Mer 20 Settembre 2017

Medichesse rurali: denunciate dall'Ordine ma amate dal popolo

 

tradizioni

Quella delle antiche medichesse sarde è una figura minimizzata dai libri di storia locale, spesso liquidata come un ambiguo personaggio dedito a pratiche superstiziose in cambio di un tozzo di pane e un certo riscatto sociale. Si trattava invece di una vera professione femminile extra domestica.

Nella società tradizionale era disdicevole che la donna si occupasse di una mansione che non riguardasse la casa, o al più, i possedimenti di famiglia, nel caso di un clan benestante. D'altra parte, era però impensabile che ogni villaggio o complesso rurale disponesse anche di un solo medico, per via degli elevati costi delle cure e per la scarsità di figure specializzate.

La conoscenza di pratiche e rimedi medicamentosi era dunque in mano alle donne ed era d'obbligo nel "corredo" del saper fare di una sposa. La fidanzata metteva a disposizione del futuro marito, assieme a sa doda, l'arte medica che ne faceva una buona meri de domu. Sembra superfluo osservare che le conoscenze diagnostiche e terapeutiche dei professionisti fossero d'altra portata, ma gli interventi di primo soccorso erano eseguiti con certificata efficacia da queste donne chiamate "empiriche" o "pratiche", perché non tutte sviluppavano la stessa attitudine nella pratica medica. 

Uno dei primi memorialisti a dare notizia dell'arte delle medichesse è l'abate Angius nel 1833 riguardo alla sanità nel Sulcis: "Non sempre nelle alterazioni della salute ricorresi ai medici. Quasi ogni famiglia ha la sua raccolta di certe erbe indigene".
Per avere la misura delle condizioni sanitarie dell'epoca occorre ricordare che in periodo unitario la Sardegna conta ancora 105 comuni su 371 privi di ogni servizio sanitario, e 310 di essi non ha la farmacia.

L'intervento delle medichesse non concerneva soltanto l'attività farmaceutica ante litteram ma anche la cura di lombaggini, che all'epoca erano definite "accavallamento dei nervi", ed eseguivano anche dei massaggi fisioterapici. Con l'avanzare della cultura medica ufficiale e del diffondersi degli albi di erboristi e farmacisti il ruolo sociale delle medichesse venne severamente attaccato. L'antropologa Eugenia Tognotti documenta, con un'ampia ricerca condotta sul fondo del Protomedicato dell'Archivio di Stato di Cagliari, il nutrito corpus di denunce: "dei professionisti della medicina, dai medici ai medici-chirurghi ai flebotomi patentati, cioè in possesso dell'abilitazione ad esercitare, concessa dall'autorità competente".

Nonostante i ricorsi dell'ordine medico rimaneva salda la forte autorevolezza che le medichesse esercitavano presso la comunità. Prova del fatto ne è ad esempio la richiesta datata all'anno 1810 dell'amministrazione del villaggio di Maracalagonis che, privo di un medico, chiede al Protomedicato l'autorizzazione che una donna: "Antonia Maria Carta, moglie di Giovanni Querba di Nuoro, molto perita nel sanare alcune infermità esterne continui a mettere a disposizione la sua abilità per applicare i mezzi di guarire tutte quelle persone che ne abbisognano, considerato che essa é mossa più presto dalla carità che dall'interesse".

Tante le denuncie, praticamente identiche, raccolte nel tempo. Si pensi che, ancora, successiva di quasi vent'anni, è la denuncia anonima ai danni del farmacista Pietro Sircana di La Maddalena che affidava "la tanto delicata distribuzione dei medicinali a sua moglie, donna quasi illetterata".
La Sardegna dovrà aspettare il 1902 perché la prima medica ufficiale nonché prima laureata dell'isola, Paola Satta eserciti legittimamente la sua professione.

 

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