Mer 23 Agosto 2017

Per non dimenticare Emanuela Loi. Donna sarda uccisa dalla mafia

 

anniversari

Ci sono eventi che il tempo ricopre di fitta nebbiolina, smarriti tra le pagine della storia. Altri in cui basta un nome ed ecco che quelle storie brillano, hanno memoria incancellabile. Semplicemente ricordano e raccontano.
Il 9 ottobre è un giorno che appartiene a un nome, che racconta orgoglio, sacrificio, dignità. Era il giorno in cui nacque una ragazza normale che il destino, giocoforza,  ha tramutato in speciale. Emanuela Loi, agente della polizia di Stato, la prima donna, sarda, poliziotta a essere uccisa dalla mafia.

Sorriso pieno di energia e una corta cascata di ricci capelli biondi, si era ritrovata quasi per caso a vestire la divisa che la madre prontamente per il giuramento aveva accorciato. Maestra elementare con l'abilitazione all'insegnamento, Emanuela aveva fatto il concorso per entrare in polizia perché anche la sorella Claudia aveva fatto domanda. Da Sestu, dove abitava, alla scuola di formazione di Trieste che aveva superato brillantemente.
Era stata subito assegnata a Palermo, una città caotica, nel mirino, teatro di scontro dell'accesa guerra tra Stato e Mafia. La città dove nessuno voleva andare, la Palermo del Maxiprocesso, prima, e delle stragi, poi. Il capoluogo siciliano dove gli omicidi "eccellenti" rendevano invivibili i quartieri.
Emanuela aveva scelto senza farsi troppe domande. Coraggio e forza sempre la muovevano. Non si era mai sottratta agli oneri e responsabilità che il suo lavoro comportava. Una vita, insolita per una ventenne, scandita dalle chiamate a casa e al fidanzato, ogni giorno, dal telefono a gettoni e dalla caserma, dal suo lavoro e quello che comportava, dalle difficoltà nel farsi accettare, lei donna tra gli uomini, in quello che fino a poco tempo prima era stato un mondo chiuso e inaccessibile.

Ma Emanuela era un girasole d'acciaio, non si faceva scoraggiare facilmente ed era riuscita a integrarsi nel gruppo. Efficientissima in servizio fu assegnata al commissariato Libertà “faceva un po' di tutto - ricorda la sorella Claudia - servizio sulle volanti, turni di notte, guardia a obiettivi fissi, sorveglianza ai gabbiotti o assistenza col camper della polizia ai bambini, che lei amava tanto, del malfamato quartiere Zen. Non aveva mai paura”.

Poi arrivò il il 1992. L'anno delle stragi. Nell'anno terribile che squarciò l'Italia intera, in cui niente fu più come prima, Emanuela fu trasferita all'ufficio Scorte col compito di vigilare sul magistrato Guido Lo Forte e sul capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Dopo il cruento attentato a Falcone il 23 maggio del 1992 il clima era di puro terrore. La mafia aveva cambiato modalità per colpire, metodi sempre più devastanti e crudeli. Con giubbotto antiproiettile e pistola d'ordinanza, i poliziotti uscivano la mattina sapendo di non poter tornare più a casa. Uomini e donne sbrigativamente venivano liquidati con il termine scorta:erano vite al servizio dello Stato.

Di fronte al Male assoluto lei non aveva tentennato, non aveva avuto paura. Manuela era appena tornata dalla Sardegna dopo una breve licenza per sostituire un collega. Nonostante avesse l'influenza, si era imbottita di farmaci e aveva accettato di fare la scorta al giudice antimafia Paolo Borsellino il primo della lista nera di Cosa Nostra. 
Domenica 19 luglio 1992 un tremendo boato scuote via d'Amelio. È l'Apocalisse: fiamme e polvere nera e straziati resti umani. Dell'unica donna addetta alla scorta del giudice, barbaramente trucidata insieme ai colleghi Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina , Vincenzo Li Muli, non rimasero che , scrive la giornalista Laura Galesi, “soltanto i resti di un arbusto. Era il suo corpo. Andato tutto in fumo. A pezzi”.

Emanuela era una ragazza normale con semplici desideri, così è ricordata da chi l'ha conosciuta. Il cuore che aveva lasciato in Sardegna non le aveva impedito di percorrere una strada che l'aveva portata sulle ali della consapevolezza. È morta da donna che stava compiendo il suo lavoro, da donna che, in prima linea, combatteva contro ingiustizia e illegalità. Una prova di coraggio che è, oltre la tragica morte, eredità preziosa. “Sento che lei ha lasciato una missione da compiere - spiega Claudia Loi - quella di testimoniare la sua memoria come antidoto alla criminalità e come indicazione della strada per la legalità, per la giustizia”.

Noi non dimentichiamo. Come le scritte sui lenzuoli bianchi appesi ai balconi il giorno del funerale : “Emanuela ti porteremo sempre nel cuore”.

 

 

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