Mer 20 Settembre 2017

Annamaria Bruni, la fotografa sarda premiata dalla Nikon

 
autore di Federica Ginesu |
Annamaria Bruni, la fotografa sarda premiata dalla Nikon
"Greeting to the sun"

Con la sua foto, destinata a diventare iconica, ha vinto uno dei premi fotografici più prestigiosi del mondo. Il concorso che bandisce ogni due anni la Nikon.

Ma lei, Annamaria Bruni nata a Cagliari e ora cittadina del mondo, ha saputo fare di più. L’ha vinto, sbaragliando 21.500 partecipanti, nell’anno dedicato ai cento anni della casa nipponica che produce strumenti per catturare immagini. La foto, che si è aggiudicata il Nikon 100th Anniversary Prize, è come un’opera d'arte. Paragonata dai giudici del contest a un quadro di Veermer o Rembrandt.

Intitolata “Greeting to the Sun” (Saluto al sole) scattata in Egitto, terra in cui Annamaria ha vissuto per dieci anni, immortala Madiana, la nonna di una sua amica, mentre compie la rituale preghiera musulmana del mattino. Un fascio di luce la accarezza in un momento magico che diventa senza tempo: la serena celebrazione di un nuovo giorno. Il potere dei contrasti e un incantesimo di luce e buio raccontano una storia umana: quella di una donna che non può più inginocchiarsi, ma prega seduta su un divano.

«Mi hanno chiesto se quella posa fosse studiata» - racconta Annamaria al telefono da Roma, città in cui risiede attualmente, il giorno prima di partire di nuovo per l’Egitto - «In realtà è stato uno scatto spontaneo. Non ho fatto nessuna preparazione. Ho avuto la fortuna di vedere una scena bellissima e di rendermi conto che era un momento da ricordare. Non pensavo però potessi vincere un premio così importante».

Invece il suo scatto ha conquistato la giuria. Quando ha saputo che aveva vinto il primo premio, cosa ho provato?
È stata una bella scoperta. Ho ricevuto una mail della Nikon in cui non era specificato cosa avessi vinto. Ho pensato a un riconoscimento qualunque. Già nel 2014 mi ero aggiudicata un premio minore con il video “Women of the Silk Road” sul progetto realizzato in Afganistan da Vento di Terra insieme all’ONG locale Raada che coinvolgeva le donne produttrici di seta. Per questo concorso invece avevo mandato 5 foto, ne avevano selezionato due. Alla prima mail, ne è seguita una seconda in cui mi hanno invitata a Tokyo per la premiazione. Ma ho rifiutato perché era troppo lontano e volevo fare altri viaggi in quel periodo. Invece la Nikon ha insistito e mi ha scritto di nuovo dicendomi che avrebbe provveduto a pagarmi lo spostamento e il soggiorno. Poi a fine giugno hanno pubblicato i nomi dei vincitori e ho realizzato.

Quando è nata la passione per la fotografia?
È stato mio padre ad avermela trasmessa. Aveva un amore sconfinato per le foto che coltivava fin da quando era ragazzo. Faceva molti ritratti ai suoi quattro figli e in più c'era un'altra grande passione: quella per National Geographic, quindi fotografia naturalista e reportage. Aveva l'abbonamento con la rivista originale americana che arrivava a casa. Io ho preso la sua stessa inclinazione, quell’attrazione irresistibile per il mondo delle immagini.

Quando ha iniziato?
A vent'anni, quando ho pensato a cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita. Dopo il diploma di ragioneria, ho scelto di non frequentare l'università. Ero indecisa se iscrivermi a un corso di make up o a uno di fotografia perché mi piacevano molto le riviste e le foto. Ho deciso di lasciare la Sardegna per Milano dove viveva mia sorella e ho frequentato un corso di moda per potermi creare il portfolio di scatti con cui andare in giro per chiedere lavoro. Amavo realizzare ritratti femminili, ma il mondo della moda era complicato. La mia prima mostra, invece, l'ho allestita a Cuglieri, in provincia di Oristano, comprendeva lavori naturalistici. Nel 2000 mi sono trasferita a Londra. Per potermi mantenere facevo la cameriera e lavoravo con le agenzie di modelle. Realizzavo i test fotografici alle ragazze per capire se erano fotogeniche. Al tempo c'era la pellicola e non il digitale ed era molto costoso lavorare. In quel periodo ero fidanzata con un istruttore subacqueo che si doveva trasferire per lavoro a Sharm El Sheik. Alla fine ho lasciato anche io Londra e l'ho seguito. Ho incominciato così a cimentarmi con la fotografia subacquea.

È difficile essere una fotografa che immortala i fondali del mare?Devi imparare ad andare in acqua ed esser brava a fotografare. Quando lavori, poi, hai poco tempo per renderti conto della bellezza del mare. È molto impegnativo. Mi occupavo di fare le fotografie ai subacquei quindi dovevo immergermi con loro, fotografarli, uscire dall'acqua, vendere gli scatti e preparare il cd. Non riuscivo a godermi l’incanto dei fondali. Ultimamente è diverso.
Ho fatto safari subacquei ed è qualcosa di indescrivibile. Stare in mezzo agli squali, vedere le mante o la vita marina ti mette in pace con il mondo, non hai bisogno di nient'altro. L’acqua mi dà energia come pochissime cose al mondo. Consiglierei a tutti di provare questa esperienza.

Non solo natura e moda. Lei ha raccontato attraverso le foto le periferie del mondo dove la povertà ferisce come la lama di un coltello e le tracce della guerra sono impresse nei visi, nei corpi di chi hai incontrato. Filippine, Afghanistan, Gaza, Egitto e tanti altri luoghi. Si è dedicata ai reportage sociali con le Ong. Perché ha scelto di farlo?
La morte di Vittorio Arrigoni, attivista italiano ucciso a Gaza nel 2011 mi aveva colpito. Da quel momento mi sono interessata alla Palestina, dovevo conoscerla. Sono andata, come volontaria, nel campo profughi di Aida, vicino a Betlemme, e ho insegnato fotografia ai bimbi palestinesi. Ho raccontato le storie dei rifugiati e mi sono interessata alla rivoluzione della Siria e ai profughi di quel paese che si trovavano in Libano. C'è tanta disperazione. E sono realtà così lontane che a volte dal di fuori non si capiscono realmente. Fare reportage sociale serve a seminare speranza, a creare, questo è il mio intento, una piccola consapevolezza.

Cosa l'ha colpita davvero in questo suo peregrinare ?
La bellezza di posti come l'Afganistan, nonostante fosse difficile da raggiungere. È una terra in cui gli spostamenti sono rischiosi. La guerra non è però riuscita a intaccare la meraviglia di un paese che sembra uscire da un National Geographic degli anni ‘80. 
Porto dentro di me gli occhi dei bambini velati di dolore. Ridono, giocano, si rincorrono ma hanno perduto per sempre qualcosa. Nei loro disegni c'è tutto l'orrore dei conflitti: occhi che lacrimano, carri armati che marciano. Mi hanno colpito e rattristato moltissimo. A Il Cairo ero rimasta shoccata. Vedere la povertà in cui vivevano i bimbi mi ha fatto male al cuore. Mi sembrava un’enorme ingiustizia.

Essere donna l'ha agevolata nel suo lavoro?
Per quanto riguarda la subacquea, un campo per molto tempo considerato quasi esclusivamente maschile, non è stata una passeggiata.
Quando lavori in una barca in mezzo agli uomini, devi saperti far rispettare.
In generale essere una fotografa, per certi versi, mi ha aiutata. In Medio Oriente ho avuto accesso a delle situazioni familiari in cui c'erano donne e bambini, per un fotografo sarebbe stato più difficile. È anche vero, però, che se fossi stata uomo avrei avuto accesso ad altre cose.
In realtà essere donna dieci anni fa non è stato assolutamente un vantaggio, perché ho conquistato con fatica la credibilità, ho lottato per far capire che ero capace di fare il mio lavoro. Ero imbrigliata dagli stereotipi. Le persone vedevano un uomo con un gilet e la borsa fotografica e lo consideravano subito un fotografo. Io ero diversa. Ero una ragazza di trent'anni che non aveva niente di tutto quello che poteva prevedere il fotografo standard dell’immaginario e ho faticato per questo.

Cosa vuole raccontare e trasmettere attraverso le sue foto?
Quando lavoro penso a trasmettere cosa percepisco. In realtà faccio foto per me stessa e non per gli altri. Provo a seguire il mio istinto, a catturare le mie emozioni. La fotografia è creazione, il mio modo per sentirmi viva e per far passare dei messaggi che vorrei arrivassero dritti al cuore.
Fotografare è amare. La passione che metto nel mio lavoro mi ha aiutata a superare dubbi, a sopportare i sacrifici. Avevo quella spinta in più che non mi ha fatto mollare. Il premio, credo molto nel destino, è arrivato al momento giusto.

Cosa direbbe a un ragazzo o a una ragazza che ha la sua stessa passione?
Persistere porta a dei risultati. Continuate a crederci sempre perché io, sbagliando, non l'ho sempre fatto. Siate umili e pieni di gioia. Seguite la vostra indole. C'è da dire che con l'avvento del digitale ci sono molte più possibilità che una persona possa fare fotografia anche senza un particolare talento. C'è chi si improvvisa. Però se ti manca quello che ti viene dentro, non c'è niente da fare. La forte passione non te la puoi inventare. Puoi diventare un po' più bravo, ma la sensibilità nel vedere certe cose se non ce l'hai, sarà difficile che nasca di punto in bianco.

Cosa significa per lei essere una donna sarda?
Significa aver assaporato la pace della mia terra. Sono legata ai suoi profumi, al suo humus. All'inizio ho provato molta nostalgia, ma ho imparata a tenerla a bada. Ogni anno torno per ricaricarmi. Verrò ad ottobre prima di partire per le Filippine

 

Quando non fotografa, nuota e si prende cura gli animali randagi. Annamaria Bruni continuerà a girare il mondo. Sogna di andare in lran e raccontare l’antica storia di questo paese, delle sue donne, dei suoi bambini. Attraverso le foto ha testimoniato porzioni di mondo. Ha il cuore sardo con un battito cosmopolita, la sensibilità di narrare storie dimenticate, il coraggio con la sua arte di rompere il silenzio di un’indifferenza lacerante.

©Riproduzione riservata

 

 

Tags: fotografia   arte