Mer 20 Settembre 2017

Il mistero di amore e morte nella mano del Redentore di Nuoro

 
Il mistero di amore e morte nella mano del Redentore di Nuoro
Il simulacro del Redentore sul monte Ortobene di Nuoro

tradizioni

Fu papa Leone XIII, sul finire del 1800, ad esprimere il desiderio di erigere in Italia 19 statue colossali di Cristo, una per ogni secolo di cristianità. In Sardegna venne scelta la cima del monte Ortobene come luogo privilegiato ad accogliere il maestoso simulacro. L'opera è affidata al maestro calabrese Vincenzo Jerace.

Nel 1899 venne così istituito un comitato per la raccolta fondi destinata al monumento voluto per l'anno giubilare del 1900. Anche Grazia Deledda prese parte attiva alla campagna di sensibilizzazione, attraverso un appello sulle pagine de "L'Unione Sarda". La scrittrice, rivolgendosi alle donne sarde, chiede loro di donare libri, stoffe e lavori di ricamo per la lotteria del "Pro erigendo monumento".

Il Redentore, a Napoli, cresce e prende sembianze umane e divine tra le dita di Jerace. Conquista uno spazio di intenso senso identitario nel cuore dei nuoresi ancor prima di conoscerne le fattezze. Ma in tanti ignorano la tragedia umana che lacrime e bronzo contribuiscono a plasmare quella statua. Passione e dolore accompagnano Jerace nella vicenda umana che si consuma durante la nascita del Redentore dei nuoresi. All'inaugurazione del simulacro, avvenuta il 29 agosto 1901, Vincenzo Jerace non sarà presente. La sua preghiera in forma di scultura non è stata sufficiente a riparmiare la vita di sua moglie, l'amata contessa Luisa Pompeati, scomparsa qualche mese prima, come la piccola figlioletta Maria, morta poco prima.

Il concorso di popolo è oceanico, così riporta "La Nuova Sardegna" all'indomani dell'inaugurazione della statua, alta otto metri e pesante venti quintali:
"La fantasia più ardita non arriva ad immaginare un quadro più pittoresco per luce, per movimento, per colore. Basti dire che tutta la Sardegna è rappresentata, dall’arso Campidano, al verde Logudoro, con una varietà di costumi mai vista, una vera fiumana umana".

Nel 1905, in omaggio alla dedizione coraggiosa dello scultore che con spirito di sacrificio non venne meno all'impegno preso nonostante lo strazio interiore, i nuoresi deposero ai piedi della scalinata che conduce alla statua una lapide scritta dalla stessa Grazia Deledda: «Donne nuoresi, candidi/ vecchi, pastori erranti,/ lavoratori spersi nella vallata aulente,/ a voi tutti che al cerulo/ cadere della sera,/ volgete gli occhi oranti verso l'immenso altare/ dell'Ortobene, e al bronzeo/ Redentore sorgente/ tra fior di rosee nuvole offrite il vostro cuore/ ricordatevi la tenera/ Donna che là, oltre il mare/ per voi ispirò l'artefice, ed or sciolta dai veli/ mortali, eletto spirito/ oltre i lucenti cieli/ offre il fior della preghiera al Redentore».

Ma Luisa era già diventata eternità tra le dita benedicenti del Redentore. Sulla mano destra si legge infatti la dedica d'amore con cui Jerace mostra venerazione allamoglie per il resto della vita, nonostante un secondo matrimonio dopo quasi vent'anni. Dirà Jerace: «Sotto la palma della mano aperta, recante il segnacolo della Pace, vi feci incidere "Luisa Jerace, morta mentre il suo Vincenzo ti scolpiva" ». Da questo momento e per tutta la vita lo scultore si firmerà Vincenzo L. Jerace.


Ma nel corpo del maestoso simulacro cristiano che sovrasta le cime della Sardegna, si consuma la duplice supplica dello, sfortunato artista. Anche la figlioletta muore prematuramente. È della piccola Maria il visetto inciso accanto al piede del gigantesco Cristo Redentore: "Staccato dal suolo e reggentesi su di esso col solo lembo del suo mantello, nella cui piega estrema é avvolto un viso di pargola sorridente, l'umanità sempre bambina al cospetto di Gesù".

In ogni preghiera del pellegrino in cammino verso il monte Ortobene è dunque implicito un pensiero di limpida poesia per quel cuore sopraffatto ma non vinto dalla morte, sconfitta dall'eternità d'arte e di fede.

 

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