Mar 17 Gennaio 2017

I calcoli della colecisti: una malattia "da donne"

 

chirurgia

Ne soffre il 10-15% della popolazione, ma nel 50-70% dei casi non dà sintomi. Quando compaiono, però, spesso la sola strada possibile è l’intervento chirurgico. La calcolosi della colecisti è una malattia soprattutto a tinte “rosa”: colpisce tre volte di più l’universo femminile ed è strettamente – ma non esclusivamente – legata a gravidanza, puerperio, assunzione di contraccettivi e terapie ormonali.

Per descrivere la calcolosi della colecisti e la paziente tipo, gli anglosassoni hanno coniato le “cinque effe”: female (“donna”), fat (“in sovrappeso”), forty (“quarantenne”), fertility (“in età fertile”), flatulent (con problemi di meteorismo). «Questa situazione risulta favorita dagli ormoni», spiega il Dott. Raffaele Sulis, responsabile del reparto di Chirurgia generale dell’ospedale SS. Trinità di Cagliari - dove ogni anno si eseguono circa duecento colecistectomie in laparoscopia. Di calcoli alla colecisti soffre, infatti, circa il 10% delle donne in gravidanza e nel puerperio («ma il 30% di questi casi si risolve spontaneamente, quando i livelli ormonali si ristabilizzano») ed è tra gli effetti collaterali di contraccezione e terapie ormonali.

Ma cosa succede esattamente? Nella pratica, il progesterone rallenta la motilità della colecisti, mentre gli estrogeni aumentano la quantità di colesterolo nella bile. «È come se avessimo un lavandino tappato, che non permette all’acqua di scorrere. Se, infatti, la colecisti non si contrae come dovrebbe, mettendo in circolo la bile necessaria alla digestione, allora può succedere che ristagni, rendendo possibile la formazione di concrezioni e, quindi, di calcoli», continua il Dott. Sulis.

I calcoli più frequenti sono composti dal colesterolo e i più pericolosi hanno dimensioni piccolissime. È più facile che siano questi a dare luogo a complicanze, spostandosi dalla colecisti al coledoco - il condotto che porta la bile dal fegato al duodeno. «Nei casi più gravi, la colecisti può bucarsi o, ancora, essere all’origine di un’occlusione intestinale da calcolo, di un ittero, di una pancreatite acuta (che può essere mortale) e, in un caso su mille all'anno, di una forma di cancro».

Gli allarmismi vanno, però, evitati. Molto spesso si scopre, infatti, di soffrire di calcoli alla colecisti per puro caso: un’ecografia eseguita per altre ragioni ne evidenzia la presenza. «In questi casi asintomatici, in genere consigliamo di non operare, a meno che non si tratti di pazienti con calcoli particolari (come nella colecisti a porcellana), di trapiantati o diabetici. Per tutti gli altri il nostro consiglio è tenersi sotto controllo. Se non si sta male e non compaiono le coliche, non ha senso operarsi», conclude il Dott. Sulis. «A oggi, però, la colecistectomia continua a essere l’unica via di cura definitiva. La terapia farmacologica non impedisce, infatti, la ricomparsa dei calcoli e, quindi, di coliche ed eventuali complicazioni».

La colecisti non è un organo “indispensabile”, nel senso che una volta asportata è sostituita nella sua funzione dal coledoco. Dopo la colecistectomia, infatti, quest’organo tende a ingrossarsi per accogliere la bile. Per aiutarla a lavorare bene e a scongiurare il rischio di coliche il consiglio è semplice: fare attenzione alla dieta e consumare cibi non grassi.

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