Mer 20 Settembre 2017

C'era una volta la caccia alle lepri: storie di prostituzione a Olbia

 
C'era una volta la caccia alle lepri: storie di prostituzione a Olbia
Ruderi di Isola Lepre, ph. Eleonora D'Angelo

storie

Dietro la trafficata via Roma, una delle principali arterie di Olbia, c’è un’isola dal nome curioso: l’Isola Lepre. L’archeologo Agostino Amucano, dopo approfondite ricerche svolte durante questa estate, è riuscito a ricostruire, per quanto possibile, la storia del luogo.  

In un articolo pubblicato sulla rubrica online "Olbia Che Fu", ha raccontato i movimenti a luci rosse che si svolgevano proprio qui, in questo lembo di terra collegato alla terraferma, e che come abbiamo verificato di persona si svolgono, talvolta, ancora oggi.

Nell’isola Lepre oggi rimangono solo ruderi, e purtroppo tanti rifiuti, ma visitandola, si riesce ben ad immaginare il via vai descritto da Amucano, che ha raccolto materiale fotografico d’epoca, risalente al secolo scorso, nonché testimonianze sulla famosa “caccia alla lepre”. Molti uomini infatti, si recavano sull’isolotto in bicicletta, al calar del sole, accorti per non essere riconosciuti dai residenti delle case popolari, ma non erano muniti di fucili da caccia, perché la selvaggina ambita era di altro tipo, e per intenderci…

Tale Calèschidu, riporta Amucano, un bel giorno di maggio inforcò la bici per raggiungere l’isola, e il fido compagno di bevute gli domandò: “O Caleschidu, e inùe ses andende de pressa a cust’ora? (“O Gongolante, e dove stai andando di fretta a quest’ora?”) e quello rispose “A lepperare so’ andende.” (trad. “A cacciare lepri sto andando”). 

Durante i primi anni ’50 la prostituzione era regolata dallo Stato, era il tempo delle cosiddette case chiuse, e fu così che nell’isola Lepre si insediò una comunità femminile che esercitava il mestiere più antico del mondo. Esistevano quattro strutture di diversa dimensione, disposte a semicerchio attorno al piccolo piazzale situato al termine della sterrata di accesso. L’unico uomo della comunità, si racconta, era un certo Zio Girolamo, un signore avanti con gli anni. Fidato e riservato, si occupava all’occorrenza di ristabilire l’ordine qualora i clienti del lupanare si lasciassero andare ad atteggiamenti violenti o arroganti.

Dalle testimonianze raccolte da Amucano, emerge che l’atmosfera della casa chiusa non era delle più brillanti. Si trattava di un posto abbastanza squallido da essere definito da qualcuno come “due catapecchie”, ma assiduamente frequentato.

Il costo delle prestazioni, che si aggirava attorno alle trecento lire, si pagava alla cassiera, che rilasciava come ricevuta il tagliandino o “marchetta. Come ogni azienda –sottolinea Amucano- ci si preoccupava di fare buon marketing. Per far andare il carro dunque, la casa chiusa organizzava dei giri promozionali nel centro di Olbia: le donne sfilavano in una carrozza aperta, molto truccate e vestite in modo provocante, con l’immancabile bocchino della sigaretta, forse l’unico elemento di classe. Tra i racconti spicca quello dell’arrivo di un’esotica continentale, fatta sostare in modo strategico in Piazza Regina Margherita per catturare gli sguardi di tutti. Non mancavano le donne sarde. Molte di loro esercitavano l’attività per questioni di povertà, e a quanto pare, erano tra le più ricercate. C’era una ragazza di Olbia che venne cacciata dalla casa paterna, rinnegata come figlia e sorella, e costretta a vivere sull’isola Lepre fino alla Legge Merlin del 1957.

A quel tempo tutti sapevano dell’esistenza della casa chiusa, ma l’argomento era tabù, tranne che fra le donne per bene, quando erano in confidenza. Internet non c’era, e nemmeno il telefono cellulare, ma le olbiesi furono abilissime nel costruire una rete informativa fatta di passaparola, per tutelare relazioni e stanare i mariti fedigrafi.

Oggi la prostituzione si pratica ancora in città, nelle strade, nelle ore notturne, e caso strano, proprio in quei luoghi in cui una volta esistevano le case chiuse (vedi Via Re di Puglia). Durante un giro di ricognizione all’isola Lepre, per scattare alcune foto, qualcosa ha attirato la nostra attenzione. Fra i ruderi e le frasche, quello che credevamo essere il canto di un fenicottero della peschiera, era invece lo stranazzo di una lepre! In punta di piedi abbiamo lasciato l’isolotto, che evidentemente, anche nel 2017, ha conservato parte delle sue tradizioni…

 

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