Mer 24 Maggio 2017

Il giornalismo è passione e curiosità. Gianni Filippini si racconta

 
autore di Federica Ginesu |
Il giornalismo è passione e curiosità. Gianni Filippini si racconta
Tempo di lettura: 6 minuti

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el suo ufficio non c'è più appeso l'articolo dell'"Informatore Sportivo", quello storico che celebrava lo scudetto vinto dal Cagliari nel 1970, l'unico che adornava le pareti metalliche dello studio.
«È caduto e non l'ho ancora rimesso a posto, ma lo farò» dice con il sorriso Gianni Filippini, direttore editoriale de "L'Unione Sarda". Uno dei pilastri del giornalismo isolano.

«Sono un'anomalia» si definisce ridendo. Sessantatré anni di onorata carriera, Filippini è uno dei giornalisti più longevi d'Italia.
Impeccabilmente elegante con la cravatta regimental blu, si alza agile per prendere, dalla scrivania affollata di libri, il plico con le istantanee di un'esistenza piena di sorprese, vissuta e animata da un'inesauribile curiosità.

Gianni Filippini ha attraversato carta stampata, radio, TV. Apprezzato assessore alla Cultura della Giunta comunale presieduta da Mariano Delogu, amico di una vita, è stato anche presidente del Conservatorio di Cagliari, autore di canzoni. Non solo. Conduttore televisivo da 800 puntate, scrittore - l'ultima opera "Profili di Sardi Speciali. Trenta noti personaggi raccontati da un giornalista che li ha visti da vicino" -, lettore infaticabile - legge dai 120 ai 150 libri l'anno - , nonno di tre nipotine e tanto tanto altro.

«Ho iniziato la mia carriera per caso e per necessità - racconta seduto sulla poltrona rossa del salottino del suo ufficio nel cuore della redazione dell'Unione Sarda. - Ero uno studentello orfano di padre che aveva bisogno di un lavoro. Con sfacciataggine su sei, sette fogli di carta avevo scritto:
«mi chiamo Gianni Filippini, nato il 24 gennaio del 1932, sono uno studente universitario in giurisprudenza e cerco lavoro. Cordiali saluti". L'avevo mandato a Comune, Prefettura, altri uffici pubblici e infine all'Unione Sarda che mi rispose per prima. Assunto come correttore di bozze e reporter».

Immagino che le piacesse scrivere o sbaglio?
Ho sempre letto tantissimo sin dalla scuola media. A liceo ho avuto la fortuna di avere come insegnante Antonio Romagnino che mi ha trasmesso la voglia di leggere.
Per l'esame di maturità, al liceo classico Dettori, ho fatto tre temi. Due li ho venduti e hanno preso otto. Il mio, invece, è stato valutato sette. Era l'ultimo, scritto quando ormai ero stanco.
Ma non volevo fare il giornalista, sognavo di diventare magistrato. Quando ho iniziato a scrivere, ero riluttante. Il direttore Fabio Maria Crivelli diceva che avrei cambiato idea. I fratelli Fiori, Peppino e Vittorio, ottimi cronisti, cercavano di invogliarmi. "È un bel mestiere e mai possibile che abbiamo la fila di persone che vogliono fare il giornalista e tu non ne vuoi sapere?". Decisero di mettermi alla prova. Mi avevano affidato un'inchiesta sui quartieri di Cagliari. Il primo articolo era su Sant'Elia. A quei tempi, i giornalisti impiegavano almeno quattro o cinque anni prima di firmare con nome e cognome. Si andava avanti prima con le notiziette anonime di poche righe, poi si passava alle notizie siglate. Io, invece, bruciai le tappe. Ero entrato al giornale l'8 gennaio 1954. Avevo appena compiuto 22 anni, quando il 3 maggio dello stesso anno uscì il primo articolo a mio firma.

Si emozionò?
No, ero ancora convinto che sarei diventato magistrato. Avevo nel frattempo accettato di smettere di correggere bozze per fare unicamente il reporter. Per dirla proprio tutta, dopo il primo mese di assunzione a contratto, avevo visto quanto guadagnavano i giornalisti e avevo cambiato idea.
Per due anni sono stato studente lavoratore. Poi, la sera del 5 novembre del 1955, sono uscito dalla redazione e sono andato in viale Fra Ignazio, ho discusso la mia tesi di laurea sui poteri del Capo dello Stato e sono tornato in ufficio senza dire niente a nessuno. L'indomani sul giornale nella cronaca c'era la notizia: "Gianni Filippini si è laureato" a firma di Mario Mossa Pirisino. A casa mamma mi aveva rimproverato, ma non si era inquietata.

Che madre era la sua?
È stata una donna forte e coraggiosa. Mio padre è morto durante la guerra quando eravamo sfollati in un paesino della Marmilla. Ricordo che con altri bambini stavamo trasportando dei cesti d'uva. All'improvviso le campane del paese suonarono a morto. Non so perché, ma mi inginocchiai. Non sapevo che quei rintocchi erano per mio padre. Faceva il giornalista. Dirigente a L'Unione Sarda, direttore della Sardegna Sportiva. Ma, lo voglio precisare, non sono un raccomandato. Sono entrato all'Unione undici anni dopo la sua morte. Mia madre, invece, apparteneva a una famiglia nobile. Non aveva mai lavorato. Si era ritrovata all'improvviso senza risorse economiche e aveva trovato impiego in un distretto militare per mantenere la famiglia.

Qual è la lezione più preziosa che ha appreso dai suoi genitori?
Mi hanno insegnato l'onestà, l'educazione e il rispetto per gli altri.

Valori che lei è ha trasfuso nella sua carriera giornalistica
Non sono mai stato processato per diffamazione. Ne sono orgoglioso.

Adesso il giornalismo è spesso sotto attacco, messo in discussione dalla diffusione di notizie false non verificate. Che ne pensa?
Temo che l'irruzione dei social media abbia consentito ad alcuni velleitari di autodefinirsi giornalisti senza fare scuola. Improvvisando. È importante avere qualcuno che insegni e corregga. È indispensabile poi un rapporto rigoroso con la scrittura. Deve essere grammaticalmente e sintatticamente corretta, semplice e comprensibile. Quando tutti i lettori capiscono, significa che si è fatto il proprio lavoro con serietà. Io ho l'ossessione delle frasi brevi ed evito di utilizzare il "che" due volte di seguito. Anche le ripetizioni sono un'ombra in un articolo. Bisogna usare il vocabolario e il libro dei sinonimi. Non so quanti oggi lo facciano. È per questo forse che vedo poca qualità.
Se parliamo invece di autorevolezza, è spesso legata al giornale e all'opinione che ha il lettore del giornale in questione. Bisogna però anche saper essere autorevoli in prima persona. Non c'è nessuno che non voglia essere informato, ma è anche vero che non c'è nessuno che voglia essere imbrogliato.

Lei è stato cronista, caporedattore, direttore. Ha potuto osservare i mutamenti del mondo dell'informazione
Il giornalismo non è cambiato nella sua essenza. Sono cambiati gli strumenti della comunicazione. Ho coniato la mia personale definizione la prima volta che ho insegnato all'università di Cagliari: il giornalista è uno che unisce chi sa e chi vuole sapere. In questo c'è un passaggio di rigore etico per cui quello che ti dice la fonte non deve essere tradito.
Una delle cose che mi sforzo ancora di insegnare è che il giornalista deve essere cultore della verità. Senza fanatismi. Perché è vero che bisogna inseguire la verità con tenacia, cercandola e mettendo le fonti a confronto. La verità è però difficile da individuare.

Quali sono le doti di un buon giornalista?
Se si lavora in un quotidiano, prontezza e rapidità. Bisogna essere veloci.
Dietro ogni riga poi ci deve essere una cultura. Forse oggi è sottovalutata. Molti credono che sia qualcosa di facile acquisizione, da apprendere su Facebook o Twitter.

A proposito di social, lei ha il profilo Facebook
Un dovere professionale. Mi serve per sapere dove va il mondo.

Una sua grande passione?
La musica classica. Per mancanza di tempo, spesso, faccio l'abbinata cuffia e lettura. Da bambino avevo chiesto ai miei genitori di poter imparare a suonare il pianoforte. Sbagliavo sistematicamente il solfeggio. Ogni volta, la maestra prendeva la bacchetta di un violino e mi fustigava. L'ha fatto una, due, tre volte alla quarta una parolaccia ha messo fine alla mia carriera. La passione per la musica è, invece, continuata. Amo Chopin, quasi tutto Mozart e Beethoven.

L'articolo a cui è più legato
Non so. Ho un legame disincantato con i miei articoli.
La mia segretaria mi ha incorniciato il primo, quello su Sant'Elia, che ho appeso in casa. Devo dire che se fossi stato io capocronista, mi sarei mandato a quel paese.

È stato anche viaggiatore instancabile
Ho visitato quasi tutto il mondo. Mi sono piaciuti soprattutto i posti strani. Come la Papua Nuova Guinea.
Non sono mai andato nelle Filippine perché ogni volta che volevo andarci mia moglie diceva: "Nelle Filippine? A casa nostra di filippini ci sei tu e i nostri due figli. Lí ce ne sono 50 milioni e non li voglio neanche vedere!" Quindi niente Filippine.

Dal 2003 è direttore della Biblioteca dell'Identitá, cosa significa per lei essere sardo?
Sono responsabile di una lodevole iniziativa de L'Unione Sarda. Un modo per indagare gli aspetti della sardità, termine che non amo, ma che racchiude l'essere sardi, avere un'identità precisa. Ossia un bel numero di virtù, pregi e qualche difetto. Per esempio non siamo capaci, se non raramente, di unire le nostre forze.

Tornando indietro sceglierebbe di nuovo la carriera giornalistica?
La mia risposta è sì.
Una delle soddisfazioni più grandi che ho avuto è stata quella di pubblicare 58 collane e vendere 7 milioni e mezzo di libri.
Ho provato, per mia fortuna, tutti i passaggi gratificanti della carriera giornalistica. Finito il percorso, sono diventato dirigente. Ancora adesso lavoro con passione.
Tornassi indietro, forse sarei meno barroso (testardo in sardo) rispetto all'inizio. Riconosco che il mio sia un lavoro totalizzante. Le rinunce non sono state particolarmente pesanti grazie a mia moglie che è sempre stata molto comprensiva.

Pioniere su molti fronti, è stato il primo in Sardegna ad assumere come praticante una donna. Maria Paola Masala, la prima giornalista iscritta all'albo dei professionisti dell'ordine regionale. Gianni Filippini non pensa per ora alla pensione anche se «Prima o poi mi ritirerò a vita privata. Non ho ancora finito di imparare, c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e poi amo troppo quello che faccio. La verità? Anche se la crisi morde e non è facile affrontarla, continuo a fare il giornalista perché è troppo divertente».

 

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