Donna Sarda http://www.ladonnasarda.it/ Donna Sarda donnasarda.it donnasarda.it http://www.ladonnasarda.it/img/donnasarda.png http://www.ladonnasarda.it/ L'Homeschooling è legale. L'Istruzione è d'obbligo ma non la Scuola http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7166/l-homeschooling-e-legale-l-istruzione-e-d-obbligo-ma-non-la-scuola.html Qual è la situazione in Sardegna? Abolizione della Scuola dell'obbligo? Dalla polemica sulla "Buona Scuola" all'estinzione della Scuola Pubblica e Paritaria. Qual è il futuro dell'Istruzione italiana? <p>P</p><p>inocchio e Lucignolo, nella celebre fiaba di Collodi, trascorrevano buona parte del proprio tempo a progettare le giornate nel sospirato Paese dei Balocchi, in una ricreazione perenne.</p><p>Tutti noi ricordiamo il trauma infantile delle levatacce mattutine e le lunghe ore sui banchi di scuola tra maestre non sempre materne, preparate e coinvolgenti. Ma talvolta la realt&agrave; supera la fantasia ad ampie falcate, tanto da proiettarci sui lidi delle pi&ugrave; moderne teorie pedagogiste secondo le quali <strong>la Scuola dell'obbligo &egrave; vicina alla sua fine naturale</strong>. O meglio, dando un'attenta lettura all'articolo 34 della Costituzione Italiana non sarebbe la Scuola ad essere obbligatoria bens&igrave; l'Istruzione, in senso infinitamente pi&ugrave; lato.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15c0e010832.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />In base alla stretta interpretazione della legge arriva, anche in Sardegna - bench&eacute; stenti a proliferare - <strong>il fenomeno dell'educazione parentale, o <em>Homeschooling</em></strong>, perch&eacute; homeschoolers si definiscono quei genitori che impartiscono personalmente le proprie concezioni didattiche ai figli, sfumando nettamente il contorno tra attivit&agrave; educativa e istruzione. Ad oggi hanno abbandonato la scuola pubblica e paritaria 269 bambini della Primaria (le vecchie scuole Elementari), 339 ragazzi delle scuole medie e 341 ex iscritti ai Licei.</p><p><strong>I forum d'opinione degli homeschoolers</strong> propongono un'assistenza continua a chi intenda intraprendere l'esperienza, in ogni regione d'Italia, mettendo a disposizione abbondante materiale divulgativo (a pagamento) proposte di uscite di gruppo per confronto, meetings periodici, opuscoli e manuali. <br />&Egrave; certamente interessante valutare pregi e difetti dell'impresa. Il filo conduttore tra i genitori che scelgono l'Istruzione parentale &egrave; una brutta esperienza con la Scuola Pubblica e quella Paritaria.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15c0e012a04.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Il pensiero di una delle mamme homeschoolers</strong> sintetizza i numerosi interventi delle altre: &laquo;La scuola pubblica omologa e livella le persone con l'impiego di un solo libro di riferimento. I bambini devono stare tutti seduti. I bambini sono etichettati come perdenti o vincenti dal sistema scolastico. Bene, i perdenti &egrave; meglio che studino a casa&raquo;.&nbsp;<br />Il sistema del 'Contro Scuola', che raccoglie l'esperienza di un gruppo di famiglie homeschoolers, propone una serie di attivit&agrave; parallele a quelle della scuola: viaggi, visite allo zoo e altre iniziative ludiche in risposta ad osservazioni come quelle di una mamma scettica. &laquo;Ci sono spunti interessanti ma mio figlio ad esempio non potrebbe fare assolutamente a meno dei suoi compagni di scuola. Con loro &egrave; felice, gioca durante e dopo scuola, litiga-media e impara a far la pace o a dimenticare, ma soprattutto attraverso loro impara: imitando un bambino ha iniziato a disegnare. Se avessi seguito le inclinazioni di mio figlio chiss&agrave; ancora per quanto non avrebbe disegnato, nulla di che se ne faceva a meno, ma e' sempre uno strumento in piu'. Per ci&ograve; che riguarda il movimento, il viaggio e conoscere persone nuove si pu&ograve; fare al di la' della scuola, nei tre mesi di vacanza, ma anche andando a cena da un compagno che viene da Paesi lontani&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15c0d077482.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Pi&ugrave; ostile si dimostra un'altra mamma</strong> che si dice certo interessata ad assecondare le inclinazioni naturali del proprio bimbo ma solleva un'obiezione precisa: &laquo;A scuola non si va solo per imparare discipline e concetti. A scuola si va anche per esercitare competenze sociali nel rapporto con gli altri. E i bambini moderni hanno gi&agrave; famiglie striminzite o monogenitoriali. Vogliamo proprio ridurli all' eremitaggio?&raquo;.</p><p><strong>Non trovano mai risposta per&ograve; quesiti concreti</strong> come la difficolt&agrave; oggettiva di genitori che, seppur sinceramente interessati all'iniziativa, sono entrambi lavoratori e non potrebbero occuparsi dell'istruzione parentale, questo target genitoriale non sembra preso in considerazione. <br />Positiva <strong>l'esperienza di una mamma sarda</strong>, dell'hinterland cagliaritano, che riporta entusiasta: &laquo;Ho gi&agrave; cominciato con l&rsquo;homeschooling coi miei ultimi quattro bambinini. Credo fermamente nella mia scelta quindi, nonostante sia ancora 'alle prime armi', e sarei ben felice di mettermi a disposizione per sostenere questo grande progetto&raquo;.</p><p><strong>Un pap&agrave; di Nuoro</strong> <strong>chiede consiglio</strong>, assolutamente interessato all'iniziativa: &laquo;Vogliamo prendere tutte le info per poter fare homeschooling a nostra figlia, ma qui a Nuoro non sappiamo come fare e se ci sono famiglie che lo hanno gi&agrave; fatto. Siamo convinti sia la scelta migliore ma abbiamo bisogno di aiuto&raquo;.<br />Non &egrave; possibile liquidare la tematica con considerazioni aprioristiche, specie in tempi in cui il bullismo e le frequenti esperienze negative legate alla dimensione scolastica pongono pi&ugrave; di un interrogativo. L'emergenza educativa esiste, &egrave; palpabile, e ogni ipotesi &egrave; da valutarsi con grande seriet&agrave; dal momento che si parla dello sviluppo del bene pi&ugrave; grande, il proprio figlio.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15c0e0116af.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Cosa si nasconde, quindi, dietro l'aumento significativo di questo fenomeno?</strong> Il filo conduttore, tra i genitori che scelgono l'Istruzione parentale, &egrave; una brutta esperienza con la Scuola Pubblica e quella Paritaria. &Eacute; presto per dire se l'Homeschooling sia una terra di mezzo in cui i problemi sono solo rinviati. I tempi non sono maturi per stilare una casistica di successi o fallimenti in direzione dell'educazione parentale. <strong>Difficile azzardare giudizi univoci</strong> dietro scelte che coinvolgono una lunga serie di fattori. Certamente i casi sempre pi&ugrave; diffusi di maltrattamenti da parte degli insegnanti tra i banchi, specie della scuola primaria e l'imperversare di altrettanti casi gravi di bullismo tra studenti non sono aspetti secondari che spingono alla sicurezza di un contesto familiare per l'apprendimento.</p><p>Ma altri sono gli elementi che concorrono ad abbandonare la forma di istruzione pubblica da parte dell'alunno domestico. Tra essi la realt&agrave; di numerosissime famiglie affogate dalle spese. I materiali scolastici, i trasporti, i viaggi di istruzione, la schiavit&ugrave; dei corredi da cancelleria dei marchi pi&ugrave; in voga, la mensa incidono in maniera significativa sul bilancio familiare.</p><p><strong>Difendersi o imparare, socializzare o puntare alla propria incolumit&agrave;?</strong> Certo l'educazione parentale &eacute; una macchina formativa funzionale al suo tempo, ma sar&agrave; sufficiente questa rivoluzione pacata e solerte a dire la parola definitiva contro gli episodi della mala scuola? L'emergenza educativa &egrave; palpabile e forse l'homeschooling sar&agrave; l'ago della bilancia di una nuova calibrazione delle priorit&agrave; per la scuola e la famiglia italiana.</p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS scuola diritti educazione Wed, 17 May 2017 22:01:36 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7166/l-homeschooling-e-legale-l-istruzione-e-d-obbligo-ma-non-la-scuola.html ilaria.muggianu.scano 2017-05-17T22:01:36Z Colpevoli di essere belle: la storia delle schiave di Carloforte http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7146/colpevoli-di-essere-belle-la-storia-delle-schiave-di-carloforte.html Francesca e Anna giunsero a Tunisi dopo l'assalto di Carloforte (1798), furono rese schiave e concubine, ma il destino riservava altro per loro: una corona e le attenzioni "particolari" di un console. <p>L</p><p>a notte fra il 2 e il 3 settembre del 1798 un&rsquo;orda di pirati tunisini sbarc&ograve; nei pressi di Punta Nera, a sud dell&rsquo;Isola di San Pietro. Circa 800 barbareschi si resero protagonisti, in poche ore, del <strong>pi&ugrave; crudele saccheggio che Carloforte ricordi</strong>. Le case vennero distrutte e depredate degli averi della povera gente, le donne furono violentate e gran parte di esse, assieme a molti bambini, entrarono a far parte dei 950 schiavi trasferiti in un batter d&rsquo;occhio a Tunisi.</p><p>Secondo una leggenda la terribile incursione deriva dall&rsquo;insana vendetta di un capraiese convertito all&rsquo;Islam, tale Gian Samosa, che avendo scoperto l&rsquo;infedelt&agrave; della moglie carlofortina decise di punire l'intera isola guidando i predatori.&nbsp;Tuttavia nella storia della pirateria mediterranea ricorrono diverse storie su <strong>mogli traditrici e sadici vendicatori</strong>, e molti esperti la ritengono una versione romanzata dei fatti.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15c10480156.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Carloforte" data-credits="" />Francesca Rosso e Anna Porcile per&ograve; sono esistite davvero</strong>, cos&igrave; come il loro fascino e la loro bellezza, che paiono avere stregato gli uomini d&rsquo;Arabia come le pi&ugrave; alte rappresentanze diplomatiche americane e gli uomini inglesi.</p><p>Francesca Rosso nacque a Carloforte nel 1789 e venne rapita la notte dell&rsquo;assalto presso l&rsquo;abitazione della zia Antonia Cappai. Dopo il sequestro si ritrov&ograve; schiava del Bey di Tunisi. In quel periodo la sua vita incrocia quella del fratello minore del Bey, che se ne innamora perdutamente, pur non essendo corrisposto e nonostante le ritrosie della madre di lui, che non vedeva di buon occhio l&rsquo;ammaliante sarda.</p><p>Si dice che Francesca, accettando il consiglio di Sessa - una donna maltese che come lei si trovava al servizio dei regnanti -, propose all'uomo di accettare il suo amore se solo avesse rinunciato alla poligamia, e fu cos&igrave; che si ritrov&ograve; moglie del Bey nel 1806 con il nuovo nome di Lella Jenet Beia (Lella significa "signora" e si riferisce ai membri della famiglia del Bey o di nobili natali).</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15c1048c564.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Ahmed Ben Mustaf&agrave;m figlio di Francesca Rosso" data-credits="" />Dal regnante Francesca ebbe un figlio</strong>&nbsp; - Sidi Hamed Bey detto &ldquo;il sardo&rdquo; - e tre femmine: Sassiya, Mahbuba e Kalthoum. Mor&igrave; nel 1860 e fonti francesi <em>(L&rsquo;Ami de la religion, journal eccl&eacute;siastique, politique et litt&eacute;raire)</em> la descrivono come una grande donna d&rsquo;affari, influente, che godeva di molta stima.</p><p>Fra i nomi delle schiave portate a Tunisi figura anche quello di Anna Maria Porcile, la cui storia &egrave; talmente avvincente da aver ispirato lo scrittore Richard Zaks, autore del libro <em>The Pirate Coast</em>, in cui viene riportata proprio la storia della donna carlofortina.&nbsp;<br />Come riportato dal console olandese a Tunisi Antoine Nyssen, Anna era una delle &ldquo;six jeunes filles&rdquo; destinate a soddisfare i desideri sessuali dei pirati su ordine del Rais. Nata anche lei come Francesca a Carloforte, era figlia dell&rsquo;illustre Conte Porcile.</p><p><strong>All&rsquo;epoca del rapimento aveva solo 12 anni</strong>, ma gi&agrave; spiccava fra le altre schiave per l&rsquo;incredibile bellezza, tanto da suscitare l&rsquo;attenzione dell&rsquo;ammiraglio della flotta tunisina Muhammed Rumelli, che diede poche chances alla famiglia della povera fanciulla: se non avessero pagato un riscatto di 16mila piastre, sarebbe diventata la sua personale concubina.&nbsp;</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15c104a4d66.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Isola di San Pietro" data-credits="" />Nell&rsquo;impossibilit&agrave; di pagare e sull&rsquo;orlo della disperazione, <strong>la madre e le sorelle di Anna cercarono aiuto presso i consolati danese</strong>, francese e inglese, finch&eacute; l&rsquo;11 ottobre del 1800 il console americano William Eaton &nbsp;anticip&ograve; la somma necessaria.&nbsp;Della sua liberazione si interessarono molti altri uomini. Ecco lo stralcio di una lettera del 1803, inviata da George Devis, incaricato degli affari americani a Tunisi al Sig. Devoize, l&rsquo;allora Commissario delle relazioni commerciali della Repubblica Francese:</p><p><em>&ldquo;Essendo stato informato da un po&rsquo; di tempo che voi siete stato incaricato di riscattare tutti gli schiavi dell&rsquo;isola di S. Pietro, senza eccezione, vi prego di farmi sapere se la signorina Anna Porcile fa parte di essi o se avete avuto l&rsquo;ordine di soddisfare le richieste del Sig. William Eaton, ex console Usa, per 17mila piastre tunisine di cui io sono stato incaricato, per conto del mio governo, di reclamarne il pagamento, per il riscatto che egli fece della suddetta signorina&rdquo;.</em></p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15c104e16ba.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Anna si ritrov&ograve; presto nella casa del console a Tunisi</strong>, ad occuparsi di faccende domestiche e amministrative, ad insegnare l&rsquo;italiano al suo salvatore&nbsp;la cui conoscenza era fondamentale per gli affari commerciali del Mediterraneo.&nbsp;Divenuta libera si trasfer&igrave; nell&rsquo;isola di Minorca, dove visse per 9 mesi con il suo nuovo compagno inglese Mr. Hargraves, e di l&igrave; a Londra, dove mise su famiglia e divenne madre di tre figli: Luisa, Carolina e Giacomo.</p><p>Il bilancio della coppia per&ograve; era in rosso, e Anna inizi&ograve; (incredibilmente) a cercare lavoro nel luogo che la vide schiava, il Nord Africa, perch&eacute; era l&igrave; che si svolgevano gli affari pi&ugrave; importanti. Si rec&ograve; dunque a Tripoli per seguire il lavoro del marito, ma dalle fonti in nostro possesso, non sappiamo che sorte abbia avuto, e la sua vita da questo punto in poi rimane avvolta nel mistero.</p><p><strong>Fra dolore, felicit&agrave; e passioni, questa &egrave; la storia di due donne che potevano vivere,</strong> invecchiare e morire nella propria isola, ma che il fato ha voluto diventassero schiave, e poi compagne di regnanti arabi o commercianti inglesi. Il filo del destino ha portato Francesca a Tunisi, e Anna in giro per il Mondo, ma le loro vicende continuano a far parte del patrimonio di Carloforte, e il loro sangue continua a scorrere nelle generazioni dopo di loro.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy; Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&nbsp;</span></p> NEWS carloforte storia donne sarde Tue, 09 May 2017 15:03:19 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7146/colpevoli-di-essere-belle-la-storia-delle-schiave-di-carloforte.html admin 2017-05-09T15:03:19Z Marisa Pavan. La prima attrice sarda nominata agli Oscar http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7122/marisa-pavan-la-prima-attrice-sarda-nominata-agli-oscar.html La storia di Marisa Pavan, sorella gemella della star Anna Maria Pierangeli, che divenne attrice per caso e ottenne una nomination agli Oscar nel 1956, ritirando quello della grande Anna Magnani <p>A</p><p>ll'inizio&nbsp;<span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">ha vissuto</span>&nbsp;</span>all'ombra della sorella gemella <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/2956/tra-film-e-tragedia-la-storia-di-un-amore-nella-hollywood-anni-50.html" target="_blank">Anna Maria Pierangeli</a></strong></span>, ma alla fine, insieme alla grande Anna Magnani, &egrave; stata la prima attrice italiana a ricevere una nomination agli Oscar. Altera, schiva, ambiziosa ma per nulla attratta dal mondo dorato di Hollywood, <strong>Marisa Pavan</strong> era molto diversa dalla sorella, pi&ugrave; ingenua ed espansiva, sognatrice e vulnerabile, che pass&ograve; alla storia come l'unico grande amore del divo ribelle James Dean.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bc3eb1026.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="per " data-credits="" />Maria Luisa Pierangeli </strong>(questo il suo vero nome) nasce a Cagliari il 19 giugno 1932, venti minuti dopo la sorella gemella Anna Maria. A soli tre anni lascia la Sardegna e si trasferisce con la famiglia a Roma. Nella capitale, la giovane Maria Luisa studia lingue straniere, a differenza della sorella che preferisce le arti, come la pittura e la scultura.&nbsp;</p><p><strong>Nel 1948 avviene la svolta.</strong> Vittorio De Sica scopre Anna Maria, che ottiene un ruolo da protagonista in <em>Domani &egrave; troppo tardi</em>, al fianco dell'attore. Il film ha un enorme successo e, notata dalla Metro Goldwyn Mayer, ottiene un contratto di 7 anni a Hollywood.</p><p><strong>Maria Luisa non &egrave; interessata alla carriera di attrice</strong>, ma nel 1950 segue la sorella in California, insieme alla madre Enrica e alla sorella minore Patrizia, in assenza del padre, morto da qualche anno.&nbsp;&laquo;Nostro padre &egrave; morto a 40 anni quando noi ne avevamo 15. La presenza dell'uomo in famiglia noi non l'abbiamo mai avuta, siamo cresciute in un ambiente tutto al femminile. Mamma ci ha fatto da padre e da madre ed &egrave; stata il nostro unico modello parentale. Siamo state donne combattenti e siamo riuscite a sopravvivere. Ci siamo battute come uomini&raquo;, racconta l'attrice.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bc3eb1c84.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Marisa e Anna - Fonte Magazine Screenland Plus TV-Land " data-credits="" />Anna Maria assume il nome &ldquo;Pier Angeli&rdquo; e in poco tempo diventa una star. <strong>Maria Luisa, invece, continua a studiare</strong> lingue e giornalismo lontana dai riflettori. La sua carriera cinematografica, infatti, ha inizio con un piccolo scherzo, orchestrato dal produttore americano Albert Romolo Broccoli, amico di famiglia, che le chiede di recitare per gioco davanti a un pubblico sconosciuto. Maria Luisa accetta e senza rendersene conto si ritrova negli studi della 20th Century Fox per fare un provino con il regista John Ford, che la sceglie per il suo nuovo film <em>Uomini alla ventura</em> (1952).</p><p>&laquo;Non avrei mai immaginato che un semplice e stupido gioco avrebbe dato inizio, un giorno, alla mia carriera di attrice&raquo;, dice Maria Luisa che, nonostante l'iniziale disinteresse, si scopre sempre pi&ugrave; appassionata alla recitazione. A differenza della sorella gemella, per&ograve;, decide di non firmare alcun contratto esclusivo e assume un agente. <strong>&Egrave; in questo momento che Maria Luisa diventa Marisa Pavan</strong>, in onore di un ufficiale ebreo che la sua famiglia aveva nascosto durante la Seconda Guerra Mondiale, e del quale l'attrice era rimasta affascinata.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bc3eb035e.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="con il marito - ph. Modern Screen Magazine (1956)" data-credits="" />Nel 1953 conosce l'attore francese Jean-Pierre Aumont</strong>, che sposer&agrave; tre anni dopo il 27 marzo 1956 a Santa Barbara. Di lei, il marito disse: &ldquo;<em>Ha una mente molto profonda e una vera maturit&agrave; che nessuno ha mai notato</em>&rdquo;. &Egrave; proprio insieme al marito che <strong>Marisa torna nuovamente nella sua terra d'origine, la Sardegna</strong>. La prima impressione di Cagliari non &egrave; per&ograve; entusiasmante. La definisce infatti una citt&agrave; &ldquo;non proprio bella&rdquo; ma rimane colpita dalla bellezza della costa isolana.</p><p><strong>Il 1956 &egrave; un anno importante</strong> per Marisa e&nbsp;per la sua carriera. L'anno prima viene scelta per interpretare la figlia di Anna Magnani ne <em>La rosa tatuata</em>, scritto su misura dal drammaturgo Tennessee Williams per l'attrice romana. Il trionfo della pellicola &egrave; senza eguali: la Magnani ottiene la nomination agli Oscar come Miglior attrice protagonista, mentre Marisa ottiene quella come non protagonista. <br />Quella notte, il 21 marzo 1956, <strong>Marisa non vince l'ambita statuetta</strong> (conquister&agrave; invece un Golden Globe) ma sale comunque sul palco per ritirare l'Oscar della Magnani, rimasta a casa per scaramanzia. Una serata &ldquo;magica&rdquo;, come verr&agrave; definita anni dopo dall'attrice sarda, che all'annuncio di <strong>Jerry Lewis</strong> della vincitrice si precipita sul palco, dimenticando persino il discorso preparato di ringraziamento. Da quel momento seguono una serie di pellicole americane, che la vedono al fianco di Gregory Peck (<em>L'uomo dal vestito grigio</em>, 1956), Lana Turner (<em>Diana la cortigiana</em>, 1956), Tony Curtis (<em>Mezzanotte a San Francisco</em>, 1957) e Yul Brynner (S<em>alomone e la regina di Saba</em>, 1959).</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bc3eaeaec.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Marisa con la famiglia, 1960 - ph. giornale Oggi" data-credits="" />Mentre Marisa vive a Parigi una vita stabile con il marito e i due figli, Jean-Claude e Patrick, la sorella Anna Maria inizia a mostrare segni preoccupanti a causa della carriera in declino, della morte dell'amato James Dean - mai accettato da Enrica e Marisa - e dalla fine di due matrimoni (il primo con Vic Damone, il secondo con Armando Trovajoli). <br /><strong>Anna Maria cade cos&igrave; in depressione</strong>, soffre di attacchi di panico, comincia a bere e a nulla serve l'aiuto di Marisa (che si occuper&agrave; anche del figlio Andrew) e dell'amica Debbie Reynolds, che cercheranno in tutti i modi di reintrodurla a Hollywood. Nel 1971 verr&agrave; trovata morta nella sua abitazione a Beverly Hills, si presume a causa di un errato dosaggio di farmaci.</p><p>Al contrario della sorella, Marisa non sar&agrave; mai ossessionata dal successo. Negli anni '60 si allontana dal cinema e inizia a lavorare in televisione. Una delle sue ultime pellicole, la vede al fianco di Marcello Mastroianni in <em>Niente di grave, suo marito &egrave; incinto</em><em> (1973).</em></p><p>&nbsp;</p><p><em>Attualmente Marisa vive a Gassin, in Francia, e si occupa di eventi benefici e di raccolte fondi per la ricerca per l'Alzheimer. In Italia ha fatto ritorno nel 2010, in occasione di una mostra dedicata alla carriera della sorella. Entrambe, per anni, sono state dimenticate dal nostro paese e solo di recente si &egrave; iniziato a compiere un'operazione di recupero per ricordare Anna Maria e di riconoscimento nei confronti di Marisa, di due attrici sarde che hanno lasciato un segno nella storia del cinema internazionale.</em></p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p> NEWS cinema storie di donne Wed, 26 Apr 2017 15:36:00 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7122/marisa-pavan-la-prima-attrice-sarda-nominata-agli-oscar.html admin 2017-04-26T15:36:00Z Pasca Piredda, la prima Marò e militare donna d'Italia http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7119/pasca-piredda-la-prima-maro-e-militare-donna-d-italia.html "Perché questa figlia ci è venuta così?" è la domanda dei genitori di Pasca che mai troverà riposta. Una bimba con uno spirito critico oltremdodo precoce che ne segnerà il destino d'autodeterminazione <p>S</p><p>tupisce che la vicenda umana di Pasca Piredda non sia una moderna favola, impiegata in ambiente femminista come manifesto educativo per le giovanissime e la loro formazione di consapevoli cittadine democratiche. A rifletterci poi si comprende che la straordiaria esistenza di questa bimba di Nuoro, cresciuta con una precocissima passione politica, abbia un'ombra.&nbsp;<strong>Salv&ograve; decine di famiglie Ebree</strong>&nbsp;<strong>ma il suo passato politico ne macchi&ograve; indelebilmente la memoria.</strong>&nbsp;<br /><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15ba01db4df.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />La grande autocritica di Pasca Piredda le far&agrave; riconoscere da subito che il suo ideale era partito&nbsp;<strong>sotto l'astro sbagliato, quello che trascin&ograve; l'Italia in Guerra</strong>, ma l'onore per lei &egrave;&nbsp;prima di tutto:&nbsp; <strong><em><br />&laquo;Mi ero stufata del fascismo ma non volevo tradire. L'onore sopra ogni cosa&raquo;.</em></strong></p><p>Ma da quel&nbsp;<strong>25 aprile 1945</strong>&nbsp;l'Italia assumer&agrave; dei connotati ben diversi da quelli che lei ha sognato e lottato per delineare. &Egrave; la disfatta definitiva del governo nazifascista. &Egrave; il trionfo della Resistenza.&nbsp;<strong>L'Italia &egrave; libera.</strong></p><p>L'avventura di Pasca, nata alle falde dell'Ortobene nel 1924, non &egrave; destino, al contrario ha a che fare con un'autodeterminazione che non pu&ograve; che respirare nella sua&nbsp;<strong>nobile famiglia matriarcale di Santu Pedru</strong>. A tenere le redini della famiglia &egrave;&nbsp;tzia Anna Rosa.<strong>&nbsp;Sua madre &eacute; cugina di&nbsp;</strong><strong><u><a href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/6113/l-eros-tenuto-segreto-di-grazia-deledda.html">Grazia Deledda</a></u></strong>, il padre &egrave; tra i pi&ugrave; ricchi possidenti del nuorese; ha zii rettori di scuole medie e alti magistrati, tutti caparbiamente antifascisti e gi&agrave; militanti del Partito Sardo d'Azione. Il padre &egrave;&nbsp;amico fraterno di Emilio Lussu e Berlinguer, padre di Enrico.&nbsp;</p><p><strong>I parenti sono perseguitati dalle autorit&agrave;</strong>. La zia&nbsp;<strong><u><a href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/5276/graziella-sechi-giacobbe-la-donna-sardista-amante-della-liberta.html">Graziella Giacobbe</a></u></strong>&nbsp;sub&igrave; pesanti persecuzioni e venne arrestata assieme alla maestra&nbsp;<strong><u><a href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/3275/mariangela-maccioni-la-maestra-resistente-che-sfido-il-fascismo.html">Mariangela Maccioni</a></u></strong>. Ma Pasca &egrave; diversa, a lei i cerimoniali fascisti affascinano fino a farne il pi&ugrave; alto ideale di vita.&nbsp;<br /> <img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15b81a0887d.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Manifesto che ritrae Pasca Piredda, donna simbolo dell' RSI" data-credits="" />Eccelle negli studi, alle medie, al liceo fino a conseguire giovanissima due lauree (Scienze Politiche e Scienze Coloniali) e diventare collaboratrice personale del Ministro dell' Istruzione e Cultura Mezzasoma, ma verr&agrave; presto rapita dalla Decima Flottiglia Mas che ne far&agrave; una Tenente di Vascello e&nbsp;<strong>prima donna militare d'Italia</strong>. Scampa per miracolo al plotone d'esecuzione grazie all'intervento del comandante Neri, partigiano. Nonostante il ritmo furioso delle rocambolesche evenienze, Pasca ha appena ventidue anni.</p><p><strong>Il destino si affaccia dai banchi di scuola</strong>. Il primo ad accorgersi della curiosa personalit&agrave; della bambina &egrave; il maestro di Religione, un sacerdote sostenitore del PSdAz, sardista convinto e tenace antifascista. Per decreto ministeriale e precisa disposizione di Governo gli insegnanti sono obbligati a leggere i discorsi di Mussolini. Il prete mastica di corsa la propaganda che compie contro voglia ma la bimba, ammaliata, gli fa rileggere le parole ogni volta, finch&eacute; le impara a memoria. Il maestro spaesato convoca la famiglia per ammonire: "<em>Questa vostra figlia &egrave; venuta un poco scema</em>". I genitori per timore di ritorsioni politiche decidono di far seguire ai figli l'educazione dell'epoca. Pasca &eacute; dunque coinvolta in gite, convegni, assemblee e saggi. La giornata di un giovane italiano era proiettata e completamente assorbita nel progetto statale di perfetto cittadino fascista.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15b81a02ac6.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Pasca bacia la bandiera della RSI" data-credits="" />&Egrave; durante i primi anni delle superiori che Pasca<strong>&nbsp;scrive un componimento sulla mistica del fascismo.</strong>&nbsp;L'elaborato colpisce il Ministero dell'Istruzione tanto che alla giovane viene proposta una sostanziosa borsa di studio che ne copre spese per liceo e universit&agrave;. La ragazza, nonostante le profonde riserve della famiglia, si trasferisce a Roma presso il collegio di San Gregorio al Celio.&nbsp;<strong>Inizia per Pasca un'intensa attivit&agrave; a favore delle donne</strong>&nbsp;che ne assorbe ogni istante della giornata perch&eacute; intensa &eacute; anche l'attivit&agrave; scolastica. Dopo il biennio liceale diviene assistente sociale per le operaie e le massaie rurali.</p><p><strong>Insegna alle donne di campagna e delle borgate&nbsp;</strong>come cucinare, come risparmiare nel preparare i cibi e come conservarli correttamente. Insegna l'igiene e come tenere sani e puliti i bimbi e la casa. Per via del suo brillante carisma gli alti vertici della Scuola di Partito le vogliono far tenere, nonostante la giovanissima et&agrave;, le conferenze per i membri pi&ugrave; anziani. La gerarchia delle nobil donne del fascio non vide di buon occhio quella ragazzina di diciannove anni che si dava anima e corpo per far fronte agli impegni diplomatici di politica estera e rispettare con grande equilibrio la sua vocazione di femminista&nbsp;<em>sui generis</em>.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15b81a0928d.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Pasca Piredda tra le sue allieve all'ingresso di una stalla per la mungitura (1939)" data-credits="" />Pasca si batte&nbsp;</strong>affinch&eacute; alle massaie rurali si concedano gli elettrodomestici gratuiti, le cucine economiche, le macchine da cucire Singer, culle e lettini perch&eacute; la povert&agrave; era tanta che molti bimbi dormivano dentro le cassette per la verdura o gli scatoloni di cartone. Interviene per fare in modo che alle famiglie numerose venga provveduto tutto il corredo necessario per il benessere di mamma e bambini. Nonostante il giudizio autocritico sulla sua esperienza politica, Pasca riconoscer&agrave; per sempre:&nbsp;<br /> <strong><em>&laquo;Si pu&ograve; dire quello che si vuole, ma socialmente si faceva molto per la gente, si interveniva veramente per aiutare i pi&uacute; deboli&raquo;.</em></strong></p><p><strong>Arrivano gli anni dell'universit&agrave;&nbsp;</strong>e Pasca&nbsp;deve abbandonare il collegio. Andr&agrave; a vivere in un appartamento signorile in Corso Italia 97, senza abbandonare Roma. Porter&agrave; con s&eacute; la&nbsp;<strong><u><a href="http://www.ladonnasarda.it/storie/4652/serbidoras-e-meris-il-caso-della-bella-di-cabras.html">tzeracchedda</a>&nbsp;</u></strong>Caterina, che gi&agrave; da piccola viveva in casa Piredda. La ragazza era sfuggita per un soffio al femminicidio ad opera del fidanzato che abbandonato decise di accoltellarla. Il padre di Pasca fece operare a sue spese la fanciulla a Roma e che poi rimase per sempre a suo servizio.&nbsp;Sono gli anni in cui il Ministero dell'Istruzione la convoca, in virt&ugrave; della sua prosa poetica, come&nbsp;<em>ghostwriter</em>&nbsp;per stendere la biografia di tutti i mistici della storia, da Rama a Visn&ugrave;, da Buddah a Cristo senza trascurare di inserire Mussolini.&nbsp;</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15b81a03eca.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />&Egrave; il 25 luglio 1943, giorno dello storico arresto di Mussolini</strong>. Il governo cade. Sono giorni in cui la vita di Pasca &egrave;&nbsp;sospesa in un ozio surreale e inerte, in attesa che la storia faccia il suo corso. Arriva la telefonata dell'ex Ministro dell'Istruzione Mezzasoma. Pasca sar&agrave; suo braccio destro in quello che il Duce istituir&agrave; come Ministero della Cultura Popolare in seno all'epica Repubblica di Sal&ograve;. Pasca deve trasferirsi a Nord per seguire il fascio, nonostante lo scoramento della famiglia.&nbsp; La ragazza andr&agrave; a vivere a Venezia nella celebre "casetta rossa" di Gabriele D'Annunzio.</p><p><strong>Poi il rapimento.</strong>&nbsp;Il Ministero si rifiuta di passare il messaggio radiofonico per la propaganda dell'arruolamento volontario alla gloriosa Decima Flottiglia Mas, unit&agrave; militare speciale e apolitica. Era in corso il parallelo arruolamento da parte della Guardia nazionale repubblicana e il Duce non tollerando l'ardire di un simile antagonismo dispose che il messaggio non venisse trasmesso. Gli ufficiali in tutta risposta decidono di rapire Pasca Piredda.</p><p>La prigionia dorata, tra le mura del palazzo principesco di Lerici, port&ograve; alla netta biforcazione della sua esistenza: ormai delusa dal declino dell'utopia fascista si lascia sedurre dalla purezza filantropica della lotta apartitica del Principe Junio Borghese, Comandante della Flottiglia. Oltre a sua stretta collaboratrice Borghese far&agrave; di Pasca un Tenente di Vascello, la<strong>&nbsp;prima Mar&ograve; e militare donna d'Italia</strong>.</p><p>Fonder&agrave;, con questo ruolo, il giornale "La Cambusa", tra le testate rimaste storiche per essere tra le poche a sfidare i dettami d'omert&agrave; del fascio. Mussolini e il tedesco Joseph Goebbles, braccio destro di Hitler, ordinarono una schedatura di ogni mossa di Pasca. Il ruolo che la ragazza perse in seguito al rapimento venne pi&ugrave; tardi ricoperto da Giorgio Almirante.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15b81a068de.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Pasca Piredda novantenne" data-credits="" />Il 28 aprile Mussolini &egrave; ucciso. Pasca viene arrestata e condannata a morte.</strong>&nbsp;Per la clemenza del comandante dei partigiani, affascinato dalla buona fede idealista della giovane, Pasca scampa alla morte. Pu&ograve; tornare a casa dove ad accoglierla &eacute; la vecchia matriarca Tzia Anna Rosa il cui unico pensiero nonostante le mille e una avventure di Pasca &egrave; uno solo: "<em>Spero che tu abbia avuto cura di tenerti pura</em>".</p><p>Pasca non abbandoner&agrave; mai il suo impegno nel sociale. Si sposer&agrave;, diverr&agrave; mamma, nonna e bisnonna. Chiuder&agrave; per sempre gli occhi il sette gennaio del 2009 per entrare nella storia come testimone e, prima ancora, come protagonista del suo tempo.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS femminismo fascismo liberazione italia guerra Mon, 24 Apr 2017 18:36:26 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7119/pasca-piredda-la-prima-maro-e-militare-donna-d-italia.html ilaria.muggianu.scano 2017-04-24T18:36:26Z Liliana, il benessere come missione di vita http://www.ladonnasarda.it/magazine/publidirezionale/7114/liliana-il-benessere-come-missione-di-vita.html «Ho sempre amato far star bene le persone e l'estetica mi consentiva e mi consente di farlo in modo completo». Liliana, la storia di un sogno diventato realtà <p>D</p><p>a piccola sognava di diventare una dottoressa per donare benessere a chi era in difficolt&agrave;, un desiderio non avverato compiutamente, ma che si &egrave; comunque realizzato esaudendo una vocazione che da sempre l'accompagna. Cos&igrave; confida <strong>Liliana Fiora,</strong> proprietaria dell'omonimo Istituto <span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="https://www.facebook.com/Istituto-estetico-specializzato-Liliana-290525517643247/" target="_blank">Estetico Specializzato</a></strong></span>&nbsp;di via Genova 1 a Maracalagonis, che tra pochi giorni festegger&agrave; i vent'anni di attivit&agrave;.</p><p>Nata e cresciuta a Torino, <strong>Liliana vive dal 1982 in Sardegna, la terra che ormai sente sua</strong>. &laquo;&Egrave; una terra antica e magica che mi ha trasmesso tanto. Le donne sarde, poi, sono bellissime e hanno una forza speciale&raquo; spiega.&nbsp;</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb38bc332.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />I primi passi nel mondo dell'estetica, Liliana li muove quando non ancora maggiorenne si iscrive alla prestigiosa scuola Castelli. Sono tre anni formativi nei quali getta le basi del suo futuro e della sua vita professionale. <strong>&laquo;Ho sempre amato far star bene le persone e l'estetica mi consentiva e mi consente di farlo in modo completo&raquo;</strong>. &Egrave; lo sbocciare di una grande passione che viene alimentata costantemente da corsi di aggiornamento e perfezionamento.</p><p>Nel frattempo Liliana passa le vacanze nell'Isola perch&eacute; la madre, sposata in seconde nozze con un sardo, si &egrave; stabilita in Sardegna. Decide di raggiungerla e si trasferisce quando anche lei incontra l'amore. Incomincia a lavorare in alcuni centri estetici isolani e diventa mamma di tre bimbi. Quando il pi&ugrave; piccolo compie un anno, Liliana decide di osare e scommettere su se stessa. Si mette in proprio e apre il suo centro. All'inizio non sono che trenta metri quadri, lo spazio per una cabina.</p><p><span style="color: #808080; font-size: 24pt;"><em><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb38f478a.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />&laquo;Bisogna osare per progredire e migliorarsi. Mettendosi in gioco e accettando le sfide della vita. Non mi sono mai tirata indietro, ho dovuto vincere le mie battaglie e sono orgogliosa del risultato&raquo;</strong></em></span> dice felice.</p><p><strong>&Egrave; una mamma lavoratrice, un'imprenditrice che rompe i pregiudizi e i luoghi comuni.</strong> &laquo;Non &egrave; stato facile conciliare famiglia e lavoro. Mi reputo fortunata perch&eacute; mio marito mi ha sostenuta in questo percorso&raquo;. <br />Quando vent'anni fa il centro estetico apre i battenti, in un una realt&agrave; piccola come poteva essere quella di Maracalagonis, Liliana sorprende: &laquo;Erano poche le lavoratrici. Alcune persone pensavano che dovessi lavorare perch&eacute; avevo un marito che aveva un impiego. Per me invece l'indipendenza era fondamentale&raquo;.</p><div class="article-break-image" style="background-image: url('http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb393b3c5.1500.0.jpg');" data-didascalia="" data-credits="">&nbsp;</div><p><span style="color: #808080; font-size: 8pt;"><strong>ph. Fabio Marras</strong></span></p><p>Liliana riesce a sciogliere ogni tipo di indugio, dimostra di essere una valente professionista che <strong>aiuta le donne a prendersi cura di s&eacute;</strong>,&nbsp;a trovare il coraggio per farlo. &laquo;Ci sono persone che ancora sono restie o hanno vergogna, timore, preconcetti. Le invito a venire una volta e provare, spesso poi tornano. Non c'&egrave; soddisfazione pi&ugrave; grande&raquo; afferma. Vent'anni di esperienza non bastano a spiegare il suo segreto. &Egrave; tutto l'amore che Liliana profonde nel lavoro a rendere unico il suo centro. &laquo;In questi anni sono notevolmente cresciuta e maturata. Ho conosciuto delle persone splendide, le mie insegnanti, da cui ho appreso le pi&ugrave; efficaci tecniche all'avanguardia&raquo;.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb395b584.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Liliana amplia il suo centro, ora dotato di sei cabine in cui possono essere effettuati i pi&ugrave; moderni trattamenti che offre il mondo dell'estetica. Dai rituali viso specifici e personalizzati con prodotti privi di conservanti, siliconi e glicole senza effetti collaterali, <strong>quasi dei lifting senza bisturi</strong>, ai massaggi ayuverdici, olistici e tibetani fini ai trattamenti drenanti e rimodellanti. &laquo;Il fiore all'occhiello &egrave; per&ograve; il moxa addome e il moxa glutei forza vitale, un particolare trattamento in cinque fasi&raquo;.</p><p>Liliana ha visto il suo mondo mutare. L'ha osservato e studiato per capirlo in profondit&agrave;. &laquo;Se all'inizio prevaleva l'estetica di base, adesso <strong>lavoriamo sul benessere</strong>. C'&egrave; un numero sempre maggiore di persone che vuole stare meglio con il proprio corpo. Io e il mio staff cerchiamo di offrire un momento felice e gratificante perch&eacute; si possa portare poi a casa quella serenit&agrave; e senso di relax che il trattamento deve saper trasmettere&raquo;. <br />Un'estetica che non coinvolge solo il corpo, ma &egrave; anche nutrimento per lo spirito e per l'anima. &laquo;Mi piace offrire un oasi di piacere. Ci dedichiamo alla bellezza dei clienti risolvendo i loro inestetismi&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb39130c9.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Donne e anche uomini</strong>, perch&eacute; rivela, la clientela maschile, in questi vent'anni, &egrave; notevolmente aumentata: &laquo;Gli uomini hanno scoperto che possono concedersi delle pause nel centro estetico, farsi massaggiare e scaricare ansie e preoccupazioni&raquo;.<br />Il centro Liliana sfata anche un altro luogo comune: &laquo;Non &egrave; vero che bellezza e cura del corpo siano sempre legati a qualcosa di molto costoso e poco accessibile. <strong>Tutti devono avere la possibilit&agrave; di concedersi dei momenti piacevoli di massaggio di relax di bellezza.</strong> &Egrave; un'opportunit&agrave; aperta a tutti specialmente nel mio centro estetico&raquo; precisa .</p><p>Da quindici anni, <strong>Liliana si avvale anche di una tecnica che utilizza l'energia bio-elettromagnetica prodotta del corpo: la stimolazione neurale</strong>. &laquo;Non fa parte del mondo dell'estetica, ma la affianco a ogni trattamento che pratico in istituto per potenziarlo e offrire maggiore relax. A me consente, invece, di avere maggior resistenza fisica e concentrazione nel lavoro&raquo;. Liliana insegna la stimolazione durante degli incontri gratuiti settimanali che tiene al centro. &laquo;<strong>Questa tecnica &egrave; utile per ansia, stress, insonnia.</strong> Un metodo eccezionale che favorisce il benessere quotidiano di ognuno di noi&raquo;.</p><div class="article-break-image" style="background-image: url('http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb39818b1.1500.0.jpg');" data-didascalia="" data-credits="">&nbsp;</div><p><span style="color: #808080; font-size: 8pt;"><strong>ph. Fabio Marras</strong></span></p><p>Con l'associazione Manos in fronteras, <strong>Liliana ha avuto la possibilit&agrave; di applicare la stimolazione neurale a persone coinvolte in eventi tragici.</strong> &Egrave; andata tra i terremotati de l'Aquila o tra i sardi colpiti dall'alluvione per alleviare le loro sofferenze psicologiche. &laquo;La stimolazione neurale &egrave; il motore da cui attingo energia per la mia vita quotidiana&raquo; spiega. E di forza questa donna ne ha sempre avuto tanta:</p><p><span style="color: #808080; font-size: 18pt;"><strong><em>&laquo;Sono al servizio della bellezza che &egrave; sempre infinita. Ognuno di noi pu&ograve; e deve tirarla fuori. &Egrave; bellezza esteriore e interiore perch&eacute; quando una persona sta bene con se stessa e si prende cura di s&eacute; risplende&raquo;. </em></strong></span></p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bb38bb395.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Una missione che Liliana porta avanti insieme alla figlia Laura.</strong> Ascoltano i loro clienti, coccolano e consigliano supportatate dal team del centro e da medici e nutrizionisti. &laquo;Tutti i clienti sono speciali, quando ringraziano per i momenti che hanno trascorso al centro, ogni volta &egrave; un'emozione&raquo;. Da quel 13 maggio del 1997 fino ad oggi e oltre.</p><p>&laquo;Per il futuro - dice Liliana - non faccio programmi, seguir&ograve; i cambiamenti del mondo dell'estetica con l'entusiasmo che mi ha sempre contraddistinto. Sono fortunata perch&eacute; vivo questa questa meravigliosa esperienza che &egrave; il mio lavoro&raquo;.<br />La ricerca della felicit&agrave; passa quindi dal volersi bene, dal prendersi cura di s&eacute; e Liliana lo insegna con un amorevole sorriso. Come dice la sua scrittrice preferita, Isabelle Allende: "<em>La felicit&agrave; &egrave; silenziosa, tranquilla, dolce. &Egrave; uno stato intimo di soddisfazione che inizia dal voler bene a se stessi"</em>.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS pubbliredazionale lavoro bellezza estetica benessere Fri, 21 Apr 2017 18:00:37 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/publidirezionale/7114/liliana-il-benessere-come-missione-di-vita.html admin 2017-04-21T18:00:37Z I pani delle feste, i fili del telaio: ricordo Maria Lai che... http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7108/i-pani-delle-feste-i-fili-del-telaio-ricordo-maria-lai-che.html Ritornano alla mente con nostalgia le sue parole, le esperienze condivise. Claudia Contu respirò la sua arte fin da bambina. Oggi guida i visitatori alla lettura delle sue opere nel museo di Ulassai <p><em>I</em></p><p><em>mpastando la farina con le sue lacrime e facendo tanti bambini di pane, riporta il suo alla vita, poi fu trasformata in pietra.</em><br />(Maria Pietra di Maria Lai, da Cuore Mio di Salvatore Cambosu).</p><p>Il filo intreccia i suoi ricami con la levit&agrave; delle Janas, ed &egrave; magia: le fiabe cucite di Maria Lai. &laquo;Ci aveva chiesto di accogliere i visitatori del museo raccontando fiabe e leggende. Maria Pietra &egrave; quella che narro pi&ugrave; di frequente&raquo;. Claudia Contu, quarant&rsquo;anni, di Ulassai, ricopre il ruolo di guida museale a la Stazione dell&rsquo;Arte, il noto museo dedicato alla Lai, da quasi undici anni, e ha frequentato l&rsquo;artista per circa un decennio.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b8f503354.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Claudia Contu" data-credits="" />Sente parlare di lei sin da bambina</strong>, avendo trascorso l&rsquo;infanzia nel suo paese. Aveva solo dieci anni quando partecip&ograve; con la scuola, all&rsquo;inaugurazione della &ldquo;Fontana Sonora&rdquo;, l&rsquo;opera d&rsquo;arte di Costantino Nivola (1987), situata nell&rsquo;antico lavatoio del paese e dove la Lai era gi&agrave; intervenuta alcuni anni prima, realizzando una sua opera, il telaio a soffitto. Per l&rsquo;occasione l&rsquo;artista chiese alle donne del paese di preparare <span style="text-decoration: underline;"><strong><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7076/la-storia-del-cestino-sardo-sa-corbula-differenze-usi-e-significato.html" target="_blank">corbule</a><em>&nbsp;</em></span></strong></span>(ceste) di bianco<em> pane pintau </em>(pane decorato), fatto con bianca semola e arricchito dalle decorazioni di fiori, frutta e gioielli, nate dalla creativit&agrave; delle panificatrici, affinch&eacute; fosse donato a tutti i partecipanti. Era il &ldquo;Pane per Nivola&rdquo;, lo scultore era morto alcuni mesi prima. <br />&laquo;Osservavo una donnina piccola e graziosa, che con sguardo pensoso coordinava l&rsquo;evento, mi spiegarono chi fosse. Circondata da tante persone pareva essere a suo agio&raquo;. In segno di ringraziamento, la Lai chiese poi a ciascuna delle panificatrici un fazzoletto o uno scialle tradizionale per impreziosirlo con i suoi disegni. Gli oggetti, oggi divenuti opere d&rsquo;arte, e conservati nelle case delle proprietarie, furono inseriti in seguito in una delle sfilate dello stilista algherese, Antonio Marras.</p><p><strong>C&rsquo;&egrave; un nastro azzurro che sfila nel cielo: &ldquo;Legarsi alla Montagna&rdquo;.</strong> Al tempo, era il 1981, Claudia frequentava la scuola dell&rsquo;infanzia, ma alla scuola media ebbe come insegnante di italiano, Antioco Podda, il sindaco di Ulassai che chiese all&rsquo;artista di fare un monumento ai caduti per il suo paese, e al quale la Lai rispose, proponendo un monumento per i vivi, una performance comunitaria, fu la prima in Europa. &laquo;Il sindaco ci parlava di lei con entusiasmo, ripetendoci che a Roma e nel mondo dell&rsquo;arte, Maria Lai era una personalit&agrave; eminente&raquo;. <br />Quel nastro celeste oggi vola nei ricordi dei suoi cittadini, allacciato a finestre e balconi e alla cima della montagna. &laquo;Ricordo con vaghezza lo spettacolo dei nastri celesti che viaggiavano di casa in casa ed i bambini felici che se lo avvolgevano intorno. Ma Ulassai non cap&igrave; appieno il valore di quell&rsquo;evento. Maria veniva considerata dai pi&ugrave; una estrosa&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b8f50416b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Maria mentre disegna il Volo del gioco dell'oca " data-credits="" />Nel 2004 fu costituita la Fondazione Stazione dell&rsquo;Arte di Ulassai.</strong> Il sindaco del paese, Giovanni Soru, stabil&igrave; che ne facessero parte almeno due giovani del luogo. &laquo;Io fui una di loro e in quell&rsquo;occasione conobbi l&rsquo;artista di persona&raquo;. Durante la conferenza, Pietro Clemente, professore ordinario di Antropologia culturale dell&rsquo;Universit&agrave; di Firenze, lod&ograve; la Lai con l&rsquo;appellativo di &ldquo;bambina antica&rdquo;. &laquo;Avevo 26 anni, e le parole del professore, al tempo, mi lasciarono perplessa. Solo dopo averla frequentata, ho capito che il suo essere bambina dentro le consentiva di rivisitare con freschezza infantile quel subconscio collettivo e individuale nonagenario di cui si sentiva erede&raquo;.</p><p><strong>L&rsquo;amministrazione comunale nel 2006 stanzia i fondi per la realizzazione di un museo</strong> e affigge un bando a selezione di titoli - laurea in materie umanistiche, specializzazione nel campo della didattica, eccellente conoscente del percorso artistico di Maria Lai e della Storia della Sardegna - per il conferimento dell&rsquo;incarico a quattro guide museali, Claudia aveva tutti i requisiti. Fu durante l&rsquo;allestimento delle sale del museo - al quale la Lai don&ograve; centocinquanta opere - che stringe la sua prima collaborazione con l&rsquo;artista. &laquo;Nei primi tempi avevo la sensazione di camminare sott&rsquo;acqua quando lavoravo con lei, p&raquo;oi mi sono rilassata, anche se non bisognava mai parlare troppo. Maria era una persona piacevole e loquace quanto basta, ma anche meditabonda&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b8f50485d.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="La Stazione dell'Arte" data-credits="" />L&rsquo;otto luglio del 2006, fu inaugurata la Stazione dell&rsquo;Arte</strong>. L&rsquo;artista si present&ograve; con un cartello appeso al collo con su scritto &ldquo;Sono fragile&rdquo; e cerc&ograve; di nascondersi nel caveau. &laquo;Odiava il mondo dell&rsquo;arte visto come spettacolo o in funzione del successo dell&rsquo;artista, diceva di non possedere verit&agrave; ma di giocare ancora come una fanciulla e di cercare solo compagni di gioco&raquo;. Si recava al museo almeno due o tre volte alla settimana, e si tratteneva a parlare con Claudia e i colleghi, Luisella Cannas e Damiano Rossi, del suo passato, del rapporto con il maestro d&rsquo;arte Arturo Martini dell&rsquo;Accademia di Belle Arti a Venezia, del senso poetico della vita che le aveva trasmesso Salvatore Cambosu, e di un mondo, quello dell&rsquo;arte, in cui spesso non si riconosceva.</p><p><strong>Ricorda un viaggio</strong> che fece in macchina con l&rsquo;artista da Ulassai a Cardedu. Era appena rientrata dalla mostra Italic&rsquo;s &ldquo;Tra tradizione e rivoluzione&rdquo;, curata da Francesco Bonami a Venezia. Vi aveva partecipato con l&rsquo;opera &ldquo;Il Telaio della terra&rdquo;, (la Lai era considerata una delle artiste pi&ugrave; rappresentative del XX secolo in Italia). Le raccont&ograve; con entusiasmo di quell&rsquo;evento e della sua felicit&agrave; per il fatto che la sua opera fosse stata accostata a quella di Bruno Munari. &laquo;La frase dell&rsquo;artista milanese &ldquo;Arte non di tutti ma per tutti&rdquo;, era uno dei cardini della sua filosofia. Ma ci&ograve; che mi aveva colpito era il suo essere felice non tanto per la partecipazione a Italic&rsquo;s, quanto per l&rsquo;accostamento della sua opera a quella di Munari che stimava tanto)&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b912a96a8.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Claudia Contu al Museo" data-credits="" />La loro collaborazione era fatta di incontri</strong> che avevano tutto il sapore della quotidianit&agrave; vissuta con semplicit&agrave; e dedizione al lavoro. Si recavano spesso nella sua casa di Cardedu per trascrivere qualche pensiero al pc, o anche soltanto per aiutarla ad usare il fax o a raccogliere i testi e i manuali dedicati alla sua arte che lei don&ograve; al museo per l&rsquo;allestimento della biblioteca. &laquo;Ci diceva che eravamo proprio i suoi angeli&raquo;.</p><p><strong>Tutti i pomeriggi o a met&agrave; sera c&rsquo;era il rituale del caff&egrave;</strong> che offriva dentro grandi tazze, gialle, rosa e celesti. &laquo;E guai a dire di no&raquo;. Si parlava di arte e anche di fatti di cronaca, ma non mancavano gli argomenti pi&ugrave; leggeri come la moda: &laquo;Confess&ograve; che Antonio Marras aveva creato dei tailleurs per lei, che per&ograve; non aveva mai indossato. Aveva un candore e una simpatia disarmanti&raquo;. Quando le sue opere d&rsquo;arte avevano occupato gran parte delle pareti della sua casa, chiedeva loro di recarsi da lei per imballarle. &laquo;Diceva di sentire un grande desiderio di libert&agrave; e voleva che quei figli, non pi&ugrave; suoi, andassero a suscitare dialoghi presso musei o gallerie&raquo;.</p><p><strong>Il 27 settembre del 2009, Maria Lai comp&igrave; novant&rsquo;anni</strong> e regal&ograve; agli ulassesi, che la festeggiarono nella piazza del paese, una serigrafia che firm&ograve; con una matita morbida B2. &laquo;Fu compito nostro fargliele firmare. Se non si trovava la matita deputata a tale uso, niente firma. E soprattutto bisognava passargliele lentamente e non parlare troppo, senn&ograve; si distraeva e ci rimproverava simpaticamente&raquo;. Quel giorno le parl&ograve; dell&rsquo;amore profondo che l&rsquo;aveva legata al padre, il quale all&rsquo;epoca, pur non conoscendo alcuna artista donna, l&rsquo;aveva mandata a studiare arte a Roma, e del suo rapporto con l&rsquo;amato fratello, Lorenzo, scomparso poi in et&agrave; giovanile. &laquo;Ho avuto la fortuna di frequentare Maria per tanti anni, ed &egrave; sempre stato un magnifico dono. Non aveva paura della morte e non si arrese al corpo che negli ultimi due anni l&rsquo;aveva abbandonata. Il suo ultimo viaggio l&rsquo;aveva sempre associato allo stupore e al suo film preferito&nbsp; &rdquo;Odissea nello Spazio&rdquo;&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b912aa169.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Claudia durante le esequie di Maria Lai" data-credits="" />Maria Lai muore nella sua casa di Cardedu</strong>, in una tiepida mattina di primavera,<strong> il 16 aprile del 2013,</strong> all&rsquo;et&agrave; di 93 anni. &laquo;Ho appoggiato sulla sua bara un mazzo di rose bianche, ultimo omaggio di noi che ancora lavoriamo alla Stazione dell&rsquo;Arte&raquo;. A chi le chiede che cosa le ha insegnato, Claudia risponde: &laquo;Tanto, il rigore, la forza di portare avanti alcune scelte, spesso anche dolorose, l&rsquo;amore per l&rsquo;arte che studio sempre pi&ugrave; intensamente e, - aggiunge con ironia- l&rsquo;ansia, anche se la mia &egrave; reale, la sua era ansia di infinito&raquo;.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS arte arte contemporanea maria lai Tue, 18 Apr 2017 10:51:36 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7108/i-pani-delle-feste-i-fili-del-telaio-ricordo-maria-lai-che.html admin 2017-04-18T10:51:36Z Marella Giovannelli, la poetessa giornalista della Costa Smeralda http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7106/marella-giovannelli-la-poetessa-giornalista-della-costa-smeralda.html La dolce vita sarda, le amicizie con Marta Marzotto e Monica Vitti, il giornalismo, la poesia, la fotografia. "La mia più grande passione è la scrittura". Marella Giovannelli si racconta. <p><strong>M</strong></p><p><strong>arella Giovannelli</strong>, donna sarda dalle mille anime. Un marito e due figli, la dolce vita in Costa Smeralda, l&rsquo;amicizia con <strong>Monica Vitti</strong> e <strong>Marta Marzotto</strong>, la fotografia. E la sua pi&ugrave; grande passione: la scrittura. Giornalista e poetessa.</p><p>Marella ha voglia di raccontarsi e si apre alla nostra intervista, con sensibilit&agrave; e tanta ironia.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bab025a2b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Marella intervista l'Aga Khan " data-credits="" />Tutto &egrave; iniziato cos&igrave;</strong>: <br />&laquo;Lavoravo a Roma come interprete per i profughi ebrei russi dell&rsquo;Unione Sovietica. Poi, a causa di un problema familiare, dovetti rientrare in Sardegna. Erano gli anni Ottanta e iniziai a collaborare con una emittente regionale. Conoscevo molti personaggi e per questo mi chiesero di realizzare qualche intervista per il rotocalco <em>Mare, moda e miti</em>. Allora facevo l&rsquo;interprete, non avevo esperienza come giornalista.&nbsp;Intervistai <strong>Enrico Coveri</strong>, leggevo le domande, non mi inquadravano. Descrivevo le feste, i pranzi della Costa Smeralda. Un giorno mi chiesero di seguire un servizio su&nbsp;<strong>Katia Ricciarelli</strong>, a Porto <span style="background-color: #ffffff;">Rotondo.</span> Iniziai cos&igrave; con il tg di "Sardegna uno", poi con "Cinque stelle". Quindi sono arrivate le collaborazioni con "L&rsquo;Unione sarda", dove tenevo una rubrica che si chiamava <em>Qui Beatrice Moss dalla Costa Smeralda,</em>&nbsp;con la "Nuova Sardegna", con "Panorama". Per "Dagospia" ha raccontato attraverso i suoi scatti tanti personaggi, spesso in modo dissacrante, &laquo;quando ancora era tutto patinato, non esisteva la satira&raquo;.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b80aa0bb1.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Festa con Marta Marzotto, Enrico Coveri e altri allo Yacht Club di Porto Rotondo" data-credits="" /><strong>Sotto lo pseudonimo di Mara Malda ha pubblicato <em>Fotograffiati</em>, un libro di 400 scatti.</strong> <br />&laquo;Ero una &ldquo;talpa&rdquo;, non sapevano che dietro questo pseudonimo ci fossi io, perch&eacute; conoscevo molte delle persone ritratte nei servizi e non volevo perdere la loro amicizia. Certo, le mie foto non sono mai posate, sono sempre spontanee e ho passato anche dei guai&hellip; ad esempio, avevo scattato e pubblicato una foto particolare di <strong>Tom Barrack</strong>. Non l&rsquo;ho pi&ugrave; visto, ma per me non era una foto irriguardosa&hellip; un&rsquo;altra volta ho avuto un problema con <strong>Simona Ventura</strong>. Inviai un brutto scatto che la ritraeva durante una festa e fu divulgato insieme ad altre foto che le avevo scattato&hellip; il giorno seguente, per&ograve;, era stato pubblicato su un giornale locale, come foto scandalistica. Ecco, di questo mi sono pentita, non lo rifarei&raquo;.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15bab00acf2.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Monica Vitti tra Nori Corbucci e Marella - 1994" data-credits="" /><strong>L&rsquo;amica Monica Vitti ha scritto di lei</strong>: <br />"<em>Marella, grazie di avermi fatto vedere un'oasi, una duna, un'ombra che non mi aspettavo nella Sardegna che io considero la mia Isola incantata. Continua a scrivere, a cercare, ad essere cos&igrave; come sei. Per me fai parte dei colori, dei profumi e delle risate che mi porto dietro tutto l'anno"</em>. <br />&laquo;Quasi ogni giorno veniva a pranzo da me insieme al marito Roberto. La mattina andavamo al mare. Lei faceva il bagno con una maglietta bianca&hellip; era la fine degli anni Ottanta, inizi anni Novanta, nel nostro gruppo c&rsquo;era Marta Marzotto, Inge Feltrinelli&hellip; era una vita da ragazzini. Monica non conosceva la mia passione per la poesia, l&rsquo;ha scoperta in seguito, non immaginava che io potessi scrivere poesie&raquo;.</p><p><span style="color: #000000;">Lo scorso 21 aprile ha partecipato all'evento&nbsp;<strong><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ladonnasarda.it/succede-che/7046/don-t-touch-my-brain-donne-sarde-uniscono-il-mondo-contro-la-violenza.html" target="_blank">DON&rsquo;T TOUCH MY BRAIN</a>.</span></strong> Al Teatro comunale di San Teodoro ha portato una poesia, alla quale mi ha spieg</span>ato di sentirsi particolarmente legata. <br />&laquo;Si intitola <em>Adolescenza uccisa. </em>Episodi&nbsp;molto dolorosi della mia esistenza si sono trasformati in composizioni. Il mio grande dolore l&rsquo;ho tirato fuori cos&igrave;, ho avuto il dono di questi versi e l&rsquo;ho sublimato&hellip; i versi mi sgorgavano dentro, ma nessuno sapeva niente&hellip; sono riuscita a sciogliere questo nodo solo quando ho scritto questa poesia. La poesia &egrave; come un ospite inatteso, i versi ti galoppano in testa&raquo;.</p><p><strong>Il 29 luglio &egrave; una data significativa</strong> per Marella. &Egrave; il giorno del suo compleanno e il simbolo di un&rsquo;amicizia. In quella data <strong>Marta Marzotto</strong> festeggiava il suo onomastico. <br />&laquo;Io sono quella che sono grazie a Marta. Il fatto che io parlassi le lingue era per lei una cosa straordinaria. Dopo aver vissuto tanti anni a Roma, ero appena arrivata in Sardegna. Una sera mio marito mi disse che dovevamo andare a cena a casa dei Marzotto. Avevo ventitr&eacute; anni. Ci ritrovammo a tavola in quattro. Lei era con suo marito Umberto e mi scrutava&hellip; i suoi occhi non mi lasciavano un attimo! &Egrave; stata un&rsquo;amicizia pazzesca&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b80a8beb2.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Marella con Milva e Marta Marzotto a Orgosolo (agosto 1988)" data-credits="" />Parla di lei e si commuove</strong>. Sono tanti gli aneddoti, i ricordi. <br />&laquo;Ero molto pigra, mi diceva: &ldquo;Tu devi darti da fare&rdquo;. Avevo un corpo molto atletico, facevo gli esercizi di ginnastica in acqua, molte persone iniziarono ad avvicinarsi per fare gli esercizi con me e &nbsp;lei ripeteva: "Tu sei un&rsquo;interprete, non devi perdere il tuo tempo a fare &lsquo;ste cazzate!&rdquo;. Poi venivano le amiche a casa, perch&eacute; io facevo le carte e lei mi chiamava &ldquo;La fattucchiera di Porto Rotondo&rdquo;. Era il 1988. Un giorno andammo in gita a Orgosolo, con noi c&rsquo;era anche Milva.&nbsp;Tanta ospitalit&agrave;, ma io andai in coma etilico. Marta, invece, era sveglia come un grillo, ci riport&ograve; a Porto Rotondo vestita leopardata, con la &ldquo;<em>scisc&igrave;a</em>&rdquo; in testa&raquo;.</p><p>Ricorda, e non riesce a smettere di ridere: &laquo;<strong>Franco Battiato</strong> doveva venire a Olbia per un concerto al porto. Io e Marta&nbsp;dunque siamo andate a comprare i biglietti. Lei aveva portato con s&eacute; una sedia pieghevole. Arrivate al botteghino, le dicono: &ldquo;Vade retro, contessa, non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; posto!&rdquo;. Lei decide quindi di chiamare Franco Battiato e lo raggiungiamo in un ristorante. Lo seguiamo in macchina al concerto, ci fa entrare e fa sistemare le nostre sedie in prima fila. Marta inizia ad applaudire, le nostre sedie alla fine&nbsp;&nbsp;finiscono sul palco&raquo;.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b80a6d9e4.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Marella con Marta Marzotto e Paolo Isoni" data-credits="" /><strong>Un legame forte, quello con Marta Marzotto, che la accomuna allo stilista</strong>&nbsp;<span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="paolo isoni">Paolo Isoni</a></strong>.</span></span> <br />&laquo;&Egrave; un orgoglio per la Sardegna, una persona umile, tenace, merita di essere valorizzata. Mi piace molto questo rinascimento sardo della Letteratura, perch&eacute; amo gli scrittori sardi. Vorrei che fosse cos&igrave; per i tutti i nostri artisti di talento&raquo;. &laquo;Non sono competitiva, <strong>penso sempre che le donne dovrebbero essere amiche</strong>. Mi definisco una &ldquo;sarda praticante&rdquo;, mi piace creare ponti di conoscenza, far conoscere gli artisti, metterli in contatto fra di loro&raquo;.&nbsp;</p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS storie di donne giornalismo fotografia poesia costa smeralda porto rotondo Sun, 16 Apr 2017 14:26:14 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7106/marella-giovannelli-la-poetessa-giornalista-della-costa-smeralda.html admin 2017-04-16T14:26:14Z Maria Teresa Cau, la cantadora incontro a un tragico destino http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7090/maria-teresa-cau-la-cantadora-incontro-a-un-tragico-destino.html Ozierese, è stata la prima cantautrice sarda. Autodidatta e bambina prodigio, la musica è stata per lei riscatto sociale <p>&Egrave;</p><p>il maggio del 1958, sul canale unico della Rai una giovanissima cantante e chitarrista si esibisce in diretta dalla sua citt&agrave;, Ozieri, nel programma "<em>La Telesquadra</em>", circondata da interpreti di navigata esperienza e volti noti della musica sarda. Nella scaletta del variet&agrave; a premi, un incredibile evento mediatico <em>ante litteram</em>, ottiene un discreto spazio.&nbsp;</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b5dda7bfd.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="ph. sardegnadigitallibrary.it" data-credits="" />Ha solo 14 anni,</strong> ma mostra una padronanza della voce e dello strumento gi&agrave; formata, una precocit&agrave; dovuta a un talento innato. <strong>Maria Teresa Cau &egrave; un'<em>enfant prodige</em></strong> nata il giorno di ferragosto del 1944 a Ozieri,&nbsp; da una famiglia modesta.</p><p>Il padre "tiu" Larentu, un amante del canto in Re, gestiva un <em>tzilleri </em>e spesso e volentieri ospitava nel suo locale esibizioni di chitarristi locali e del circondario. <strong>Maria Teresa nasce e cresce in un ambiente impregnato di musica</strong>, imparando i rudimenti della chitarra "a orecchio". Si esibisce spesso nel locale del padre in un momento storico in cui &egrave; vivissimo il fermento culturale e musicale: come per fuggire le miserie della guerra la cittadina del Logudoro rifiorisce nella <em>poesia in limba</em> (&egrave; di quegli anni la fondazione del Premio Ozieri tutt'ora uno dei pi&ugrave; importanti nell'isola) e nel <em>cantu a chiterra</em>.</p><p>Il Teatro De Candia, intitolato al famoso marchese-cantante, &egrave; palco molto ambito per gli artisti sardi e Maria Teresa fa il suo debutto proprio su quelle tavole, nel 1954: sar&agrave; il trampolino di lancio che la porter&agrave; nel giro di pochi anni ad essere ingaggiata per le pi&ugrave; importanti manifestazioni canore del momento, che spesso coincidevano con le feste religiose. Maria Teresa si esibisce a Nuoro per il Redentore, nella sua Ozieri durante la festa della Madonna del Rimedio, ma anche nei concorsi canori "moderni" come la storica Rapsodia Sentimentale di Olbia, fino a varcare il tirreno per la Festa degli Emigrati Sardi a Genova.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b5dda923b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Maria Teresa Cau e Nicolino Cabizza" data-credits="" />Non era solo un'interprete e un'intrattenitrice, ma<strong> sin da subito partecip&ograve; alle gare di improvvisazione con i pi&ugrave; famosi <em>cantadores</em></strong>. Sola con la sua chitarra perch&eacute; in pochi riuscivano a starle dietro nei registri pi&ugrave; alti che lei raggiungeva con facilit&agrave;. Tuttavia il leggendario maestro Nicolino Cabizza la accompagn&ograve; varie volte, e duett&ograve; con lei. Oltre ai <em>cantos in Re</em> Maria Teresa era un'estimatrice della nuova musica leggera, e sicuramente&nbsp; portava un ventata di giovinezza sul palco: tagliate le trecce e in abiti "sanremesi", nel 1960 appena sedicenne, <strong>entra a far parte del Quartetto Logudoro</strong> di cui fanno parte il famoso <em>cantadore</em> Leonardo Cabitza, il giovane chitarrista Aldo Cabizza alla chitarra (figlio di Nicolino) e Antonio Ruju alla fisarmonica.</p><p><strong>Le porte della sala di incisione si spalancano per i musicisti nel 1961</strong>; incideranno per la Vis di Napoli (la stessa etichetta del divo Claudio Villa) diversi 45 giri per un totale di 24 brani. Nel 1962&nbsp; vince il "Campanile d'oro", un concorso radiofonico antenato degli odierni <em>talent show</em>, e incide il suo primo successo in lingua italiana "Jamaica", che diventer&agrave; il suo cavallo di battaglia.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b5dda8d42.450.0.jpg" alt="" width="213" height="614" align="right" data-didascalia="Brano di M.T. Cau" data-credits="" />Nel frattempo <strong>Maria Teresa sente la necessit&agrave; di scrivere le sue canzoni</strong>: la sua vena compositiva trova le sue radici nella tradizione ma si colloca in un angolo di particolare malinconia e spesso i suoi brani hanno una dolceamara consapevolezza, rara in una ragazza cos&igrave; giovane e che si mostra invece&nbsp; pi&ugrave; frizzante e spensierata con i brani scritti da terzi o nei <em>muttos</em> tradizionali. <strong>Maria Teresa &egrave; la prima cantautrice nella storia della musica folk sarda.&nbsp;<br /></strong>Emergendo da quello che era stato principalmente un ruolo da interprete di pezzi altrui, raccogliendo il testimone dalle grandi <em>cantadoras</em> dei primi del novecento come <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/6854/candida-mara-la-regina-cantadora-di-nulvi.html" target="_blank">Candida Mara</a></strong></span> </span>e <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7029/la-pioniera-del-canto-popolare-sardo-maria-rosa-punzurudu.html" target="_blank">Maria Rosa Punzurudu</a></strong></span></span> (sua compaesana) spiana la strada, su un terreno quasi esclusivamente maschile, alle nuove leve che verranno dopo di lei.</p><p><strong>Ma c'era un desiderio molto forte in lei</strong> ed era quello di continuare gli studi, farsi una cultura. Una delle sue pi&ugrave; care amiche, la maestra di musica Salvina Sanna ricorda il loro incontro nel suo storico negozio di dischi di via Vittorio Emanuele, tappa fissa di musicisti e appassionati per pi&ugrave; di un ventennio. &laquo;Maria Teresa venne da me perch&eacute; voleva imparare a suonare il pianoforte e trascrivere le sue canzoni sul pentagramma: era totalmente autodidatta, le sue dita si posizionavano naturalmente sulla chitarra e la sua voce era limpida, di un'intonazione indescrivibile. Ma soprattutto aveva un sogno &ndash; continua Salvina- <strong>voleva a tutti i costi prendere il diploma</strong>&raquo;. <br />&Egrave; per questo&nbsp; che&nbsp; alla fine degli anni '60 Maria Teresa si ritira dalle scene e si iscrive all'Istituto Magistrale. In quel periodo continua a comporre, poesie e canzoni, anche in lingua italiana, ma &egrave; restia ad esibirsi, anche per gli amici pi&ugrave; stretti.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b5dda8486.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="M.T. Cau con la band I delfini" data-credits="" />Quando torna sulle scene, nel 1973, <strong>Maria Teresa non &egrave; pi&ugrave; l'adolescente della tradizione folk</strong>. I tempi sono profondamente diversi anche nell'isola e anche la sua scrittura ne ha assorbito il cambiamento. Incide un nuovo album con l'etichetta Tirsu di Cagliari che lo intitola anacronisticamente "Folclore di Sardegna". Ma in quell'album, il suo testamento spirituale, di standard non c'&egrave; nulla, anzi, i temi sono intimisti e meditati: "malinconia e solitudine, quella sua e degli altri, un disincantato modo di leggere la vita", scrive Gian Gabriele Cau nella sua opera "<em>Ozieri e il suo volto</em>". <br />La sua svolta cantautoriale non viene subito recepita dal pubblico, <strong>il successo tarda ad arrivare</strong> mentre la Aedo la inserisce in una compilation di tre dischi "Le grandi voci del folklore della Sardegna", dove insieme ai suoi primi successi vengono inseriti anche i brani pi&ugrave; innovativi.</p><p>Poi non ci sar&agrave; pi&ugrave; tempo per vedere maturare i frutti di un talento ancora in piena sperimentazione, n&eacute; per godere di un nuovo e meritato successo. La morte arriva improvvisa il 6 gennaio del 1977: <strong>Maria Teresa si spegne a soli 33 anni per un cancro</strong>. &laquo;Quando si ammal&ograve; aveva appena iniziato ad insegnare come maestra elementare a Sassari - racconta Salvina - era sicura che la cura che seguiva avrebbe avuto successo.&nbsp;Continuava a cantare, e nelle registrazioni di quel periodo si percepisce che la sua voce &egrave; gi&agrave; minata dalla malattia&raquo;.</p><p>Esiste un rarissimo <em>bootleg</em> risalente a quel periodo, dove Maria Teresa <strong>canta quello che verr&agrave; poi ricordato come il suo testamento</strong>: il brano "Sa notte iscura". Una triste ballata dedicata al poeta Salvatore Farina, anche lui in lotta contro il cancro e registrata nel convento dei frati di San Pietro di Sorres. &laquo;Per una curiosa coincidenza quel giorno qualcuno aveva portato un registratore - dice Salvina Sanna - e si &egrave; potuta salvare la sua ultima esibizione&raquo;.</p><p><strong>La vita troppo breve della cantautrice ha lasciato un segno indelebile nella comunit&agrave; ozierese.</strong> A 40 anni dalla morte la citt&agrave; sta preparando una serie di manifestazioni culturali in programma a partire da questo autunno. A lei sono intitolate la scuola primaria di Punta Idda e nello stesso anno della sua morte venne fondata l'associazione culturale M.T. Cau e il coro polifonico dove hanno militato almeno 4 generazioni di cantanti e musicisti.</p><p><em>&ldquo;Passat che un'istella 'e mesu notte / e lassat un'iscia 'e lughe bella&rdquo;</em>&nbsp;scrisse di lei il poeta Remundu Piras: proprio come una cometa che dopo il suo passaggio ancora fa vibrare di luce il cielo.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS storie di donne canto ozieri Tue, 11 Apr 2017 16:26:20 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7090/maria-teresa-cau-la-cantadora-incontro-a-un-tragico-destino.html admin 2017-04-11T16:26:20Z La storia del cestino sardo. Sa corbula: differenze, usi e significato http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7076/la-storia-del-cestino-sardo-sa-corbula-differenze-usi-e-significato.html La utilizzavano come sedia o per dormire, ma la funzione principale era legata alla panificazione. Parte essenziale del corredo nuziale e simbolo dell'artigianato, aveva anche una funzione estetica. <p>S</p><p>enza offendere l&rsquo;ape regina &egrave; alle api operaie che spetta la corona per il ruolo ricoperto nell&rsquo;alveare. Questi splendidi esemplari fanno pulizia, nutrono e si adoperano per costruire il ricovero dell&rsquo;intera colonia. Le operaie si danno talmente da fare per i propri simili, che fanno pensare alla grande <strong>operosit&agrave; delle donne sarde all&rsquo;interno della famiglia</strong>, a quell&rsquo;ingegnosit&agrave; che difficilmente trova pari.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b53840055.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Cesti tradizionali - ph. sardegnadigitallibrary.it" data-credits="" />Nelle dimore sarde</strong>, fino mezzo secolo fa, tutto era rigorosamente fatto a mano. L&rsquo;artigianato rendeva le case cos&igrave; uniche che ancora oggi, chi ne conserva, pu&ograve; vantarsi della ricchezza delle opere, delle decorazioni e <strong>dell&rsquo;immenso lavoro che sta dietro gli oggetti, portato avanti spesso da donne</strong>: le api operaie di casa che allevavano e realizzavano al contempo tantissime cose.</p><p>Zelanti e precise, le donne sarde erano le <strong>artigiane-artiste</strong> di cesti personalizzati, intrecciati e ricamati con grande amore e cura, personalizzati in mille forme e sfumature. Fra questi c'era&nbsp;<strong>sa corbula </strong>(corbe, colvula, crobi) a&nbsp;<strong>vantare una tradizione secolare nell&rsquo;isola.</strong></p><p>Basta sfogliare vecchie foto di famiglia o frugare negli archivi regionali per fari un'idea di quanto il suo uso fosse radicato. <strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b53812d7b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="ph. sardegnadigitallibrary.it" data-credits="" />Gruppi di donne</strong> impegnate nell&rsquo;intreccio&nbsp;<strong>che avanzano con fare deciso e la corbula in equilibrio sulla testa.</strong>&nbsp;Quanta bellezza ed eleganza esprimono quelle immagini in bianco e nero?</p><p>La corbula era un ampio cesto privo di manici di forma conica, utilizzato fino alla fine degli anni &rsquo;50 nella cultura agro-pastorale. <strong>Sono &ldquo;corbule&rdquo; sarde anche i piccoli cestini che formano i</strong> <strong>gioielli</strong>, certo, perch&eacute; &egrave; proprio dall&rsquo;omonimo cesto che ne derivano il nome e la simbologia. La forma della corbula richiama infatti la fertilit&agrave; e la prosperit&agrave;: le qualit&agrave; della donna generatrice di vita. <strong>Il cesto rappresenta la funzione femminile di contenere e mantenere la vita</strong>, di proteggere e nutrire.</p><p>In Sardegna le corbule erano parte irrinunciabile del <strong>corredo nuziale</strong> perch&eacute; essenziali nella preparazione dei pani e utilizzate per misurare gli alimenti. La dote era composta di tre canestri e tre corbule, chiamate dalla pi&ugrave; grande alla pi&ugrave; piccola<em><strong> sa crobe manna</strong>, <strong>sa crobe</strong> e </em><strong><em>sa crobischedda</em>.</strong></p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b53812401.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="ph. sardegnadigitallibrary.it" data-credits="" />Lavorate sapientemente e arricchite con decori diversi in base alla zona, le corbule venivano utilizzate per trasportare il pane e il grano ma<strong> avevano anche una funzione estetica</strong>. Venivano appese al muro a m&ograve; di quadrucci o esposte su mensole per arredare e conferire calore all&rsquo;ambiente domestico (a Sinnai esistevano le &ldquo;stanze del fieno,&rdquo; locali interamente arredati di canestri e corbule di diverse dimensioni).</p><p><strong>Realizzare una bella corbula </strong>era un orgoglio personale, ma se l&rsquo;erba del vicino era pi&ugrave; verde le donne non esitavano a rivolgersi ai <strong>corbulai</strong>, i venditori ambulanti di corbule che trasportavano una vasta gamma di modelli realizzati altrove. <strong>I corbulai poi, non erano i soli uomini ad avere a che fare con i cesti</strong>. Fino ai primi del &lsquo;900 a Cagliari esistevano &ldquo;is piccioccus de crobi&rdquo;, ragazzini di strada che per guadagnarsi da vivere trasportavano <strong>sa spesa</strong> da un luogo all&rsquo;altro utilizzando le corbule, che all'occorrenza diventavano sedie o giacigli per dormire.</p><p>Quanto ai materiali utilizzati per l'intreccio, nella Barbagia di Ollolai prevaleva l<strong>&rsquo;asfodelo</strong>, nel Campidano Maggiore e nel Campidano di Cagliari la <strong>paglia di grano</strong> e il giunco, e nella Romangia la <strong>palma nana</strong>. Le strisce di asfodelo, a causa della durezza delle fibre, richiedevano uno sforzo di lavorazione incredibile. <strong>Venivano tagliate nel mese di giugno</strong> ed esposte al sole davanti casa per l&rsquo;essiccazione, dopodich&eacute; si passava alla scelta delle tonalit&agrave; da inserire in base al motivo della decorazione.</p><div class="article-break-image" style="background-image: url('http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b667e51dc.1500.0.jpg');" data-didascalia="" data-credits="">&nbsp;</div><p><span style="color: #808080;"><strong><span style="font-size: 10pt;">Ollolai, Autunno in Barbagia&nbsp;2016</span></strong></span></p><p>La corbula in asfodelo o giunco si sviluppava per <strong>cerchi concentrici a spirale secondo il metodo &ldquo;a crescita continua&rdquo;</strong>. Il sostegno era rappresentato dalla spirale rigida e le donne utilizzavano acqua e strumenti perforanti (anche <strong>ossa di pollame appuntite</strong>) per fermare di volta in volta i punti e riempire il cesto, ancorando il giro successivo al precedente.</p><p>Esistono grandi <strong>differenze</strong> fra le corbule di Ollolai e quelle dell&rsquo;Oristanese. Nelle prime le decorazioni sono minimali, nelle seconde addirittura venivano inseriti dischi di<strong> stoffa broccata</strong> per coprire l&rsquo;occhiello della spirale, e i decori spaziavano dai <strong>motivi geometrici</strong> a forme stilizzate di <strong>animali e piante.</strong></p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b53813165.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Cesti di Ollolai - ph. sardegnadigitallibrary.it" data-credits="" />&Egrave; incredibile pensare che modelli delle stesse dimensioni e forme delle corbule erano <strong>presenti anche in epoche molto antiche</strong>. Una delle testimonianze viene da <strong>Villasor</strong>, dove &egrave; stato ritrovato un bronzetto nuragico (conservato nel Museo Archeologico di Cagliari) raffigurante una donna che trasporta un cesto con cordone a spirale. Altri bronzetti riproducono cesti con decorazioni a cordoni concentrici sovrapposti, che simulano la tessitura del giunco e dell&rsquo;asfodelo: gli stessi materiali utilizzati fino al secolo scorso.</p><p><strong>Le corbule attualmente in vendita</strong> si sono arricchite di decori anche non tradizionali, ma con l&rsquo;avvento del turismo di massa la loro fattura (tranne alcune eccezioni) non &egrave; pi&ugrave; artigianale, ma dozzinale e abbastanza grossolana. Per acquistare pezzi unici bisogna rivolgersi alle <strong>artiste/i che ancora intrecciano</strong> a mano, mentre per ammirare, basta recarsi nel <strong>Museo dell&rsquo;intreccio a Castelsardo</strong>, che raccoglie splendide corbule, canestri, crivelli e setacci sardi e provenienti dall&rsquo;intera area del Mediterraneo.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS tradizioni lavori a tinte rosa artigianato cestini Wed, 05 Apr 2017 10:00:39 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7076/la-storia-del-cestino-sardo-sa-corbula-differenze-usi-e-significato.html admin 2017-04-05T10:00:39Z Albina Angioni, la poetessa che illuminò su sentidu http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7073/albina-angioni-la-poetessa-che-illumino-su-sentidu.html Donna di scienza e letterata, Albina Angioni è l'autrice sarda che svela il suo poetare in età adulta. Il suo è un mondo permeato da su sentidu, il sentimento autentico della sardita <p>La poesia come moto dell'anima per esaudire un incantesimo che l'aveva ammaliata sin da piccola. <strong>Albina Angioni</strong> aveva aspettato di oltrepassare met&agrave; della sua vita prima di ascoltare quel richiamo di parole e versi in sardo campidanese come mondi in cui immergersi.</p><p>Perch&eacute; - si chiedeva - il parlare della lingua sarda mi rapisce e mi avvolge il cuore di desideri e riflessioni? Una risposta ineludibile che aveva trasfuso nella raccolta "Imbentu sa luxi", l'opera che la consacr&ograve; poetessa.</p><p><strong>Nata il 20 luglio 1936 a Monserrato</strong>, Albina &egrave; la primogenita di sei bimbi della coppia formata da Saturnina, ostetrica, e Albino carabiniere, entrambi originari di Sestu. <br />Boccoli dorati e un sorriso solare, Albina &egrave; ancora piccina quando, durante la guerra, sente il rombo terribile dei bombardamenti e scende nel rifugio antiaereo trascinata dalla madre. A Tonara, il paese trai monti in cui &egrave; sfollata, la bimba vive un periodo di inevitabili privazioni che non riescono per&ograve; a cancellare i ricordi pi&ugrave; dolci: quei giochi con le foglie del bosco che la sua fantasia trasforma in scarpe.</p><p><strong>A nove anni, una malattia reumatica</strong>, che le porta disturbi al cuore, infrange l'allegria di un'infanzia serena, nonostante l'esperienza della guerra. Un male che l'affligger&agrave; segnando la sua intera esistenza. Da vispa ed esuberante bambina, Albina non pu&ograve; pi&ugrave; correre e giocare insieme agli altri bimbi. Trova per&ograve; nella lettura ristoro a quei desideri mancati di bimba che non pu&ograve; pi&ugrave; esaudire. Si immerge nelle storie, divora riviste.</p><p>Si incanta quando vede il nonno, dalle grandi mani di sughero, che cerca di leggere il giornale o la nonna Adelina che le narra in sardo di Maria Farranca e i suoi capelli di anguilla o della vita della strega Pimpirinedda.<br /><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b38b191d3.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Albina con il marito Cesello" data-credits="" />Albina vive circondata dalla natura</strong> dal ritmo antico delle stagioni, dai fiori che sbocciano e appassiscono e incomincia ad appassionarsi alla botanica. Decide forse per questo motivo, nonostante ami visceralmente la letteratura, di iscriversi, al liceo scientifico Michelangelo di Cagliari. &Egrave; una ragazza Stem, diremo oggi, <em>antelitteram</em>. Una delle poche che prende il tram per recarsi a scuola.</p><p>Il suo &egrave; un percorso scientifico coronato dalla laurea in Farmacia conseguita all'Universit&agrave; di Cagliari. <br /><strong>A met&agrave; degli anni '50, arriva l'incontro con il grande amore</strong> della vita. Si invaghisce di lei Cesello Dess&iacute;, il grande campione sardo di ciclismo. Occhi azzurri e fascino da sportivo, fa breccia nel suo cuore. Si sposano e nel 1958 hanno una bambina, Patrizia. L'anno dopo, Albina si iscrive di nuovo all'Universit&agrave;, facolt&agrave; di Scienze Naturali. Brillante studentessa prende sempre il massimo dei voti e si laurea in tempi record.</p><p><strong>Guida un maggiolone celeste</strong> con cui raggiunge le farmacie in cui lavora e porta spesso la figlia allo stagno di Molentargius per spiegarle flora e fauna di un luogo che &egrave; per lei magico. <br />&laquo;Nonostante la malattia, era una donna piena di coraggio. Volitiva, effervescente e indipendente. Capace di slanci colmi di dolcezza e affetto&raquo; racconta fiera la figlia Patrizia Dess&iacute;, che ha aiutato nel ricostruire il profilo di questa poetessa, commediografa e autrice sarda.</p><p>&laquo;Dopo aver effettuato tante sostituzioni, le avevano finalmente assegnato una sede fissa, la farmacia di Villacidro - ricorda ancora la figlia- ma io sarei dovuta andare in collegio. Mia madre ha rifiutato sacrificando un suo importante obiettivo e si &egrave; dedicata all'insegnamento&raquo;. Per Albina non &egrave; per&ograve; un ripiego, ma un lavoro che svolge con passione. <strong>Insegna per 25 anni matematica e scienze</strong> alle medie e alle superiori.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b38b17a0b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Pronta sempre a condividere il suo sapere, aiuta alunni, amici e conoscenti a impostare libri o a scrivere articoli. &laquo;Generosa e altruista- dice la figlia- era capace di stare ore e ore al telefono con le amiche se avevano un problema&raquo;.<br />Alla fine degli anni '90, Albina decide che &egrave; arrivato il momento di lasciare da parte le esitazioni. Prende coraggio e inizia a scrivere e a pubblicare. Un'esplosione di creativit&agrave; che la avvolge nell'et&agrave; adulta. Il marito &egrave; il primo sostenitore, &egrave; lui che la spinge a realizzare un sogno forse per troppo tempo celato tra le pieghe della vita.</p><p>&Egrave; come un risveglio. Versi, contus, commedie. <br />Arrivano anche i premi, i riconoscimenti, le menzioni d'onore. Attraverso la scrittura, espressione del suo mondo interiore, Albina riesce a far rivivere le sue esperienze demonizzando i suoi mali e rompendo quelle catene che le avevano, suo malgrado, imprigionato l'infanzia.</p><p>Lo fa nella prima commedia che scrive: "Sa rebellioni de is maladias" in cui le malattie prendono vita e si ribellano a farmaci e terapie.<br />Ma non solo. Nei suoi versi risuonano le memorie perdute del suo paese, le tradizioni, le abitudini, il fragrante profumo del pane, la voce della pioggia, i suoni della semina e della vendemmia. I racconti delle <em>cosingianas</em> (sarte) del dopoguerra, protagoniste della commedia "Sa littra de Mariedda e contus de su tempus chi currit" o la forza e il carattere delle donne sarde nella commedia inedita "Palmira".</p><p>La scrittura &egrave; per lei atto d'amore per la Sardegna. I suoi versi dipingono e vivificano su sentidu, una parola intrisa della linfa che scorre nelle radici della madreterra. Quasi intraducibile, &egrave; in grado di racchiudere un universo di antichi significati, il senso, il sentimento e le emozioni della sardit&agrave; profonda. &Egrave; il sentire dell'anima, una sensibilit&agrave; che tocca le corde pi&ugrave; intime di spirito e mente.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b38b16afe.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Albina con la figlia Patrizia" data-credits="" />Albina sceglie di esprimersi con la lingua del cuore:</strong> il sardo nella variante campidanese rustica. &laquo;Amava in particolare modo la letteratura della sua Isola - dice ancora la figlia - ha imparato il sardo dai nonni che le parlavano in limba&raquo;.<br />Riesuma i vecchi quaderni dove trascriveva i racconti e i ricordi della nonna Adelina, le tracce di quei pomeriggi in solaio a curiosare nelle cassapanche, scrigni di un tempo antico.</p><p><span style="color: #808080;"><strong><span style="font-size: 18pt;">"<em>Appu boffiu recuperai is modus de nai e is fueddus antigus chi oi funti in pagus a imperai cun</em> <em>su scopu de no ddus perdi e po ddus allogai po</em> <em>su beniteru</em>&rdquo;</span></strong></span><br /> (Ho voluto recuperare i modi di dire e le parole antiche che sono in disuso con lo scopo di non perderle e conservarle per il mondo intero).</p><p>Questa &egrave; la sua vocazione. Dipinge con i <em>fueddus,</em> i suoi quadri di versi che nascono dalla fontana dei ricordi. Un canto improvviso che si sprigiona di notte illuminato dalla luce della luna quando "accurri fantasia", la fantasia che le viene incontro e con cui intreccia il ballo in tondo come facevano le <strong><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/4391/janas-le-creature-magiche-inventate-da-un-dio-distratto.html" target="_blank">janas</a></span></strong>.</p><p>&Eacute; come <strong><span style="font-size: 18pt;"><em><span style="color: #808080;">"frori chi ampulat a celu si follas po nai marranu a sa stracc&igrave;a de sa vida add&igrave;a de su tempus </span></em></span></strong><br />(fiore che lancia al cielo i suoi petali per contrastare le avversit&agrave; della vita al di l&agrave; del tempo)".</p><p>&laquo;Era una donna impegnata che ha dato molto a Monserrato e alla cultura teatrale sarda in lingua sarda - &egrave; il ricordo di Marco Sini, ex sindaco di Monserrato, promotore di una serata omaggio dedicata ad Albina Angioni - Partecipava attivamente alla vita sociale della citt&agrave;. E&rsquo; stata per molti anni componente della Commissione di Concorso del Premio di Poesia in lingua italiana promosso dal Circolo Giuseppe Verdi e il suo contributo in qualit&agrave; di relatrice non &egrave; mai mancato in occasione di incontri e conferenze pubbliche. La sua rubrica sulla rivista "Monserrato News" era imperdibile&raquo; dice ancora Sini.<img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b38b181a6.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Albina con la figlia Patrizia" data-credits="" /></p><p>Amava il suo paese Albina, amava la vita. Viaggiando contro vento, ha svelato il suo bel canto nascosto. Nonostante le avversit&agrave; e le sofferenze di un animo profondamente legato alla sua terra.</p><p>Nel gennaio del 2014 ad Albina Angioni &egrave; stato conferito alla memoria, il Premio Pro-Monserrato promosso dalla ProLoco per onorare monserratini e monserratine che hanno dato lustro alla citt&agrave;.</p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>Deu bollu sighiri</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>mancai s'indiffernzia</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>e su prantu</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>de sa terra dispreziada</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>a spraxi s'anima mia a su bentu</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>chi aberit is nuis grais </em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>in circa de fragus e coloris,</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>po nai fueddus po chini non 'ndi scit nai,</em></strong></span><br /><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>po consolai</em></strong></span><br />(Io voglio continuare nonostante l'indifferenza e il pianto della terra vilipesa a spargere l'anima mia al vento che apre le nuvole dense in cerca di odori e colori, per dire parole per chi non ne sa dire, per consolare)</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 18pt;">&nbsp;<span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS poesia tradizioni Tue, 04 Apr 2017 09:55:56 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7073/albina-angioni-la-poetessa-che-illumino-su-sentidu.html federica.ginesu 2017-04-04T09:55:56Z Pina Monne, l'amore per la Sardegna attraverso l'arte dei murales http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7067/pina-monne-l-amore-per-la-sardegna-attraverso-l-arte-dei-murales.html Da Grazia Deledda a Maria Carta le sue figure femminili esprimono tanta dolcezza, ma altrettanta fierezza. Come nell'olio su tela "La ragazza di Fonni", in mostra da sabato alla Galleria Mad di Milano <p>U</p><p>n tempo erano la rappresentazione&nbsp;della cultura e della comunit&agrave; contadina. <strong>I murales, dipinti imponenti, erano soprattutto simbolo&nbsp;di protesta</strong>, espressione di un fenomeno artistico e sociale nato in Sardegna negli anni Sessanta. Da San Sperate a Villamar da Serramanna a Tinnura: la Sardegna vanta i&nbsp;pi&ugrave; belli al mondo. Ma &egrave; Orgosolo, con i suoi 150 murales, la capitale del muralismo in Italia.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b2b727b4e.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Pina Monne a lavoro" data-credits="" />Pina Monne</strong>, quarantasei anni, di Irgoli, vive a Tinnura.&nbsp;<strong>Da diciassette anni ha fatto di questa tecnica un motivo di vita.</strong> I suoi lavori non sono simbolo di protesta ma arredi urbani, che portano bellezza dove la societ&agrave; ha creato abbandono. &laquo;Ho sempre messo al primo posto il mio sogno: raccontare l&rsquo;amore per la Sardegna attraverso l&rsquo;arte. Ed &egrave; quello che faccio tuttora. Ho ricevuto tantissime proposte per potermi trasferire definitivamente all&rsquo;estero, ma ho sempre rifiutato. <strong>Senza la mia Sardegna non sarei&nbsp;Pina Monne&nbsp;muralista</strong>&raquo;.</p><p>Per lei, che&nbsp;ha realizzato centinaia di murales in oltre novanta paesi dell&rsquo;Isola, <strong>da bambina dipingere e colorare significava tutto</strong>. &laquo;Ho trascorso la mia infanzia a Irgoli &ndash; ricorda &ndash;, &nbsp;paese nel quale sono nata. Alla scuola materna la maestra portava me e altri quattro bambini in una sala dove c&rsquo;era il laboratorio di arte. L&igrave; si dipingevano i cartelloni. Alle elementari la maestra mi fece scrivere un tema, il titolo era: &ldquo;Cosa vuoi fare da grande?&rdquo;. Io avevo gi&agrave; chiare le idee, volevo fare l&rsquo;artista, volevo essere pittrice&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b2b728475.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Una strada che, inizialmente, non fu compresa dalla famiglia.</strong> &laquo;Dovevo iscrivermi alle superiori e a casa arriv&ograve; l&rsquo;insegnante di educazione artistica per parlare con i miei genitori, <span style="color: #0000ff;"><span style="color: #000000;">volevo che li convincesse a farmi</span>&nbsp;</span>studiare all&rsquo;istituto d&rsquo;arte. Non vollero sentire ragioni, mi dissero che dovevo frequentare le magistrali per poter avere un&rsquo;opportunit&agrave; di lavoro. Rinunciai <span style="color: #000000;">cos&igrave;</span> a quel sogno e con grande fatica mi diplomai alle magistrali&raquo;.</p><p>Ma la passione di Pina Monne per l&rsquo;arte resta forte, anche quando inizia a lavorare come insegnante in un asilo nido. Cinque anni lunghissimi, trascorsi comunque senza mai abbandonare i pennelli e le tele, fino a quando capisce che la sua strada &egrave; un&rsquo;altra. &laquo;Ho detto a me stessa: &ldquo;Non &egrave; quello che io amo fare!&rdquo;. Ho partecipato a un concorso di murales a Tinnura, l&rsquo;ho vinto. Da quel momento non mi sono mai fermata&raquo;.</p><p>Sono trascorsi diciassette anni da allora. <strong>Pina Monne, artista eclettica, ceramista, pittrice, di strada ne ha fatta tanta.</strong> Un percorso che l&rsquo;ha portata al muralismo, a raccontare le tradizioni sarde attraverso il ritratto:&nbsp; &laquo;Mi piace cogliere l&rsquo;anima attraverso i visi dei vecchi bruciati dal sole - spiega.&nbsp;Se li osservi con attenzione&nbsp;<span style="color: #000000;">riesci a scoprire tanto</span> delle loro vite: la&nbsp;fatica,&nbsp;i sacrifici&nbsp;<span style="color: #000000;">fatti durante la</span> loro esistenza. Hanno&nbsp;una serenit&agrave; d&rsquo;animo che oggi molti di noi non hanno ancora raggiunto.&nbsp;Questi anziani riescono&nbsp;a infonderti ancora sicurezza, certezza&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b2b759f3e.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="La ragazza di Fonni, Pina Monne" data-credits="" />Nei suoi lavori ci sono anche i volti delle&nbsp;donne sarde.</strong> Figure&nbsp;femminili che esprimono dolcezza, ma altrettanta fierezza. Come nell&rsquo;opera&nbsp;<strong><em>La ragazza di Fonni</em></strong>, olio su tela scelto dalla curatrice d&rsquo;arte Marta Losignore per la Galleria multimediale Mad di Milano, dove rester&agrave; in esposizione per un anno. &laquo;Credo che la donna sarda, soprattutto nella provincia di Nuoro, abbia veramente grandi doti manageriali. Io ammiro tantissimo questa &nbsp;capacit&agrave; e cerco sempre di rappresentarle nei miei lavori.&nbsp;<strong>Grazia Deledda</strong>&nbsp;&egrave; il simbolo. Era quasi fuori tempo, era molto avanguardista&nbsp;rispetto alle donne di quel periodo, lei era gi&agrave; oltre&hellip; &raquo;.</p><p>L'opera&nbsp;<span style="color: #0000ff;"><em><strong><span style="color: #000000;">Donna di <span style="background-color: #ffffff;">Oniferi</span> ritratta a cavallo,</span> </strong></em><span style="color: #000000;">riassume in pieno ci&ograve; che la donna sarda per lei rappresenta.</span></span>&nbsp;&laquo;Sono legata a tutte le mie opere &ndash; afferma &ndash;. Se uno le osserva dall&rsquo;inizio sino alla fine, riesce a capire la mia crescita artistica nel tempo. Ma, se devo essere sincera, mi piace tantissimo il murale che ho fatto a Oniferi&hellip; ha una storia importante. Il sindaco voleva che rappresentassi una persona a cavallo e si era partiti dal presupposto che dovesse essere un uomo. Tutti i ragazzi del paese volevano essere scelti. Io, alla fine scelsi&nbsp;una donna. Aveva perso il marito.&nbsp;Un esempio di donna sarda coraggiosa che &egrave; diventata insieme padre e madre per i propri&nbsp;figli. L&rsquo;ho portata in campagna e abbiamo fatto degli scatti in abito tradizionale. I suoi occhi parlavano, raccontavano chi era e cosa aveva dentro&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b2b72a6b4.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Maria Carta a Siligo" data-credits="" />Pina Monne &egrave; anche l&rsquo;autrice del</strong>&nbsp;<strong>murale di <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/3244/maria-carta-il-canto-profondo-di-una-donna-fuori-dal-tempo.html" target="_blank">Maria Carta</a></span></strong>, a Siligo. &laquo;Stavo lavorando a Bessude, un piccolo centro nel sassarese, ma mi serviva un rullo e non trovai un negozio di ferramenta in paese. Dunque andai nella vicina Siligo, ma&nbsp;il negozio era chiuso. Cos&igrave; decisi di fare una passeggiata e giunsi nella piazza principale. L&igrave;, in un angolo, c&rsquo;era la piccola statua in bronzo dedicata alla cantante. Poi mi voltai e vidi una parete.<span style="color: #000000;"> Pensai a Maria Carta, alla sua voce, a lei che ha rappresentato la musica sarda all&rsquo;estero, a lei che amava tantissimo la Sardegna. Mi avvicinai in Comune e dissi che mi sarebbe piaciuto regalare una grande opera alla memoria di Maria Carta. Insieme al fratello della cantante ho scelto un bellissimo scatto. Ho notato subito lo sguardo. Il sindaco mi ha detto che sarebbe stato bellissimo se fossi riuscita a realizzare il murale dopo tre giorni, in occasione dell&rsquo;inaugurazione della piazza. Lavorai giorno e notte, con i fari puntati sulla parete. Il giorno dell&rsquo;inaugurazione, il murale era pronto</span>&raquo;.&nbsp;</p><p>Oltre<span style="color: #000000;"> a permetterle di raccontare l'amore che nutre per la propria&nbsp;terra, per Pina Monne <strong>il muralismo &egrave;</strong></span><strong>&nbsp;&laquo;motivo&nbsp;di scoperta, di ricerca</strong>, quella che mi regalano le persone che si avvicinano mentre sono a lavoro: sono curiosi e mi fanno sempre&nbsp;tante domande,&nbsp;il motore che mi spinge tutti i giorni a salire sull&rsquo;impalcatura e&nbsp;ad affrontare lunghi viaggi &egrave; la passione&raquo;.</p><p>&Egrave; la grande superficie ad affascinare Pina Monne, quella che all&rsquo;et&agrave; di vent&rsquo;anni l&rsquo;ha portata a conoscere i muralisti pi&ugrave; famosi:&nbsp;&nbsp;<strong>Angelo Pilloni</strong>,&nbsp;<strong>Archimede Scarpa</strong>,&nbsp;<strong>Luciano Lixi,</strong>&nbsp;<strong>Pinuccio Sciola</strong>,&nbsp;<strong>Ferdinando Medda</strong>. Da l&igrave; &egrave; iniziata la sua carriera di autodidatta e anche l&rsquo;amicizia con i due grandi muralisti Angelo Pilloni e Archimede Scarpa. &laquo;Utilizziamo il murale allo stesso modo, non come simbolo di protesta, ma come arredo urbano, per rivalutare le zone deturpate dei paesi&raquo;. Cos&igrave; le loro opere diventano delle scenografie all&rsquo;aperto che raccontano in maniera chiara quella che &egrave; stata la tradizione del posto. &laquo;Cos&igrave; &egrave; nato il mio grande amore, che &egrave; rimasto latente in me per qualche anno ma poi, all&rsquo;et&agrave; di trentatr&eacute; anni &egrave; sbocciato, esploso, con il concorso di murales a Tinnura, da dove sono partita e dove ancora adesso mi ritrovo&raquo;.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS arte murales pittura irgoli Fri, 31 Mar 2017 09:35:12 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/7067/pina-monne-l-amore-per-la-sardegna-attraverso-l-arte-dei-murales.html admin 2017-03-31T09:35:12Z Daniela Zedda e i suoi ritratti che catturano l'anima http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7058/daniela-zedda-e-i-suoi-ritratti-che-catturano-l-anima.html Non è diventata pittrice, ma i suoi scatti sono ritratti iconici e indimenticabili. Daniela Zedda è una delle più importanti fotografe del panorama contemporaneo. Le sue foto hanno girato il mondo <p>L</p><p>e scale color latte sono antiche e ripide, portano a&nbsp;uno scorcio di azzurro che sfuma nell'alba in cui sono cristalizzati degli uccellini. &laquo;&Egrave; un'installazione che rappresenta il viaggio&raquo;&nbsp;dice Daniela Zedda, fotografa di fama internazionale che ha esposto in tutto il mondo.</p><p>Mi accoglie nel suo nido, una casa da cui si scorge uno spicchio di mare luccicante. Alle pareti del salotto bianco tanta arte. Un'insolita Maria Lai, i grovigli viola di Wanda Nazzari, il verde scuro di Antonello Ottonello, il giallo e blu di Rosanna Rossi. Noto subito una statuina raffigurante Dorothy Gale, la protagonista del film Il Mago di Oz. &laquo;L'ho comprata a New York. Quando l'ho vista sono impazzita. Mi ha subito ricordato la mia infanzia&raquo; dice. C'&egrave; anche una nave bianca e nera in ceramica e tanti altri oggetti, ricordi del cuore. Una disposizione- spiega Daniela- creata dall'amico Antonio Marras, l'ultima volta che &egrave; venuto a trovarla.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b2f8fe481.450.0.jpg" alt="" width="500" height="289" align="right" data-didascalia="" data-credits="" /><strong>Daniela Zedda, cagliaritana,</strong> donna poliedrica, &egrave; nata ribelle. Da piccola giocava a calcio, unica femmina in una squadra di maschi, con la maglia del Cagliari, quella di Gigi Riva, ricevuta in dono a Natale. Ha sempre rotto gli schemi. Irriducibile e anticonvenzionale, a lavoro arrivava in sella alla sua moto. <br />Il suo &egrave; un obiettivo che coglie gli interstizi dell'anima, le profondit&agrave; dell'esistenza. Al di l&agrave; e al di qua del visibile cogliendolo in uno scatto.</p><p><span style="font-size: 18pt;"><em><strong><span style="color: #808080;">&laquo;Faccio un lavoro che &egrave; un grande privilegio.&nbsp;Mi permette di filtrare la realt&agrave; interpretandola secondo il mio punto di vista. &Egrave; quello che faccio ogni volta. Cercare qualcosa&raquo;</span></strong></em></span></p><p><strong>Cosa cerca?</strong> <br />Cerco significati. Un motivo valido perch&eacute; ci sia qualcosa da raccontare. Per me la fotografia &egrave; narrazione. Gli elementi che compongono la foto sono come tante frasi e pi&ugrave; stimoli e suggestioni ci sono, pi&ugrave; quella foto non ha un unico significato ma ne ha tanti a seconda di chi la osserva. Non potrei mai dire a una persona che non capisce una mia foto. Non avrebbe senso. Ognuno la comprende a modo suo e se riesco a dare un'emozione, allora ho raggiunto il mio scopo.<span style="text-decoration: line-through;"><br /></span></p><p><strong>Come ha iniziato?</strong><br />Casualmente. Ho iniziato a fotografare per non essere fotografata, una cosa che detesto tutt'ora. <br />Ero molto giovane. Andavo ancora al liceo e avevo un fidanzato con la passione per la fotografia. A quei tempi si diceva hobby. Una parola che non mi apparteneva, perch&eacute; amavo dedicarmi alla fotografia con impegno. Non solo nel tempo libero. <br />Dentro la camera oscura ho imparato a sviluppare i rullini e a stampare. Mi si &egrave; aperto un mondo. Quando ho compiuto diciotto anni, i miei genitori mi hanno regalato una macchina fotografica: una Pentax K 1000 tutta manuale. Con i primi soldi guadagnati con le foto, 800 mila lire, mi ero comprata la tanto agognata moto: una Cagiva 125 grigia metallizzata. <br /> <br /><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b2b1fe9d4.450.0.jpg" alt="" width="501" height="375" align="right" data-didascalia="a Cardedu da Maria Lai" data-credits="" />Quindi niente corsi di fotografia?</strong> <br />Sono un'autodidatta, non ho mai avuto un manuale. C'&egrave; stato per&ograve; un libro che mi ha aiutato ad avere un occhio fotografico "Saper vedere l'architettura" di Bruno Zevi. Ho imparato ad andare oltre ci&ograve; che vedevo, capendo che tutto quello che osserviamo ha sempre un significato da scoprire, la condizione primaria, nel mio caso, per fare una buona foto.</p><p><strong>Lei &egrave; anche una fotogiornalista che ha pubblicato sui pi&ugrave; importanti giornali nazionali.</strong><br />Ho mosso i primi passi all'inizio degli anni '80. Avrei voluto frequentare la facolt&agrave; di architettura che a Cagliari, in quel periodo, non c'era. Avevo ripiegato iscrivendomi in lingue. Ma non era la mia strada. Poi, invece, dopo un viaggio a Parigi mi chiam&ograve; il giornalista Ottavio Olita che aveva visto alcune&nbsp;mie foto. Mi propose di lavorare per una rivista che dirigeva.<br />Ho incominciato a fotografare spettacoli di musica, una mia grande passione. Era entusiasmante perch&eacute; non pagavo il biglietto e potevo entrare dietro le quinte.<span style="text-decoration: line-through;"><br /></span></p><p><strong><span style="color: #000000;">In Sardegna &egrave; stata u</span>na delle prime fotografe professioniste in un mondo prevalentemente maschile</strong><br />Quando ho iniziato erano tutti uomini. Potrei dire di essere stata discriminata, sarebbe la risposta pi&ugrave; ovvia. Ma non &egrave; stato cos&igrave;. Forse perch&eacute; sono cresciuta in una famiglia di donne in cui l'unico maschio era mio padre. Al lavoro, c'erano per&ograve; delle situazioni in cui venivo messa alla prova. <span style="color: #000000;">Una volta mi chiesero di andare in questura per fotografare un&nbsp;uomo che aveva ucciso la moglie mettendo poi il cadavere in una valigia.&nbsp;Mi lasciarono&nbsp;da sola con lui in una stanza. Per paura di avvicinarmi avevo cercato di cambiare obiettivo per lavorare a distanza, ma non c'ero riuscita subito perch&egrave; avevo la mani che tremavano.</span></p><p><span style="color: #000000;"><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b2f8fd951.450.0.jpg" alt="" width="500" height="333" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Lei &egrave; diventata celebre per i suoi intensi ritratti<br /></strong>Cerco sempre di restituire alle persone l'anima che rubo durante lo scatto. Adoro fare ritratti, soprattutto quelli in posa, perch&eacute; credo che sia la condizione dove ci mostriamo esattamente per quello che siamo. Magari non subito. Ma so aspettare. Per me il massimo &egrave; fotografare le persone un'unica volta. Ci sono poche persone che ho fotografato pi&ugrave; di una volta in modo voluto.</span></p><p><strong>Chi sono?</strong> <br />Maria Lai e Antonio Marrras. Sa qual &egrave; la particolarit&agrave; di queste persone? Hanno un sacco di vita da raccontare, non sono mai uguali e soprattutto Maria non amava farsi fotografare. Quando l'ho fotografata la prima volta nel 1991, stava lavorando a un laboratorio artistico per bambini. Io facevo le foto per l'organizzazione e mi aveva trattata malissimo. Poi quando ci siamo incontrate di nuovo, siamo diventate amiche. La cosa pi&ugrave; divertente era quando passavo le estati ad Arbatax e andavo a trovarla a Cardedu. Se non avevo con me la macchina fotografica, Maria mi chiedeva di recuperarla per immortalarla.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b2f8fcef1.450.0.jpg" alt="" width="500" height="333" align="right" data-didascalia="Maria Lai ph.Daniela Zedda" data-credits="" />Qual &egrave; il suo ricordo pi&ugrave; bello di Maria Lai</strong><br />Aveva la capacit&agrave; straordinaria di giocare molto seriamente. Diceva delle frasi che aprivano dei mondi, stare con lei era un arricchimento continuo. <br />Nella foto dove Maria ha in mano una pistola c'&egrave;, secondo me, l'autoironia che le apparteneva. Avevamo scattato tutto il giorno. Maria non ne poteva pi&ugrave;. Aveva all'improvviso afferrato una pistola giocattolo, forse dei nipotini, che stava sul tavolo del suo studio. &Egrave; stato un attimo, non la stavo neanche inquadrando. Una delle mie foto pi&ugrave; belle. Qualche anno dopo, l'ho ritratta di nuovo. Le ho insegnato un gioco che facevo con mia nonna. Maria non riusciva a capirlo perch&eacute; non l'aveva mai fatto. Avevamo usato lo spago e lei era davvero intenta a riuscire a intrecciare i fili nella maniera giusta. Penso di aver catturato un pizzico della sua essenza.<br />Mi manca molto. Quando andavo a casa sua mi faceva sempre l'insalata con verdura, pomodori, melone bianco e olio.</p><p><strong>Un sogno realizzato?</strong><br />La mostra "Solitude" al Times Center di New York nel 2009. Per me &egrave; stato il massimo fare una mostra sul jazz nella patria del jazz. Gli americani erano rimasti increduli nel vedere i personaggi che avevo fotografato in Sardegna e tutti volevano venire da noi.<br />Fare una mostra &egrave; sempre un grosso impegno, in cambio c'&egrave; senz'altro gratificazione, ma dopo ogni inaugurazione sto gi&agrave; pensando a qualcos'altro.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15b2f8feff8.450.0.jpg" alt="" width="500" height="333" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Adesso a cosa sta pensando?</strong><br />Alla mostra che far&ograve; ad Alghero per il Giro d'Italia. Poi ci sono diversi progetti a cui sono legata. Uno di questi dura da 13 anni ed &egrave; l'evento letterario "L'Isola delle Storie" a Gavoi. Per questa edizione trasformer&ograve; il paese in un luogo molto animato e vissuto, creer&ograve; con le foto nuove finestre e nei muri di pietra sorgeranno nuovi palazzi.</p><p><strong>Lei ha iniziato a scattare con l'analogico, adesso siamo nell'era del digitale in cui c'&egrave; un'invasione di foto<br /></strong>Quando ho iniziato la fotografia era rigore, tecnica e racconto di un momento importante dell'esistenza. Adesso si producono un numero esageratamente alto di foto e per contro non esister&agrave; memoria di molte di queste. Perch&eacute; difficilmente lasceranno traccia nel lungo periodo. La maggior parte delle foto che vengono fatte con le macchine digitali e i telefonini, non dico tra cent'anni ma tra dieci, potrebbero non essere pi&ugrave; visibili. Le immagini della nostra famiglia, dei nostri nonni, gli album di famiglia con le foto stampate, sono tutte cose che le nuove generazioni non avranno nella loro vita.&nbsp;</p><div class="article-break-image" style="background-image: url('http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15b3f01ec0c.1500.0.jpg');" data-didascalia="" data-credits="">&nbsp;</div><p><strong>Essere donna sarda per lei cosa significa?</strong><br />Avere una percezione di ci&ograve; che mi sta davanti pari a quella con cui guardo il mare, cio&egrave; una visione che va molto lontano e la capacit&agrave; di portarmi dentro tutte quelle caratteristiche che i sardi riescono a trasmettere: il rispetto, l'affidabilit&agrave;, la passione, l'appartenenza. &Egrave; il senso dell'infinito che fa, per&ograve;, la differenza.</p><p>&nbsp;</p><p>Daniela Zedda ha immortalato le grandi icone della musica. Da <strong>Nina Simone</strong>, <strong>Etta James</strong> fino a <strong>David Bowie</strong> e <strong>Barry White</strong>. Non solo. La storia contemporanea del mondo e i volti dei centenari sardi. Cos&igrave; semplici e allo stesso tempo straordinari. &laquo;Ho cercato di catturare la loro essenza vitale, quella che permette loro di guardare verso il futuro&raquo;. Il segreto- dice- &egrave; dare un senso molto forte a ogni nostra goccia di vita. &laquo;Avere sempre la capacit&agrave; di rinnovarsi e andare sempre oltre&raquo;. <br />Basta allungare un attimo lo sguardo e dalla ringhiera del soppalco si intravede un lucido sassofono. &laquo;Sono curiosa di ogni cosa e sento di dover imparare ancora molto&raquo; dice sorridendo, mentre mi permette di scattarci insieme un selfie, il primo della sua vita.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS fotografia arte Sun, 26 Mar 2017 20:01:00 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7058/daniela-zedda-e-i-suoi-ritratti-che-catturano-l-anima.html federica.ginesu 2017-03-26T20:01:00Z La pioniera del Canto popolare Sardo, Maria Rosa Punzurudu http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7029/la-pioniera-del-canto-popolare-sardo-maria-rosa-punzurudu.html La cantadora ozierese, indimenticata interprete del canto in Re, ebbe una lunghissima carriera e fu tra le prime cantanti italiane ad incidere un disco <p><strong>O</strong></p><p><strong>zieri</strong>, citt&agrave; di poeti ma anche di musicisti. A scorrere gli archivi spagnoli seicenteschi si scopre che gi&agrave; tra la fine del 1500 e i primi anni del 1600 erano conosciuti e suonati nella villa vari strumenti musicali, tra cui <em>s'ispinette</em> (una sorta di organo) e la chitarra, molto apprezzata dai nobili locali, che la padroneggiavano con maestria. Proprio quest'ultima avr&agrave; un ruolo importante nello sviluppo artistico e culturale della citt&agrave;, scavalcando le rigide divisioni tra classi sociali e dando vita a quello che oggi &egrave; chiamato il canto <em>A s'othieresa</em> un canto in giro di Re sul quale sono state composti ballate e <em>muttos</em> divenuti dei classici.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15ad6a0a2d3.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Maria Rosa Punzurudu" data-credits="" />Un canto dolente</strong>, vibrante anche nelle sue manifestazioni pi&ugrave; giocose. Un lamento che viene da lontano e non si pu&ograve; decifrare ma solo riconoscere, come un richiamo ancestrale dal passato. Unanimamente conosciuta come la pi&ugrave; grande interprete di questa corrente &egrave; <strong>Maria Rosa Punzurudu</strong>, una delle voci pi&ugrave; belle e intense del canto popolare sardo.</p><p><strong>Maria Rosa nasce nel marzo 1887</strong> nel centro storico di Ozieri, figlia di un calzolaio appassionato di <em>cantu a chiterra</em>. Si dice che fu proprio lui, <em>mastru Punzurudu</em>, a intuire le potenzialit&agrave; della figlia e a incoraggiarla, invitandola a esibirsi appena ragazzina sulla soglia di casa, dove teneva la bottega, di modo che i passanti ne potessero ammirare le doti vocali.</p><p>Nonostante i tempi - erano i primi anni del 1900 - e la classe sociale a cui apparteneva, Maria Rosa ebbe la possibilit&agrave; di studiare presso alcuni maestri <em>cantadores</em> come Toeddu Madau e Antoni Cocco, che la invitarono spesso a esibirsi nelle sagre del circondario ma anche in occasioni conviviali private quali <em>tusolzos</em> (tosatura delle pecore) e <em>porchinados</em> (le macellazioni del maiale) delle vere e proprie feste che coinvolgevano tutto il vicinato. Il fratello di Maria Rosa inoltre, organizzava ogni sabato una serata musicale nella sua casa di via Nuoro, dove erano invitati maestri e appassionati e dove spesso la giovane cantante si esibiva con successo.</p><p><strong> Presto il suo nome divenne popolare</strong>&nbsp;nella vivace cittadina. I <em>printzipales</em> (i nobili ozieresi) se la contendevano come intrattenitrice durante le loro villeggiature nelle tenute di Monte Inni e Binzas de Mela. Gian Gabriele Cau nel libro <em>Ozieri e il suo volto</em>&nbsp;racconta, a questo proposito, un aneddoto divenuto celebre. <br />Maria Rosa, che appunto si trovava ospite in una vigna, intraprese un vero e proprio duetto con un forestiero che si trovava in una campagna a distanza di due chilometri: il loro botta e risposta accompagnato dal vento fu miracolosamente amplificato come se i due fossero uno di fronte all'altra, con grande gioia dei presenti.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15ad697807f.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Alice Mia (1932)" data-credits="" /><strong>La piccola cantante, ma solo di statura</strong>, pare avesse un carattere gioviale che la faceva stimare dai colleghi e dal pubblico. Fortunato fu l'incontro con Gavino De Lunas di Padria suo partner in tante interpretazioni, che la port&ograve; a Milano ad incidere alcuni brani nella sala di incisione "Il Grammofono", per la leggendaria etichetta "La voce del Padrone". <br />Il 23 maggio 1932, Maria Rosa con in testa <em>su muccaloru</em> alla sarda, part&igrave; con il traghetto per il continente insieme a De Lunas, Antonio Cubeddu e Nicolino Cabizza <em>mastro de chiterra</em>, un incontro che il Cau non esista a definire &laquo;<em>storico per la caratura degli interpreti conivolti&raquo;</em>.&nbsp; La Punzurudu fu seconda di pochissimo a un'altra sarda, la cagliaritana <span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/4939/carmen-melis-il-cigno-sardo-della-lirica.html" target="_blank">Carmen Melis</a></strong></span> che entr&ograve; per prima in sala di incisione nel 1929.</p><p>A Milano Maria Rosa incise un tipico canto in Re all'ozierese&nbsp; <em>A sa mugere morta </em>tratto dalla poesia <em>S'attitidu</em> del bonorvese Paolo Mossa:<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/5102/l-attitadora-e-s-attidu-il-canto-che-accompagnava-la-morte.html" target="_blank"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"> il lamento funebre</span> </a></strong></span>interpretato a due voci con Gavino De Lunas, dice il Cau: &laquo;<em>li vede uniti in un pathos che travalica ogni distinzione di sesso&raquo;</em>. E ancora&nbsp; <em>Alice mia</em> un brano di De Lunas nel quale la voce della Punzurudu &laquo;<em>sfiora limiti di estrema bellezza&raquo;</em>. Del resto il critico Gavino Gabriel di lei diceva: &laquo;<em>aveva in gola non tanto voce, quanto pianto&raquo;</em>. <br />Gli altri due brani incisi dal trio Cabizza-Punzurudu-De Lunas sono pi&ugrave; allegri e appartengono alla lunga tradizione dei <em>muttos</em> amorosi, schermaglie tra innamorati: <em>Muttos a Disprezziu</em>&nbsp;e <em>Domanda de Amore</em>. Maria Rosa partecip&ograve; anche in ruoli minori in altre due incisioni.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15ad69778af.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="da sinistra Maria Rosa,Gavino De Lunas, Antonio Cubeddu" data-credits="Nicolino Cabizza a Termini nel 1929" />Per lei la vita fu un'infinita tourn&eacute;e</strong> che la port&ograve;, nel corso di tutta la prima met&agrave; del 1900, a viaggiare per la Sardegna, la penisola e l'estero, spesso ospite di comunit&agrave; di immigrati sardi che la adoravano. Ebbe anche l'onore di esibirsi davanti a Papa Pio XI cantando l'Ave Maria in sardo. <br /><strong>L'addio al palcoscenico</strong> di una pioniera come Maria Rosa non poteva che avvenire sul piccolo schermo, appena arrivato nelle case degli italiani: lo fece esibendosi nel programma della Rai "La telesquadra" nel 1958.</p><p><strong>Mor&igrave; il 2 febbraio 1964</strong> nella sua citt&agrave; natale, lasciando una lunga e feconda eredit&agrave; musicale: nel settembre dello stesso anno infatti, venne fondato il premio musicale "L'usignolo della Sardegna" che da 50 anni si tiene sul palco di piazza Cantareddu, e nasce come concorso per musicisti e interpreti del <em>cantu a chiterra</em>. Per molti anni prima dell'inizio delle esibizioni, si ascoltava con il grammofono uno dei brani di Maria Rosa, pubblico e partecipanti stretti in un silenzio carico di attesa e emozione, di buon auspicio per la vittoria.</p><p>&nbsp;<iframe style="display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;" src="//www.youtube.com/embed/W_QU3_8g7mo" width="425" height="350"></iframe></p><p>&nbsp;</p><p><span style="color: #808080; font-size: 14pt;"><strong><em>Tutte le foto sono tratte dal libro "Ozieri e il suo volto" di Gian Gabriele Cau e Manlio Brigaglia- ed. Carlo Delfino, Sassari</em></strong></span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS storie di donne canto ozieri Thu, 16 Mar 2017 09:45:50 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/7029/la-pioniera-del-canto-popolare-sardo-maria-rosa-punzurudu.html admin 2017-03-16T09:45:50Z Il giornalismo è passione e curiosità. Gianni Filippini si racconta http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7023/il-giornalismo-e-passione-e-curiosita-gianni-filippini-si-racconta.html Gianni Filippini, direttore editoriale dell'Unione Sarda, è uno trai giornalisti più longevi d'Italia. Odia il pesce, è curioso patologico e ama il suo lavoro, una passione che dura da 63 anni <p>N</p><p>el suo ufficio non c'&egrave; pi&ugrave; appeso l'articolo dell'"Informatore Sportivo", quello storico che celebrava lo scudetto vinto dal Cagliari nel 1970, l'unico che adornava le pareti metalliche dello studio. <br />&laquo;&Egrave; caduto e non l'ho ancora rimesso a posto, ma lo far&ograve;&raquo; dice con il sorriso <strong>Gianni Filippini</strong>, direttore editoriale de "L'Unione Sarda". Uno dei pilastri del giornalismo isolano.</p><p>&laquo;Sono un'anomalia&raquo; si definisce ridendo. Sessantatr&eacute; anni di onorata carriera, Filippini <strong>&egrave; uno dei giornalisti pi&ugrave; longevi d'Italia.</strong><br />Impeccabilmente elegante con la cravatta regimental blu, si alza agile per prendere, dalla scrivania affollata di libri, il plico con le istantanee di un'esistenza piena di sorprese, vissuta e animata da un'inesauribile curiosit&agrave;.</p><p>Gianni Filippini <strong>ha attraversato carta stampata, radio, TV</strong>. Apprezzato assessore alla Cultura della Giunta comunale presieduta da Mariano Delogu, amico di una vita, &egrave; stato anche presidente&nbsp;del Conservatorio di Cagliari, autore di canzoni. Non solo. Conduttore televisivo da 800 puntate, scrittore - l'ultima opera "Profili di Sardi Speciali. Trenta noti personaggi raccontati da un giornalista che li ha visti da vicino" -, lettore infaticabile - legge dai 120 ai 150 libri l'anno - ,&nbsp;nonno di tre nipotine e tanto tanto altro.</p><p>&laquo;<strong>Ho iniziato la mia carriera per caso e per necessit&agrave;</strong> - racconta seduto sulla poltrona rossa del salottino del suo ufficio nel cuore della redazione dell'Unione Sarda. - Ero uno studentello orfano di padre che aveva bisogno di un lavoro. Con sfacciataggine su sei, sette fogli di carta avevo scritto: <br />&laquo;mi chiamo Gianni Filippini, nato il 24 gennaio del 1932, sono uno studente universitario in giurisprudenza e cerco lavoro. Cordiali saluti". L'avevo mandato a Comune, Prefettura, altri uffici pubblici e infine all'Unione Sarda che mi rispose per prima. Assunto come correttore di bozze e reporter&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15acbc523ee.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="1957 cronista all'Unione Sarda" data-credits="" />Immagino che le piacesse scrivere o sbaglio?</strong><br />Ho sempre letto tantissimo sin dalla scuola media. A liceo ho avuto la fortuna di avere come insegnante Antonio Romagnino che mi ha trasmesso la voglia di leggere.<br />Per l'esame di maturit&agrave;, al liceo classico Dettori, ho fatto tre temi. Due li ho venduti e hanno preso otto. Il mio, invece, &egrave; stato valutato sette. Era l'ultimo, scritto quando ormai ero stanco.<br />Ma non volevo fare il giornalista, <strong>sognavo di diventare magistrato</strong>. Quando ho iniziato a scrivere, ero riluttante. Il direttore Fabio Maria Crivelli diceva che avrei cambiato idea. I fratelli Fiori, Peppino e Vittorio, ottimi cronisti, cercavano di invogliarmi. "&Egrave; un bel mestiere e mai possibile che abbiamo la fila di persone che vogliono fare il giornalista e tu non ne vuoi sapere?". Decisero di mettermi alla prova. Mi avevano affidato un'inchiesta sui quartieri di Cagliari. Il primo articolo era su Sant'Elia. A quei tempi, i giornalisti impiegavano almeno quattro o cinque anni prima di firmare con nome e cognome. Si andava avanti prima con le notiziette anonime di poche righe, poi si passava alle notizie siglate. Io, invece,<strong> bruciai le tappe</strong>. Ero entrato al giornale l'8 gennaio 1954. Avevo appena compiuto 22 anni, quando il 3 maggio dello stesso anno usc&igrave; il primo articolo a mio firma.</p><p><strong>Si emozion&ograve;?</strong><br />No, ero ancora convinto che sarei diventato magistrato. Avevo nel frattempo accettato di smettere di correggere bozze per fare unicamente il reporter. Per dirla proprio tutta, dopo il primo mese di assunzione a contratto, avevo visto quanto guadagnavano i giornalisti e avevo cambiato idea. <br />Per due anni sono stato studente lavoratore. Poi, la sera del 5 novembre del 1955, sono uscito dalla redazione e sono andato in viale Fra Ignazio, ho discusso la mia tesi di laurea sui poteri del Capo dello Stato e sono tornato in ufficio senza dire niente a nessuno. L'indomani sul giornale nella cronaca c'era la notizia: "Gianni Filippini si &egrave; laureato" a firma di Mario Mossa Pirisino. A casa mamma mi aveva rimproverato, ma non si era inquietata.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15acbcb346a.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="1976 Direttore dell'Unione Sarda" data-credits="" />Che madre era la sua?</strong><br />&Egrave; stata una donna forte e coraggiosa. Mio padre &egrave; morto durante la guerra quando eravamo sfollati in un paesino della Marmilla. Ricordo che con altri bambini stavamo trasportando dei cesti d'uva. All'improvviso le campane del paese suonarono a morto. Non so perch&eacute;, ma mi inginocchiai. Non sapevo che quei rintocchi erano per mio padre. Faceva il giornalista. Dirigente a L'Unione Sarda, direttore della Sardegna Sportiva. Ma, lo voglio precisare, non sono un raccomandato. Sono entrato all'Unione undici anni dopo la sua morte. Mia madre, invece, apparteneva a una famiglia nobile. Non aveva mai lavorato. Si era ritrovata all'improvviso senza risorse economiche e aveva trovato impiego in un distretto militare per mantenere la famiglia.</p><p><strong>Qual &egrave; la lezione pi&ugrave; preziosa che ha appreso dai suoi genitori?</strong><br />Mi hanno insegnato l'onest&agrave;, l'educazione e il rispetto per gli altri.</p><p><strong>Valori che lei &egrave; ha trasfuso nella sua carriera giornalistica</strong> <br />Non sono mai stato processato per diffamazione. Ne sono orgoglioso.</p><p><strong>Adesso il giornalismo &egrave; spesso sotto attacco, messo in discussione dalla diffusione di notizie false non verificate. Che ne pensa?</strong><br />Temo che l'irruzione dei social media abbia consentito ad alcuni velleitari di autodefinirsi giornalisti senza fare scuola. Improvvisando. &Egrave; importante avere qualcuno che insegni e corregga. &Egrave; indispensabile poi un rapporto rigoroso con la scrittura. Deve essere grammaticalmente e sintatticamente corretta, semplice e comprensibile. <strong>Quando tutti i lettori capiscono, significa che si &egrave; fatto il proprio lavoro con seriet&agrave;</strong>. Io ho l'ossessione delle frasi brevi ed evito di utilizzare il "che" due volte di seguito.&nbsp;Anche le ripetizioni sono un'ombra in un articolo. Bisogna usare il vocabolario e il libro dei sinonimi. Non so quanti oggi lo facciano. &Egrave; per questo forse che vedo poca qualit&agrave;. <br />Se parliamo invece di autorevolezza, &egrave; spesso legata al giornale e all'opinione che ha il lettore del giornale in questione. Bisogna per&ograve; anche saper essere autorevoli in prima persona. Non c'&egrave; nessuno che non voglia essere informato, ma &egrave; anche vero che non c'&egrave; nessuno che voglia essere imbrogliato.<br /> <br /><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15acbc520ee.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="conduttore di " data-credits="" />Lei &egrave; stato cronista, caporedattore, direttore. Ha potuto osservare i mutamenti del mondo dell'informazione</strong> <br />Il giornalismo non &egrave; cambiato nella sua essenza. Sono cambiati gli strumenti della comunicazione. Ho coniato la mia personale definizione la prima volta che ho insegnato all'universit&agrave; di Cagliari: <strong>il giornalista &egrave; uno che unisce chi sa e chi vuole sapere</strong>. In questo c'&egrave; un passaggio di rigore etico per cui quello che ti dice la fonte non deve essere tradito.<br />Una delle cose che mi sforzo ancora di insegnare &egrave; che il giornalista deve essere cultore della verit&agrave;. Senza fanatismi. Perch&eacute; &egrave; vero che bisogna inseguire la verit&agrave; con tenacia, cercandola e mettendo le fonti a confronto. La verit&agrave; &egrave; per&ograve; difficile da individuare.</p><p><strong>Quali sono le doti di un buon giornalista?</strong><br />Se si lavora in un quotidiano, prontezza e rapidit&agrave;. Bisogna essere veloci. <br />Dietro ogni riga poi ci deve essere una cultura. Forse oggi &egrave; sottovalutata. Molti credono che sia qualcosa di facile acquisizione, da apprendere su Facebook o Twitter.</p><p><strong>A proposito di social, lei ha il profilo Facebook</strong> <br />Un dovere professionale. Mi serve per sapere dove va il mondo.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15acbc52774.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Ad Atene" data-credits="" />Una sua grande passione?</strong><br /> La musica classica. Per mancanza di tempo, spesso, faccio l'abbinata cuffia e lettura. Da bambino avevo chiesto ai miei genitori di poter imparare a suonare il pianoforte. Sbagliavo sistematicamente il solfeggio. Ogni volta, la maestra prendeva la bacchetta di un violino e mi fustigava. L'ha fatto una, due, tre volte alla quarta una parolaccia ha messo fine alla mia carriera. La passione per la musica &egrave;, invece, continuata. Amo Chopin, quasi tutto Mozart e Beethoven.</p><p><strong>L'articolo a cui &egrave; pi&ugrave; legato</strong><br />Non so. Ho un legame disincantato con i miei articoli.<br />La mia segretaria mi ha incorniciato il primo, quello su Sant'Elia, che ho appeso in casa. Devo dire che se fossi stato io capocronista, mi sarei mandato a quel paese.</p><p><strong>&Egrave; stato anche viaggiatore instancabile</strong><br />Ho visitato quasi tutto il mondo. Mi sono piaciuti soprattutto i posti strani. Come la Papua Nuova Guinea.<br />Non sono mai andato nelle Filippine perch&eacute; ogni volta che volevo andarci mia moglie diceva: "Nelle Filippine? A casa nostra di filippini ci sei tu e i nostri due figli. L&iacute; ce ne sono 50 milioni e non li voglio neanche vedere!" Quindi niente Filippine.</p><p><strong>Dal 2003 &egrave; direttore della Biblioteca dell'Identit&aacute;, cosa significa per lei essere sardo?</strong><br />Sono responsabile di una lodevole iniziativa de L'Unione Sarda. Un modo per indagare gli aspetti della sardit&agrave;, termine che non amo, ma che racchiude l'essere sardi, avere un'identit&agrave; precisa. Ossia un bel numero di virt&ugrave;, pregi e qualche difetto. Per esempio non siamo capaci, se non raramente, di unire le nostre forze.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/10/uid_15acbc53236.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Tornando indietro sceglierebbe di nuovo la carriera giornalistica?</strong><br />La mia risposta &egrave; s&igrave;.<br />Una delle soddisfazioni pi&ugrave; grandi che ho avuto &egrave; stata quella di pubblicare 58 collane e vendere 7 milioni e mezzo di libri.<br />Ho provato, per mia fortuna, tutti i passaggi gratificanti della carriera giornalistica. Finito il percorso, sono diventato dirigente. Ancora adesso lavoro con passione.<br />Tornassi indietro, forse sarei meno <em>barroso</em> (testardo in sardo) rispetto all'inizio. Riconosco che il mio sia un lavoro totalizzante. Le rinunce non sono state particolarmente pesanti grazie a mia moglie che &egrave; sempre stata molto comprensiva.</p><p>Pioniere su molti fronti, &egrave; stato il primo in Sardegna ad assumere come praticante una donna. Maria Paola Masala, la prima giornalista iscritta all'albo dei professionisti dell'ordine regionale. Gianni Filippini non pensa per ora alla pensione anche se &laquo;Prima o poi mi ritirer&ograve; a vita privata. Non ho ancora finito di imparare, c'&egrave; sempre qualcosa di nuovo da scoprire e poi amo troppo quello che faccio. La verit&agrave;? Anche se la crisi morde e non &egrave; facile affrontarla, continuo a fare il giornalista perch&eacute; &egrave; troppo divertente&raquo;.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS giornalismo unione sarda comunicazione Mon, 13 Mar 2017 22:00:30 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/intervista/7023/il-giornalismo-e-passione-e-curiosita-gianni-filippini-si-racconta.html federica.ginesu 2017-03-13T22:00:30Z Infedeltà in Sardegna: chi tradisce e perché http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7016/infedelta-in-sardegna-chi-tradisce-e-perche.html Come, quando e perché si tradisce in Sardegna? Ecco la mappa dell'infedeltà, i motivi e le cause secondo gli esperti del settore investigativo, legale e psichiatrico. <p>D</p><p>ue anni fa, dall&rsquo;hackeraggio del sito di incontri extra-coniugali "Ashley Madison", spuntarono fuori i nomi di 11mila residenti in Sardegna. Dopo la notizia &ldquo;terremoto" per i dediti al tradimento l&rsquo;Agenzia spagnola "Tecnologicae" pubblic&ograve; una vera e propria mappa dei traditori, rivelando che le pi&ugrave; alte percentuali di infedeli accertati (e di persone&nbsp;alla ricerca della prima avventura) si concentrano in ordine a Cagliari, Nuoro, Olbia e Oristano.</p><p>Dalla mappatura &egrave; emerso che <strong>il 92% dei traditori cagliaritani sono uomini</strong>, ed &egrave; per questo che ci siamo rivolte ad esperte del settore investigativo, psichiatrico e legale che lavorano in citt&agrave; per approfondire l&rsquo;argomento, e per capire se i dati relativi al 2015 sono ancora attuali.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15acc0f97a4.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="M. Francesca Corrias e Carla Cubeddu investigatrici private" data-credits="" />Secondo le investigatrici</strong> <strong>Francesca Corrias</strong> e <strong>Carla Cubeddu</strong> donne e uomini a Cagliari tradiscono in eguale misura, ma le donne sono pi&ugrave; organizzate, anzi, &ldquo;machiavelliche&rdquo;.&nbsp;Dei casi investigati negli ultimi anni il 60% &egrave; relativo a mogli gi&agrave; certe del tradimento, che si sono rivolte all&rsquo;agenzia per reperire prove da utilizzare in Tribunale: <em>&ldquo;Il motivo principale &egrave; che le donne non vogliono essere prese in giro quando il coniuge continua a negare&rdquo;.<br /></em>Quando sono gli uomini a contattare i detective&nbsp;spesso il tradimento non &egrave; reale. Dei casi presentati all&rsquo;agenzia in questione il 30% ha erroneamente interpretato i segnali del partner, quali irritabilit&agrave;, asprezza e poca disponibilit&agrave;.</p><p>C&rsquo;&egrave; da chiedersi se esista o meno una <strong>predisposizione naturale, biologica all&rsquo;infedelt&agrave;</strong>. All' interrogativo risponde <strong>la psichiatra Silvia Piredda</strong>, facendo una chiara premessa: gli esseri umani sono una specie paradossale dal punto di vista della monogamia e del tradimento. <img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15acc0fa605.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Psichiatra Dott.ssa Silvia Piredda" data-credits="" />&laquo;Il nostro cervello contiene in entrambi i sessi recettori per ormoni responsabili della fedelt&agrave; e dell'attaccamento nella coppia e nella famiglia, l'ossitocina e l'arginina-vasopressina e un ormone, il testosterone, che ha effetto opposto. Il testosterone, oltre ad inibire l'azione dell'ossitocina, determina, in ambo i sessi, la motivazione a cercare diversi partner sessuali, essere individualisti e rischiare nella vita&raquo;.</p><p>Dal momento che <strong>il livello di testosterone</strong> nei maschi &egrave; 5-10 volte superiore a quello delle femmine, nei maschi esiste biologicamente una predisposizione, ma non una predeterminazione alla promiscuit&agrave; sessuale, sottolinea la psichiatra.&nbsp;Le donne con alti livelli di testosterone possono essere pi&ugrave; predisposte al tradimento, ma non &egrave; detto il contrario, cio&egrave; che le donne che tradiscono hanno alti livelli di testosterone: potrebbero solo sentirsi sole e insoddisfatte all&rsquo;interno della coppia e cercare canali di evasione.</p><p>Eppure in base all&rsquo;esperienza dell&rsquo;<strong>Avvocato Barbara Saba</strong> <strong>sono gli uomini a rivolgersi a lei,</strong> in maggior numero, per ottenere una separazione con addebito per tradimento della moglie. Negli ultimi anni sono i pap&agrave; ad ottenere la convivenza con i figli e a far fronte alle loro esigenze, a provvedere a tutto &laquo;la donna tende a scappare&nbsp;&ndash; sottolinea la legale - tende a violare gli obblighi coniugali e nei confronti della prole, una cosa atroce. Inizia a lavorare in nero e pretende di essere mantenuta&raquo;.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15acc0fae3c.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Avvocato Gian Ettore Gassani" data-credits="" />Ci sono mille domande che affliggono chi ha il sentore di essere tradito: <strong>in che modo si tradisce, e quando?</strong> Il Presidente Nazionale dell&rsquo; Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani (AMI) <strong>Gian Ettore Gassani</strong> ci aiuta a dipanare i dubbi.&nbsp;Nel 2011 l&rsquo;AMI ha stilato l&rsquo;identikit dell&rsquo;infedelt&agrave; coniugale, che come conferma Gassani, &egrave; ancora molto, molto attuale.&nbsp;</p><p><strong>Le infedelt&agrave; si presentano e</strong> <strong>si consumano nel 60% sul luogo di lavoro</strong>, specie negli studi professionali, in cui si trascorre pi&ugrave; tempo con il collega che con il coniuge. Oggi per&ograve; le modalit&agrave; di tradirsi sono cambiate e possiamo parlare di &ldquo;infedelt&agrave; tecnologicamente assistita&rdquo; da Internet, specie dal mondo dei Social Network. Passare dalla realt&agrave; virtuale a quella reale &egrave; molto semplice e le possibilit&agrave; di portare avanti vite parallele si moltiplicano per chi gi&agrave; &egrave; in crisi di coppia.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15acc170f0c.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Dal programma tv " data-credits="" />&laquo;<strong>&Egrave; in corso una cambiamento di costumi</strong>, della moralit&agrave; comune e l&rsquo;atteggiamento degli italiani nei confronti del matrimonio ha assunto connotati consumistici. Oggi la donna &egrave; cacciatrice, l&rsquo;uomo la preda. Dalle indagini sulle nostre cause spuntano donne 30enni che puntano uomini di 50 e fanno saltare le famiglie, anche se nei piccoli centri, come nei Comuni pi&ugrave; piccoli della Sardegna il fenomeno si riduce, ma per un semplice motivo: rispetto alle grandi citt&agrave; c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; rischio di essere scoperte&raquo;.</p><p><strong>Oggi la donna si sente meno giudicata</strong> ed &egrave; l&rsquo;uomo, secondo il parere del Presidente dell&rsquo;AMI, che deve dire no alle donne intenzionate a tradire. I maschi sono diventati remissivi e le donne sono esasperate da questo atteggiamento passivo, di mancanza di prese di posizione.</p><p>&laquo;Dovremmo rivedere i meccanismi e le dinamiche di coppia - prosegue Dessani - perch&eacute; siamo passati da un estremo all&rsquo;altro, l&rsquo;uomo stanco e la donna che lo ricorre. Questo &egrave; uno dei motivi per cui nel nostro Paese che non ci si sposa pi&ugrave; e si fanno pochi figli, se pensiamo inoltre che l&rsquo;infedelt&agrave; &egrave; spesso di tipo omosessuale (7% mariti, 5% mogli)&raquo;.</p><p><strong>Per scoprire un tradimento</strong> in realt&agrave; gli accorgimenti sono semplici. L&rsquo;Avvocato Gassani informa che l&rsquo;infedelt&agrave; perpetrata a lungo provoca un inevitabile coinvolgimento emotivo: si pu&ograve; arrivare a rifiutare il dialogo con il partner anche sulle questioni pi&ugrave; banali fino ad evitare i rapporti sessuali. In pi&ugrave; <strong>chi tradisce compie errori facilmente riconoscibili</strong>. Tiene il cellulare spento o si nasconde mentre lo usa, pu&ograve; fare fatica a cancellare sms compromettenti o a far sparire ricevute di alberghi e ristoranti. Un partner traditore &egrave; spesso assente da casa con diverse scuse, cambia il guardaroba e pu&ograve; presentarsi euforico in modo ingiustificato.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p> NEWS tradimento infedeltà separazione Wed, 08 Mar 2017 18:24:04 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7016/infedelta-in-sardegna-chi-tradisce-e-perche.html admin 2017-03-08T18:24:04Z Su dolu, il lutto in Sardegna dove lieto è vivere e dolce morire http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7011/su-dolu-il-lutto-in-sardegna-dove-lieto-e-vivere-e-dolce-morire.html Deus daet su dolu e fintzes su consolu. Un'esistenza improntata al mistero del dolore necessario al senso sacro della vita. Su dolu è il complesso dei riti funebri nella Sardegna di ieri di oggi <p>E</p><p>ra tutta la comunit&agrave; a trasfigurarsi in un'unica maschera di dolore. Era sempre la comunit&agrave; che incoraggiava a riprendere i ritmi della quotidianit&agrave;. Gesti di bene fraterno: <strong>questo era su dolu sardo. </strong>La memoria di questo percorso di vita in cuore alla morte ha la lingua sarda, quella di Paschedda. Le chiedo di non sacrificare il suo racconto alla lingua italiana. Parliamo di questo mistero di pudore e socialit&agrave; nel suo stretto barbaricino.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15ac8863a94.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Paschedda mi attende sull'uscio del solenne portale sardo, un tempo doveva esserlo sicuramente. Un diaframma di tenue color castagno che separa il barbaricino universo domestico da quello esterno che scorre adeguandosi ai tempi.</p><p>Sul breve sentiero ciotolato distinguo un antico pozzo e <em>s'imbragu</em>, il pergolato di legno rustico su cui si attorciglia qualche grappolo d'uva acerba, ma non per questo meno decorativa. L'emisfero bucolico di Paschedda convive serenamente con il piano superiore della casa in cui ogni prodigio della domotica moderna &egrave; invece regno del figlio, medico e single, che concilia indipendenza e devozione per l'anziana madre vedova.</p><p>Paschedda fruga il camino e libera dalle braci ardenti un piccolo spazio su cui adagia il curioso sistema di due imbuti di latta chiusi a clessidra. &Egrave; l'antica<em> caffett&eacute;ra a crocc&oacute;ladura</em>, mi spiega. Senza bisogno della fiamma, il caff&egrave; sale fragrante a contatto del mattone caldo de <em>sa forredda</em>, l'antico camino rasoterra. Normalmente non bevo il caff&egrave; ma accetto volentieri, mi sembrerebbe di rinunciare ad un ancestrale rituale esoterico e alla sua pozione magica.&nbsp;</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15ac8862902.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Paschedda ha 89&nbsp;anni</strong> e vedova da sessantaquattro del coetaneo Antoneddu. Ha acconsentito, non senza qualche timida ritros&iacute;a, ad essere l<strong>a mia informatrice sull'arcaica antropologia del lutto sardo</strong> ma mi rendo conto che ogni angolo della sua dimora parla delle sue scelte prima ancora che possa proferir verbo. Prende in mano i beni pi&ugrave; cari: una foto che la ritrae con il giovane marito Antoneddu in cui i due sposini non sono immuni da quel terror panico che prendeva le persone davanti alla solennit&agrave; dell'obiettivo. Nell'altra &egrave; ritratta con i tre nipotini, vispi visetti in tute technic color, del tutto incuranti di chi scatta. Antoneddu, grosso allevatore di ovini, non ha conosciuto la dinastia. Non ha fatto in tempo a vedere i suoi tre figli laureati e sistemati grazie al suo sacrificio.&nbsp;</p><p><span style="font-size: 18pt; color: #808080;"><strong><em>&laquo;Me lo ha portato via una broncopolmonite. Rientrava dalla campagna di corsa, a cavallo, per assistere alla processione del Gioved&igrave; Santo. Prese un colpo d'aria e nel giro di dieci giorni il male lo consum&ograve;&raquo;. </em></strong></span></p><p>Paschedda, in quella morte permeata di forte simbologia religiosa, legge la concessione di un privilegio divino. Il senso del sacro &egrave; certamente il tessuto connettivo della sua esistenza di donna, di madre e di nonna sola.<strong> Non un velo di tristezza o un lamento</strong> verso il destino ostile per la morte precoce dell'amato marito: &laquo;La vita non &egrave; accettare solo la parte con lo zucchero. Troppo facile sarebbe. Domine Iddio ha mandato cos&igrave;. L'uomo propone e lui dispone.<em> Su pirastru &eacute; bonu tottu, sa parti cotta a sole e sa parti a s' umbra</em> (La pera selvatica &eacute; gustosa nella sua interezza, con la parte matura che si mescola a quella un po' pi&ugrave; acerba)*&raquo; dichiara Paschedda con una saggezza che rievoca la palma e l'alloro della Merope di D'Annunzio.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15aa9e9473e.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Indossa ancora il lutto stretto <em>de fiuda</em></strong>, l'abito tradizionale da vedova. &laquo;Ho vissuto molto pi&ugrave; da sola che da sposata ma il <strong>lutto non l'ho mai tolto per rispetto</strong> di mio marito e dei miei figli senza padre. Come me altre mie parenti e conoscenti&raquo;. Nessuna in fondo toglieva il lutto, era pi&ugrave; frequente che un vedovo si risposasse, per la donna era pi&ugrave; raro. In caso di un secondo matrimonio la donna cambiava solo il colore de su <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/6985/scialle-e-passione-tradizione-e-distinzione-parola-di-ricamatrice.html" target="_blank">muncadore</a></strong></span></span>&nbsp;(il fazzoletto copricapo), che da nero poteva diventare color ruggine o verde scuro, ma mai pi&ugrave; bianco.</p><p>&laquo;<strong>Le orfane adulte</strong> se erano nubili mantenevano il lutto stretto per cinque anni, poi passavano al mezzo lutto con il fazzoletto color tabacco.<strong> Le orfane sposate</strong> indossavano il lutto stretto per tre anni, quelle fidanzate avevano il mezzo lutto per tre anni. I bambini portavano una fascia nera al braccio per un anno. Il vedovo, invece, era tenuto a portare la barba incolta per un lungo periodo di tempo, assieme a una fascetta nera sul bavero e un bottone nero sulla giacchetta. Il lutto si abbandonava sempre di venerd&igrave;&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15aa9e94f46.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />La parte interna di <em>tzippones</em> e <em>palabascias</em></strong> del costume femminile era color <em>mresca</em> (livido) o <em>tanadu</em>&nbsp;(viola), termine derivante da <em>thanatos</em>, morte in lingua greca. Il lutto era anticamente contrassegnato dal colore viola perch&eacute; secondo la credenza latina le viole sarebbero nate dal sangue del dio <em>Attis</em>, la cui morte veniva pianta con le teatrali lamentazioni delle <em>attid&eacute;ia</em>, da cui i barbaricini <em>Attit&oacute;s</em>.</p><p><strong>Dallo studio dei sinodi sardi</strong> si evince che le lamentazioni funebri coincidevano in tutto e per tutto con gli attideia dei latini e ancor prima al periodo miceneo, come riscontriamo nelle descrizioni di Omero circa la veglia di Ettore da parte di Andromaca, Ecuba ed Elena. Come riporta l'antropologa olianese <span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/5227/dolores-turchi-racconta-la-donna-sarda.html" target="_blank">Dolores Turchi</a></strong></span>, per indicare il pianto funebre in Barbagia si usa l'espressione <em>fachere su t&egrave;u</em>, di chiara derivazione greca, dalla forma <em>theus</em>, il pianto in morte del dio.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15aa9e935f6.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Su tapinu 'e mortu" data-credits="" />Testimonia Paschedda: &laquo;Durante su <em>t&eacute;u</em>, <strong>la moglie o la figlia del defunto accendeva una stearica benedetta</strong> che agitava davanti alla salma facendo il segno della croce mentre chiudeva le labbra del morto perch&eacute; non diffondesse i segreti di famiglia nell'aldil&agrave;. Prima di tutto questo, per&ograve;, il corpo veniva lavato, vestito con l'abito pi&ugrave; bello e composto sopra su <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/cose-belle/5802/tapinu-de-mortu-il-drappo-sardo-del-trapasso.html" target="_blank">tapinu de mortu</a>&nbsp;</strong></span></span>(un drappo funebre). Le mani venivano intrecciate in preghiera con un rosario tra le dita. La salma aveva i piedi in direzione della porta. Le donne che non erano impegnate negli Attit&oacute;s recitavano sommessamente il rosario coprendosi fino a met&agrave; volto con un lembo dello scialle, su tuppone. Chi veniva a dare l'estremo saluto sostava davanti al corpo per il tempo di un<em> requiem</em>. Gli uomini si raggruppavano in fondo alla stanza o in quella attigua se non c'era abbastanza spazio&raquo;.</p><p>&laquo;Fino a tempi recenti - prosegue Paschedda - fino agli anni Ottanta, presso alcune comunit&agrave; di Barbagia e Mandrolisai, il lutto stretto prevedeva che durante le ricorrenze di massima solennit&agrave;, per Natale, Pasqua, festa patronale e per l'Assunzione, i parenti del defunto trascorressero tutto il tempo nelle campagne circostanti il paese&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/14/uid_15aa9e9407e.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Anche la casa assumeva la contrizione di dolore</strong> inconsolabile. La dimora non doveva esprimere alcun segno di vita. &laquo;Le persiane e le finestre dovevano rimanere chiuse per un mese. Il camino non si accendeva per una settimana anche se cadeva la neve. Non era consentito accendere televisore e radio, ed era necessario coprire tutti gli specchi della casa per evitare che il defunto cercasse un contatto con il mondo dei vivi&raquo;.</p><p>Ma il trapasso del proprio caro seguiva un'elaborazione che, al contrario di quanto si possa pensare, non era affatto alienante. Molti aspetti dell'arcaica elaborazione del lutto sono in parte ancora presenti nelle comunit&agrave; del centro Sardegna e continuano a scaldare l'anima delle famiglie affranto dal dolore della perdita.</p><p>&laquo;Per un'intera settimana, <strong>parenti e vicini di casa preparano i pasti caldi</strong> per i familiari del defunto. Non li lasciano mai soli fino a notte fonda. Se la salma si trova in casa si prega o si rimane in silenzio ma si sente forte la vicinanza sincera di tutto il paese. Dopo una settimana la vedova dimostra la propria gratitudine distribuendo una simbolica "<em>mandada</em>", un omaggio in zucchero, caff&egrave;, dolci, uova e carne, al momento della restituzione de su <em>strexiu</em>, cio&egrave; i recipienti ricevuti i giorni prima con le pietanze pronte&raquo;.</p><p>Ogni attenzione era naturalmente restituita con grande cura in analoga circostanza, rendendo il momento di strazio interiore un vincolo di condivisione comunitaria dove si viveva con passione ogni evento lieto ma era dolce e sacro anche il trapasso, mai segnato dalla miseria della solitudine.</p><p><span style="font-size: 10pt;">*Traduzione libera&nbsp;</span></p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p> NEWS tradizioni antropologia sardegna barbagia lutto Tue, 07 Mar 2017 17:29:48 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/7011/su-dolu-il-lutto-in-sardegna-dove-lieto-e-vivere-e-dolce-morire.html ilaria.muggianu.scano 2017-03-07T17:29:48Z Teresa Mannu, detentrice di una memoria destinata all'oblio http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/6986/teresa-mannu-detentrice-di-una-memoria-destinata-all-oblio.html I li mutti, cant'ammenti, chi suipiri e chi disizzi! Un accenno del quaderno ritrovato di Teresa Mannu. Una trascrizione della memoria orale sassarese, voluta dal figlio, il poeta Salvator Ruju <p>L</p><p>a Sardegna tutta possiede<strong> una ricca tradizione orale</strong> che si sviluppa in molteplici forme: leggende, racconti, detti, preghiere, ma anche poesie, tra cui <strong><em>mutos</em> e <em>gobbule</em></strong>. Queste ultime sono un fiore all&rsquo;occhiello della tradizione sassarese. Si tratta di un sapere che si &egrave; trasmesso nel tempo, di generazione in generazione, di bocca in bocca. <strong>Principali depositarie di questa memoria orale sono le donne</strong>, che troppo spesso ci hanno lasciato senza essere riuscite a trasmettere il proprio sapere.</p><p>Molte di loro, nel fluire della conversazione, iniziano inconsciamente a suggerire leggende, poesie, modi di dire, il pi&ugrave; delle volte senza essere consapevoli di conservare dentro di s&eacute; un vero e proprio tesoro della letteratura e della storia delle nostre origini. Questo &egrave; un po&rsquo; quanto &egrave; avvenuto nel caso di Teresa Mannu, protagonista di questa storia.</p><p><strong>Teresa Mannu nasce a Sassari nel 1844</strong>. Il destino per&ograve; non &egrave; clemente con lei che a soli 11 anni resta da sola, perch&eacute; perde entrambi i genitori e il fratello Giovanni di soli tre anni a causa dell&rsquo;epidemia di colera che devast&ograve; Sassari. Non &egrave; noto quali parenti si presero cura della piccola Teresa, ma &egrave; certo che qualche anno pi&ugrave; tardi, appena sedicenne, si unisce in matrimonio col contadino ventenne Francesco Ruju. La coppia ha sei figli: Agnese, Pietro, i gemelli Salvatore e Antonio, Giuseppe e Maria. <img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a7a0acb67.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Salvator Ruju, poeta sassarese" data-credits="" />Grazie a tanti sacrifici riescono a far laureare tutti i figli maschi, e a far completare gli studi a Maria che diventa maestra, anche se i pi&ugrave; noti tra i fratelli Ruju restano <strong>Salvatore, celebre poeta</strong> a cui &egrave; dedicata una piazza a Sassari, e Giuseppe, parroco della chiesa di Sant&rsquo;Apollinare per oltre 50 anni. Nel 1910 Teresa diventa vedova, ma la sua tempra le permette di badare da sola alla famiglia e alla campagna.</p><p>Un curioso aneddoto evidenzia il carattere di questa donna: quando il secondogenito Pietro, che divent&ograve; medico, decise di sposarsi con una ragazza di origini piemontesi e di buona famiglia, raccomand&ograve; alla madre di vestirsi nel modo pi&ugrave; consono alla cerimonia. Teresa fu colpita nel profondo, dato che mai si era sentita inferiore a nessuno per via del suo stato sociale, e il suo rifiuto fu irrevocabile: &ldquo;<em>Teresa</em> <em>Mannu no v&rsquo;anda n&eacute; conza n&eacute; isconza</em>&rdquo; (Teresa Mannu non ci va, n&eacute; ben vestita, n&eacute; mal vestita).</p><p>Come tante altre donne sassaresi di quel periodo, era solita &lsquo;accompagnare&rsquo; le sue mansioni giornaliere a suon di versi della tradizione locale. Quando era gi&agrave; anziana, suo figlio Salvatore espresse il desiderio che la madre mettesse per iscritto quelle che il poeta reputava autentiche perle della tradizione orale sassarese. La madre non esit&ograve;. Dotata di straordinaria memoria, Teresa trascrisse di suo pugno, con cura e devozione, un quaderno (trovato qualche anno fa tra le carte del poeta).</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a7a41fff2.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Il libro di Teresa Mannu" data-credits="" />Nella pubblicazione a cura di Sandro Ruju, <em>Canzunetti, giogghi, firastrocchi e gobbuli</em>, il contenuto del prezioso documento autografo &egrave; stato riportato solo in parte. Si &egrave; preferito rendere pubblici solamente i testi inediti, dal momento in cui alcuni di essi, seppure con qualche variante, erano gi&agrave; presenti in opere gi&agrave; note.</p><p>L&rsquo;eterogenea raccolta di Teresa Mannu &egrave; costituita dunque da documenti di varia natura, ma con un denominatore comune: tutti i testi erano destinati all&rsquo;oblio.</p><p>Aprono il volume cinque canti religiosi; vi sono inoltre testi che spaziano dai temi amorosi, alla sofferenza, passando per i toni ironici. E poi c'&egrave; la campagna come tema principale, quindi i fiori sono utilizzati per raffigurare gli stati d&rsquo;animo. Tra i <em>mutos</em> &egrave; di particolare importanza l&rsquo;ultimo, <em>A baddemmu a la salda</em>, il quale dimostra che anche a Sassari, come nei paesi del circondario, durante le feste, prima fra tutte quella in onore della Madonna del Latte Dolce, anche gli abitanti del capoluogo erano soliti ballare <em>su ballu tondu</em>.</p><p><br /><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a7a428727.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Gobbule di Teresa Mannu" data-credits="" />Teresa Mannu era autodidatta, per questo all&rsquo;interno del suo scritto sono presenti molti errori di ortografia.</p><p>Curioso il fatto che, se &egrave; vero che le donne sono depositarie di una ricca tradizione orale trasmessa dalle loro madri e nonne, il ruolo della donna nella trasmissione della letteratura scritta, in particolare per ci&ograve; che concerne la tradizione sassarese, non era apparsa in alcun testo pubblicato. Gli autori citati da Sandro Ruju nell&rsquo;apparato critico del volume su Teresa Mannu sono infatti tutti uomini: Giovanni Spano, Gino Bottiglioni, Vittorio Cian e Pietro Nurra, Giuseppe Ferraro, Mario Atzori e Gino Paulis. Eppure &egrave; grazie a quel quaderno, pieno di errori ma di altrettante perle della tradizione locale, che possiamo affermare che la memoria sassarese &egrave; donna. E ha un nome: Teresa Mannu.</p><p>Teresa, ormai vecchia e malata, decide di passare gli ultimi anni della sua vita a casa di Giuseppe, suo figlio sacerdote; assistita con amorevoli cure dalla primogenita Agnese. Morir&agrave; il 26 giugno 1929 a 85 anni.</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p> NEWS tradizioni antropologia poesia sassari storia Sun, 26 Feb 2017 10:38:01 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/6986/teresa-mannu-detentrice-di-una-memoria-destinata-all-oblio.html admin 2017-02-26T10:38:01Z Scialle è passione, tradizione e distinzione: parola di ricamatrice http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/6985/scialle-e-passione-tradizione-e-distinzione-parola-di-ricamatrice.html Lo scialle è un manufatto di grande charme, la cornice di un quadro che adorna e impreziosisce il viso della donna. Le mani dei ricamatori, come pennelli, portano avanti la tradizione in tutta l'isola <p>N</p><p>el 1800, epoca in cui se ne diffuse la moda in Sardegna, <strong>lo scialle era molto pi&ugrave; di un semplice accessorio</strong>, era &ndash;e ancora &egrave;- una forma d&rsquo;arte e un segno distintivo di riconoscimento. Fino ai primi del &lsquo;900 veniva <strong>indossato nel quotidiano dalle donne di tutta l&rsquo;isola</strong> e tanto il tessuto quanto colori e ricamo raccontavano il luogo di provenienza di una persona, il ceto sociale e l&rsquo;occasione in cui veniva sfoggiato: anche il portamento dell&rsquo;indossatrice dava informazioni sul paese natale.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a79e2981d.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Sfilata Sant'Efisio Cagliari - ph. Alessandro Marrone " data-credits="" />Questi <strong>fazzoletti quadrangolari con frange</strong> soppiantarono il breve tempo gli altri copricapi, venivano &nbsp;indossati ripiegati a triangolo e adagiati sopra cuffie o fazzoletti facendo scendere i lembi sul busto. Vennero importati dai mercanti d'Oriente, ma anche dalla Francia (&egrave; il caso degli scialli galluresi) e presto le donne sarde iniziarono a produrne localmente, personalizzandoli con i simboli naturali del proprio territorio. Trascorso circa un secolo, attorno al 1920, l'uso dello scialle inizi&ograve; a decadere, ma &egrave; proprio in questo momento storico che venivano utilizzati a diretto contatto con i capelli raccolti.</p><p>Oggi, tranne le eccezioni (ad Oliena ed in altri Comuni del Nuorese, come in altre localit&agrave; dell'hinterland), le donne vedove indossano ancora lo scialle nero semplice, rigorosamente senza decori. Durante le celebrazioni locali invece, non necessariamente turistiche come le <strong>Cortes Apertas</strong>, sfoggiano scialli dalle nuances sgargianti e dai decori vivaci, proprio come si usava una volta) se ne pu&ograve; ammirare la bellezza alle sfilate dei gruppi folk, in cui fanno capolino preziosi scialli in tibet di seta o lana con basi di ogni colore, damascati o ricchi di ricami floreali.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a79e0cb4b.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="ph. Comune di Oliena" data-credits="" />Alcuni sono nuovi, spesso <strong>riproduzioni di esemplari dell'Ottocento</strong>&nbsp;realizzate utilizzando i disegni ereditati da nonne e bisnonne. Pochi presentano parti di pezzi antichi perch&egrave;&nbsp;un tempo era d&rsquo;uso seppellire la donna con il suo scialle. Sulla base nera o tabacco prevalgono i motivi floreali ma talvolta a seconda della provenienza appaiono farfalle e uccelli (negli scialli di Oliena ricorre l&rsquo;uccello del paradiso), molto pi&ugrave; spesso le spighe di grano, uva e melegrane come riflessi del paesaggio naturale in cui opera il ricamatore.</p><p>Tranne i pi&ugrave; semplici e privi di ricami, gli scialli sono una vera esplosione di forme e colori: ecco cosa raccontano gli artisti dello scialle da Nord a Sud della Sardegna, rappresentanti del Nuorese, del Trexenta, del Monreale e del Sulcis. &nbsp;</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a79e9f633.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Donne con Scialle Muravera - ph. Gli Scialli di Paola" data-credits="" />Pasqua Salis Palimodde, titolare Botteghe D&rsquo;Arte su Gologone (Oliena): &laquo;I<em>&nbsp;nostri scialli da sposa presentano fili d&rsquo;oro e d&rsquo;argento intrecciati, rose, garofani e altri fiori di campo. Non c&rsquo;&egrave; un colore sbagliato; ad Oliena di ricamava all&rsquo;aperto, sia per la luce che per osservare le tonalit&agrave; della natura. Mi piacerebbe che la tradizione continuasse e c&rsquo;&egrave; sempre bisogno di ragazze appassionate che la tengano in vita&raquo;</em>.</p><p><strong>Paola Sailis</strong> di Guasila: <em>&laquo;Il ricamo per me &egrave; una vera passione e l&rsquo;ago &egrave; il mio migliore amico. Lavoro senza telaio n&eacute; cerchio, posso intrecciare frange da 2.500 fili e riproduco scialli antichi aiutandomi con foto d&rsquo;epoca. Fra i motivi di Guasila prevalgono spighe e melograno, a San Basilio invece l&rsquo;uva&raquo;</em>.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a79ec4310.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Scialli Guspini - ph. Roberto Maccioni" data-credits="" />Roberto Maccioni</strong> di MR Arte Antica, Guspini: &laquo;<em>Un tempo lo scialle identificava le donne: solo le benestanti indossavano quelli ricamati e di stoffa pregiata. Lo scialle tipico di Guspini ha colori accesissimi, presenta bacche di rosa uva e spighe, io ne riproduco molti interamente a mano. Ricamare &egrave; una soddisfazione, &egrave; uno spettacolo vedere il tuo lavoro indossato&hellip;&egrave; come una mamma che partorisce un figlio e lo d&agrave; in buona custodia&raquo;</em>.</p><p><strong>Elisabetta Pilloni</strong> di Sant&rsquo;Anna Arresi: &laquo;<em>Il ricamo ha il potere di rilassarmi. Ho iniziato a fare scialli poco fa, a 50 anni, le mie creazioni si possono vedere in diverse sfilate sulcitane, ne ho fatte a Calasetta, Gonnesa e Sant&rsquo;Antico. Molti sono scialli &ldquo;a matta&rdquo; cio&egrave; a pianta, con un mazzolino di fiori. La base di quelli di Sant&rsquo;Anna Arresi &egrave; marrone o nera, con ricami di rose e papaveri, spighe e qualche farfallina&raquo;</em>.</p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a7126a756.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />Stilisti affermati hanno fatto sfilare lo scialle sardo sulle passerelle dell'Alta Moda: l'algherese <strong>Antonio Marras</strong> ad esempio e le <strong>Sorelle Piredda</strong>, che hanno realizzato uno scialle per l'Imperatrice del Giappone. C'&egrave; chi predilige la tradizione (la stilista <strong>Antonella Spina</strong>) e chi la rivistazione in chiave moderna (le Piredda), fatto sta che il fascino dello scialle &egrave; intramontabile: un pezzo versatile, elegante e incredibilemnte attuale, immancabile nelle sfilate degli stilisti nostrani e indossato dalle donne di tutto il Mondo. &nbsp;&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;">&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p> NEWS tradizioni artigianato ricamo Sun, 26 Feb 2017 10:10:53 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/6985/scialle-e-passione-tradizione-e-distinzione-parola-di-ricamatrice.html admin 2017-02-26T10:10:53Z La favola di Anna Aledda e la sua collezione di costumi sardi http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/6969/la-favola-di-anna-aledda-e-la-sua-collezione-di-costumi-sardi.html Un'avventura che ha inizio tanto tempo fa, nel suo baule c'è anche l'abito tradizionale sardo di Cagliari, in tutte le fogge. Anna ci racconta come lo trovò, come giunse a lei, il suo mistero <p>&nbsp;</p><p><strong>C&rsquo;era una volta una bambina che sognava di trovare un tesoro e diventare</strong><em>&hellip;</em> <em>&ldquo;Indossavo l&rsquo;abito tradizionale sardo e mi sentivo una regina&rdquo;.</em></p><p><strong>Anna Aledda</strong>, 67 anni, di Villasalto, quando ne aveva cinque andava a lavare i panni al fiume e fino ai dodici dovette fare la pastorella per aiutare la sua famiglia. In campagna beveva il latte dell&rsquo;asinello per alleviare i crampi della fame, poi sognava e fantasticava grazie ai racconti del nonno paterno e della nonna materna. &laquo;Le loro storie parlavano di tesori. Con l&rsquo;immaginazione staccavo il pensiero dalle fatiche. Mi sono salvata cos&igrave;&raquo;. Compiuti i sedici anni arriva a Cagliari e inizia a lavorare nella storica drogheria Clavot in piazza Yenne, finch&eacute; col marito non apre la sua nel corso Vittorio Emanuele.</p><p>La sua avventura da <strong>collezionista di costumi sardi</strong> ha inizio il giorno delle nozze. &laquo;Avevo 19 anni. Mia suocera mi regal&ograve; il suo abito tradizionale di Lodine. Le suore del quartiere La Marina gli ricamarono una balza bianca e lo indossai per il mio matrimonio&raquo;. Dopo una pausa di trentacinque anni, durante i quali fa qualche comparsa nelle sfilate di Sant&rsquo;Efisio, si avvicina al folclore ed entra a far parte del gruppo folk Su Idanu di Quartu Sant&rsquo;Elena. Si riaccende l&rsquo;amore per i costumi tradizionali. &laquo;Le signore anziane venivano in negozio ad affidarmi gli abiti delle mamme e nonne. Io li toccavo, me li appoggiavo sul viso e chiudevo gli occhi per sentirne l&rsquo;anima e fantasticare, chiss&agrave; di chi era, chiss&agrave; se ha portato gioia. Infine li compravo o me li regalavano&raquo;.</p><p>Una cabina armadio che pian piano si riempie, ospitando le fogge degli <strong>abiti di tanti paesi della Sardegna</strong>: Cagliari, Quartu Sant&rsquo;Elena, Gavoi, Lodine, Ittiri, Sulcis, Ollolai, Thiesi, Cabras, Desulo e ancora, ancora. &laquo;Tutti autentici&raquo;.</p><p>Lei che da bambina amava ascoltare i racconti, oggi ne ha tanti da narrare, e uno in particolare: &egrave; la storia di come venne in possesso dell&rsquo;abito tradizionale di Cagliari, nelle versioni di <em>sa panattar</em>a, <em>su bistiri&rsquo;e seda </em>e <em>su bistiri&rsquo;e lussu</em>, <strong>tre capi unici</strong>, provenienti dalla stessa famiglia, i Mostallino, ma lo scopr&igrave; per caso.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a5c59e267.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" />La storia.&nbsp;</strong>Negli anni settanta Anna lavorava nella drogheria Clavot in piazza Yenne, e quando le signore anziane uscivano dal negozio cariche di buste per la spesa, le aiutava ad attraversare la strada dalla piazza al corso Vittorio Emanuele. &laquo;Feci cos&igrave; anche con la signora che, erano ormai trascorsi trentacinque anni da quel giorno, tramite la figlia, mi invit&ograve; a vedere il suo abito tradizionale di Cagliari, la signora Gesuina Masala. Si ricordava ancora di me&raquo;.&nbsp;</p><p>Anna si rec&ograve; nella sua abitazione e trov&ograve; <strong>il costume di Cagliari</strong> dentro una cesta ricoperta da un telo bianco, <span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">riposta</span>&nbsp;</span>sopra l&rsquo;armadio della camera da letto della signora Gesuina. Quella cesta per tanti anni aveva custodito la gonna di seta azzurra, il gippone nero, il grembiule ricamato di pizzo bianco, la cuffia e la mantiglia rossa dell&rsquo;abito di <span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/5590/sa-panettera-la-donna-con-la-dote-indosso.html" target="_blank">sa panattara</a></strong></span>, risalente alla prima met&agrave; dell&rsquo;ottocento. &laquo;Il cuore mi batteva all&rsquo;impazzata, le mani tremavano e gli occhi non si staccavano da l&igrave;. Me lo fece indossare compiaciuta. Poi le feci i complimenti e andai via&raquo;.</p><p>Insieme all&rsquo;abito c&rsquo;era anche un scialle di seta verde e viola. Anna non capiva come mai quel capo si trovasse insieme al costume de sa panattara, ed era curiosa. &laquo;In un primo momento non domandai a chi appartenesse, lo feci dopo, nel secondo incontro, quando comprai il vestito e lo portai via con me insieme allo scialle che mi regal&ograve;&raquo;. Lo scialle apparteneva alla mamma di Gesuina, Giuseppina Mostallino, che a sua volta l&rsquo;aveva ereditato dalla sua, ovvero dalla nonna della signora Gesuina. Con la sensazione di stare sopra una nuvola, torn&ograve; nella sua drogheria.&nbsp;</p><p>Trascorsi cinque anni, era il 2010, incontr&ograve; dal suo orafo di fiducia una signora che, guardandola con insistenza le chiese: &laquo;Non si ricorda di me? Quando ero studentessa venivo in drogheria a comprare i pesciolini di liquirizia&raquo;. Felice del fatto che l&rsquo;avesse riconosciuta dopo tanti anni, fecero due chiacchiere e quando Anna le rivel&ograve; che faceva parte di un gruppo folk, la invit&ograve; a vedere l&rsquo;abito tradizionale di Cagliari, quello di seta, lei and&ograve;. &laquo;Da un&rsquo;antica e grande valigia venne fuori l&rsquo;altra versione dell&rsquo;abito di Cagliari, su bistiri&rsquo;e seda. Lo comprai e le chiesi da dove provenisse, mi rispose che apparteneva a una nobildonna cagliaritana, donna Teresa Ferreli, moglie di Antonio Mostallino&raquo;.</p><p>Donna Teresa, in conclusione, era la mamma di Peppina Mostallino, che si spos&ograve; con Antonio Masala, dei quali la signora Gesuina era la figlia. Ecco svelato il mistero dello scialle, apparteneva a <em>su</em> <em>bistiri&rsquo;e seda</em>. &laquo;Per puro caso o forse no, avevo gli abiti di Cagliari provenienti dalla stessa famiglia. Queste persone hanno la mia riconoscenza e quella di tanta gente che grazie a loro pu&ograve; ammirare e conoscere gli abiti del nostro passato&raquo;.</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Gli abiti tradizionali di Cagliari</strong></p><p><strong><em><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a5c59f2a1.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" /></em></strong></p><p><strong>Sa panattara</strong> ha la gonna in raso di seta azzurra molto voluminosa, un effetto che si otteneva indossando sotto due o tre sottogonne di tela bianca rigida e inamidata, il gippone in raso di seta nero con le maniche a banana aderenti, lunghe fino al gomito per far sbordare la camicia, e i bottoni sardi d&rsquo;argento (potevano essere anche d&rsquo;oro), la cuffia di cotone nero bordata sulla fronte con un velluto di seta nero e i lacci che si legano dietro, alla base del collo, per non far vedere i capelli. Sopra la cuffia si fa ricadere la mantiglia, un trapezio di panno rosso, bordato esternamente lungo tutto il perimetro da una trina d&rsquo;argento con il lavoro del tombolo a conchiglia e internamente con un raso di seta azzurra come la gonna. Il grembiule &egrave; di pizzo bianco, ricamato con decoro floreale e un ramage centrale verticale, della stessa lunghezza della gonna. Si usava indossarlo per le ricorrenze importanti come il matrimonio e il battesimo.</p><p><strong>Su Bistiru&rsquo;e seda</strong> ha sempre la gonna voluminosa e il grembiule della stessa lunghezza, e tutt&rsquo; e due di seta damascata. Il gippone nero ben aderente con le maniche a banana e le code finali - dette a coda di rondine- in rasatello di cotone, si allaccia sul davanti con un cordoncino a incrocio. Sopra il gippone si indossa <em>sa</em> <em>perra, </em>un mezzo scialle, che si incrocia sul davanti, fissando i lembi sotto l&rsquo;ampio e lungo grembiule per coprire il decolt&egrave;. <em>Su sciallu&rsquo;e seda</em> si fa ricadere sulla cuffia di cotone, &egrave; damascato con decoro floreale uguale a quello della gonna, si annoda sotto il mento, lasciando ricadere i lembi nell&rsquo;incavo tra il petto e le braccia. Si era solti indossarlo in occasione delle feste e la domenica.</p><p><em><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a5c5a0426.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="" data-credits="" /></strong></em></p><p><strong>Su bistiru&rsquo;&egrave; lussu</strong> ha la gonna in taft&agrave; di seta, il grembiule in raso di seta damascata, ampio e lungo come la gonna che &egrave; sempre ampia. Il gippone di velluto nero, anch&rsquo;esso di seta. La cuffia di cotone, e <em>sa perra </em>nera (mezzo scialle) in raso di seta damascata con un decoro floreale uguale al grembiule. Lo scialle &egrave; di seta nero con ricami in tibet, nero su nero. Era l&rsquo;abito del gran gal&agrave;.</p><p><em><strong>&nbsp;</strong></em></p><p>&nbsp;</p><p>Anna, che &egrave; anche insegnante di ballo sardo, ha indossato il costume tradizionale di Cagliari, per ballare o sfilare, in pi&ugrave; occasioni, tra le tante, anche nel museo delle tradizioni popolari di Roma, nel 2013, in occasione della presentazione del libro &ldquo;Arcipelago Mediterraneo, la Sardegna&rdquo;, di Barbara Terenzi. &ldquo;Siamo stati il primo gruppo sardo a calcare la scena del museo delle tradizioni popolari di Roma&rdquo;. <em>C&rsquo;era una volta...</em></p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS tradizioni antropologia costumi Mon, 20 Feb 2017 16:12:11 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/6969/la-favola-di-anna-aledda-e-la-sua-collezione-di-costumi-sardi.html admin 2017-02-20T16:12:11Z Stampace, quartiere storico di Cagliari nei ricordi di Maria Pia Porcu http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/6925/stampace-quartiere-storico-di-cagliari-nei-ricordi-di-maria-pia-porcu.html La vita nel rione dai tempi prima della guerra. Maria Pia racconta con semplicità, descrivendo i luoghi in cui ha vissuto con parole ricche di sentimento e il senso dell'umorismo che la caratterizza <p>&nbsp;</p><p>&laquo;Eravamo una grande famiglia&raquo;, a Stampace si viveva cos&igrave;. Maria Pia Porcu, che il 5 maggio compir&agrave; 92 anni, ricorda con nostalgia e un velo di tristezza negli occhi lo storico quartiere cagliaritano dove ancora abita, nel suo sottano in via Sant&rsquo;Efisio. Solidariet&agrave; e aiuto reciproco contraddistinguevano una fitta rete di relazioni sociali che faceva sentire tutti al sicuro. <br /> &laquo;Si stava meglio quando si stava peggio&raquo;, ripete con ironia, e quando usciva da casa Maria Pia non si &ldquo;sognava&rdquo; certo di chiudere la porta.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a1981a48a.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Corso Vittorio Emanuele" data-credits="" />C&rsquo;era movimento in quelle strette stradine</strong>: di fianco alla sua casa lavorava un ciabattino, davanti un falegname, e il tempo era scandito dai ritmi del lavoro, delle stagioni e delle ricorrenze religiose. E proprio l&igrave;, di fronte alla cripta di Santa Restituta, dove il secondo conflitto mondiale si accan&igrave; trasformando il luogo in un cumulo di macerie e sangue, un tempo vi giocavano i bambini: &laquo;A pincaro, a palla e a nascondino&raquo;.&nbsp;Gli adulti, invece, nel tempo libero facevano lunghe passeggiate nel corso Vittorio Emanuele, e su e gi&ugrave; dalla chiesa di Sant&rsquo;Anna alla Rinascente, <em>Sa pasillara</em>.</p><p><strong>Nelle giornate soleggiate d&rsquo;inverno</strong> si era soliti sedersi vicino al muro della chiesa di Sant&rsquo;Anna, a sorseggiare un bicchierino di mirto acquistato dal venditore di passaggio che gridava: <em>&ldquo;Bella, murtaucci!&rdquo;.</em> Verso l&rsquo;ora di cena arrivavano le donne di Quartu con <em>sa corbula </em>in testa, per vendere pere e fichi: <em>&ldquo;Bella, pira camusina</em>!&rdquo;. Poi passava un carretto trainato da un asinello, su cui un signore non vedente presentava la sua merce, &ldquo;<em>Sali a perda manna e bianca!&rdquo;.</em></p><p><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a197f6772.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Via Azuni e Chiesa di Sant'Anna prima della Guerra" data-credits="" />D&rsquo;estate gli <em>stampacini</em> mettevano una seggiola di fronte all&rsquo;uscio di casa per sedersi a chiacchierare e godere dell&rsquo;aria fresca. Le feste religiose rappresentavano anche uno svago, un vero e proprio intrattenimento. In particolare la festa del Corpus Domini: &laquo;Era bellissima&raquo;. Prima della guerra la processione attraversava tutte le vie di Stampace - oggi non pi&ugrave; - le famiglie allestivano le cappelle e addobbavano strade e finestre di fiori e tappetti. E dopo la benedizione del sacerdote facevano festa, <strong>ballando e cantando per le strade</strong>.</p><p><strong>Per i matrimoni</strong> c&rsquo;era l&rsquo;usanza di commissionare<span style="text-decoration: underline;"> <span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/6397/sa-serenada-un-pegno-d-amore-in-musica.html" target="_blank">la serenata</a></strong></span> </span>sotto la finestra della sposa, con la chitarra e il mandolino e anche la fisarmonica. &laquo;<em>Is cosas antigas prus bellas de imoi&raquo;. </em>Anche i compleanni e l&rsquo;onomastico venivano festeggiati con le serenate, per&ograve;: &laquo;Si batteva sui coperchi delle pentole e i trepiede dei lavamano. Ci si divertiva cos&igrave;&raquo;.&nbsp;<br /><strong>Non mancavano preghiere e riti augurali</strong>: quando esplodeva il temporale si pregava Santa Barbara e San Giacomo. <em>&rdquo;Santa Brabara e Santu Iacu, bos potais is crais de satu, bos potais is crais de xelu, no tocheis fillu allenu n&eacute; in domu n&eacute; in su satu, Santa Brabara e Santu Iacu&rdquo;. </em>(Santa Barbara e San Giacomo voi avete le chiavi del cielo, voi avete le chiavi dei campi, non toccate nessuno, non in casa e non nei campi, Santa Barbara e San Giacomo)<em>.<span style="color: #ff0000;"><br /></span></em>E quando si comprava casa era di buon auspicio deporre negli angolini meno in vista dell&rsquo;abitazione, un poco di sale, dell&rsquo;olio e un soldino. L&rsquo;intruglio restava l&igrave; per sempre.</p><p><strong>Maria Pia inizia a lavorare a quindici anni</strong> nella tipografia "Doglio" del corso Vittorio Emanuele. &laquo;Non c&rsquo;erano i soldi per continuare gli studi dopo la quinta elementare&raquo;. Ogni mattina, si recava al lavoro insieme a un gruppo di ragazze, sue colleghe. &laquo;Entravamo alle sei e uscivamo alle nove di sera. Lavorai l&igrave; fino a quando non scoppi&ograve; la guerra e fummo sfollati a Gergei&raquo;.</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a197f6441.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="La chiesa di Sant'Anna dopo i bombardamenti" data-credits="" />Poi arriva la guerra.</strong> &laquo;Quando suonava l&rsquo;allarme, la via Sant&rsquo;Efisio si riempiva di gente che correva verso la cripta di Santa Restituta, il rifugio&raquo;. Come un fiume in piena la strada si riempiva di persone. Le famiglie scappavano con i bambini in braccio o presi per mano. C'erano le grida della gente, chi per proteggere i propri figli urlava: &ldquo;<em>Due in braccio e tre dietro!</em>&rdquo; e chi invece, forse per esorcizzare la paura, ripeteva quasi come un rito scaramantico: &ldquo;<em>Non sutzeridi nudda! Non sutzeridi nudda!</em>&rdquo;.</p><p><strong>La vita sociale e culturale del quartiere</strong> continua: la domenica si poteva assistere agli spettacoli di teatro che gli stampacini Pinuccio Schirra e Tonino d&rsquo;Angelo cofondatori della G.I.O.C (giovent&ugrave; italiana operaia cattolica) nel 1944, allestivano nei locali della chiesa - allora sconsacrata - di Santa Restituta, con i ragazzi che erano riusciti a tirar fuori dalla strada, <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff; text-decoration: underline;"><strong><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/6017/pan-di-burro-mamma-de-is-picciocus-de-crobi.html" target="_blank">is piccioccus de crobi</a></strong></span><em>.</em></span>&nbsp;<br />&laquo;Era un modo per aiutare questi giovani, inoltre le rappresentazioni teatrali erano molto divertenti&raquo;. A fine spettacolo gli attori recitavano una battuta di chiusura che Maria Pia ricorda ancora con un sorriso:&nbsp;&ldquo;<em>Signori, noi vi salutiamo, &egrave; finita la serata, uno spettacolo cos&igrave; grande, nessuno mai lo presenter&agrave;</em>&rdquo;.</p><p><strong>Si sposa nel 1946 nella chiesa di Sant&rsquo;Efisio</strong> con Carlo De Agostini, che prima della guerra era impiegato nella federazione del Fascio, e vanno a vivere in via Sant&rsquo;Efisio, dove ancora abita. Negli anni settanta Maria Pia inizia una nuova attivit&agrave; con il marito. Aprono una merceria, &ldquo;<em>Il Botteghino</em>&rdquo;, all&rsquo;angolo di via Porto Scalas. &laquo;Lavorare in negozio era una distrazione. Ho conosciuto tanta gente&raquo;.&nbsp;</p><p><strong><img src="http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/1/uid_15a1982f694.450.0.jpg" alt="" align="right" data-didascalia="Stampace dall'alto" data-credits="" />Oggi, Maria Pia ha cinque figli e ventidue nipoti ed &egrave; bisnonna.</strong> Nel suo quartiere era conosciuta anche come guaritrice, perch&eacute; praticava <strong><span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/4766/terapie-magiche-in-sardegna-un-fenomeno-senza-tempo.html" target="_blank">sa mexina de s&rsquo;ogu</a>.</span></strong> &laquo;Mia nonna mor&igrave; a cent&rsquo;anni e faceva la medicina dell&rsquo;occhio, poi la pass&ograve; a me come io ho fatto con mia figlia, anni fa, a mezzanotte della vigilia di Natale&raquo;. Come compenso accettava un pacco di zucchero, di caff&egrave; o di gallette, ma mai del denaro.</p><p><strong>Un tempo nel quartiere si conoscevano tutti e ci si aiutava a vicenda</strong>, e - lo sottolinea pi&ugrave; volte - non chiudeva mai la porta di casa anche quando doveva uscire per fare delle commissioni, oggi: "Ognuno vive per conto suo, ho sempre la porta chiusa, non ci sono pi&ugrave; amicizie".</p><p>Il progresso tecnologico avanza, lasciando indietro lo sviluppo delle coscienze e dei rapporti umani, come teorizzato nel concetto di Modernit&agrave; Liquida dal sociologo, Zygmunt Bauman (1925-2017): "vengono meno i valori e le sicurezze che caratterizzavano la vita di un tempo e la paura sembra essere una compagna permanente". A riprova di questa analisi, Maria Pia mi confida: <strong>"Potr&agrave; non crederci, ma mi sento pi&ugrave; in pericolo oggi di quando c&rsquo;era la guerra&rdquo;</strong>.</p><p>Ogni anno, il primo maggio, in ricorrenza della processione religiosa pi&ugrave; importante di Cagliari, Maria Pia aspetta il cocchio di Sant&rsquo;Efisio davanti alla porta della sua casa e il carro in genere si ferma per permetterle di omaggiare il santo con i fiori.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt;">&copy;Riproduzione riservata</span></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> NEWS cagliari storia stampace Tue, 31 Jan 2017 15:08:51 GMT http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/6925/stampace-quartiere-storico-di-cagliari-nei-ricordi-di-maria-pia-porcu.html admin 2017-01-31T15:08:51Z