbondano le donne. È un caso o una scelta?
Credo dipenda semplicemente dalle tematiche che ho scelto. E poi c’è il fatto che le donne sono le custodi della memoria familiare. Quando ero bambina erano le nonne, le zie le mamme che raccontavano le storie e per questo è più facile che divengano protagoniste. Penso alle meravigliose riunioni femminili in cui si facevano pane e dolci, condividendo storie e segreti, dividevano gioie e dolori.

Quanto gli scrittori mettono di loro nei libri che scrivono, secondo te?
Io penso che loro mettano le proprie esperienze di vita, ma non nei singoli fatti che raccontano. I personaggi hanno i loro occhi, il loro modo di vedere le cose, ma non necessariamente raccontano qualcosa di personale.

Chiedo a Cristina se vuole aggiungere qualcosa e lei prontamente risponde che sì, vorrebbe avere l’opportunità di ricordare ai tanti giovani che hanno desiderio di intraprendere la carriera di scrittori di credere un po’ più in loro stessi. «L’editoria ha delle regole che è necessario rispettare, ma non è vero che si riesce a far carriera solo se si hanno delle conoscenze influenti. C’è tanto spazio e le case editrici cercano sempre nuovi talenti. La Sardegna è una regione piena di grandi scrittori. Siamo stati allevati con tante storie, siamo un’isola di narratori. Vedere giovani demoralizzati mi intristisce moltissimo. Vorrei dire loro che bisogna avere coraggio e fiducia. Forse serve anche un pizzico di fortuna, ma fondamentalmente bisogna insistere. E leggere molto: chiunque voglia scrivere deve farlo».

 

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