Mer 20 Settembre 2017

Barcellona durante e dopo l'attentato: il racconto di una donna sarda

 
autore di Morena Deriu |
Storie
Barcellona durante e dopo l'attentato: il racconto di una donna sarda
Federica a Bali - ph. Abel Echeverría

sarde nel mondo

Sono passate quasi tre settimane dal 17 agosto, quando anche Barcellona è stata colpita da un attentato rivendicato dal cosiddetto "Stato Islamico". Federica Sestu, quel giorno, era lì e continua a esserci tutti i giorni. Nata e cresciuta in Sardegna, Federica lavora nella città catalana come mediatrice di conflitti con specializzazione in conflitti multi-etnici e legati al fenomeno dell'immigrazione, un impiego che l'ha portata anche in Asia. Per motivi di sicurezza non può raccontare per chi lavora, ma ci ha scritto facendoci avere la sua testimonianza su quel giorno e su come è cambiata quella che ora è la sua città.

Quelle che state per leggere sono le riflessioni di una donna sarda, emigrata a Barcellona per lavoro. Una donna che giovedí 17 agosto, alle 16.30, stava lavorando alla fine della Rambla, all'altezza della fermata della metro "Drassanes", esattamente a 200 metri dall'attentato. All'improvviso lei e il suo collega hanno visto numerosi mezzi della polizia catalana (i Mossos d'Esquadra) correre da una parte all'altra. Hanno sentito e visto ambulanze arrivare, elicotteri sorvolare la zona e persone scappare.

Il nostro primo istinto, per deformazione professionale, è stato correre in direzione dell'accaduto: volevamo essere presenti e gestire il conflitto. Di fatto, però, non sapevamo ancora che cosa esattamente fosse successo. Abbiamo cominciato a capire quando i nostri cellulari hanno iniziato a suonare all'improvviso: ricevevamo messaggi via Whatsapp da diverse parti del mondo, che ci chiedevamo se stessimo bene. È arrivata anche una chiamata del nostro capo. Ci dava l'ordine preciso di abbandonare la zona e di rientrare a casa il prima possibile: c'era stato un attentato terrorisico sulle Ramblas.

Ora che ci penso, credo di aver vissuto in uno stato di shock da quel momento per le successive ventiquattro ore. Eppure ero lucidissima: correvo molto veloce verso la fermata dei treni Adif di Passeig de Gracia. Volevo arrivare il prima possibile. Intorno a me tutto era surreale: le persone correvano in silenzio, i negozi erano chiusi, le strade senza macchine. Quando sono arrivata alla stazione, ho scoperto che era chiusa e che non si sapeva quando sarebbe stata riaperta.

Allora ho chiamato casa, stanca e con il solo pensiero di riabbracciare la mia bimba. Ero felice, però, perché la sapevo al sicuro nel paesello dove viviamo, alle pendici del Montseny. Con lei c'era mia madre. Era venuta dalla Sardegna per aiutarmi con la bambina mentre andavo al lavoro. Abbiamo parlato al telefono: non riusciva a credere a cosa era successo e cercava di seguire le notizie al telegiornale. Mi ha detto che il terrorista era ancora in giro, armato. Solo in quel momento ho realizzato quanto fosse grave la situazione in cui mi trovavo.

Sono riuscita a tornare a casa alle due di notte, dopo interminabili controlli della polizia dovuti allo stato d'allerta. I giorni seguenti sono stati ancora piú angoscianti. Insieme a un'equipe di altri quattro mediatori, ho dovuto lavorare tutti i giorni sulle Ramblas, dando appoggio e sostegno emotivo alle persone sopravvissute all'attentato.

In due occasioni ho parlato anche con Gabriele, un ragazzo sardo che lavora sulle Ramblas e che il giorno dell'attentato è stato un po' un eroe. Nella confusione e nella paura, ha dato rifugio a centocinquanta persone dentro il ristorante dove lavora. Da quel giorno è preso d'assedio da giornalisti e curiosi. È una persona forte, con un gran buon senso e i piedi per terra.

In poche ore la Rambla aveva cambiato aspetto: si era riempita di fiori, candele, giornalisti e migliaia di persone che rendevano omaggio alle vittime in un silenzio spettrale. Ci sono state diverse manifestazioni per condannare l'attentato e contro l'islamofobia. Curiosamente, durante una di queste manifestazioni, abbiamo assistito a un episodio di antisemitismo. Credo che in certe persone ci sia molta confusione e ignoranza, che il terrorismo non abbia assolutamente nulla a che vedere con il nome di Dio e che sia invece una perversa manipolazione di menti deboli e insicure. Sono spaventata dalle ideologie, dagli assolutismi, da chi vede la realtà solo in bianco e nero perdendo tutta la gamma di colori che ci rende umani.

In questi giorni più che in altri, rifletto sul mio essere sarda emigrata in questa meravigliosa cittá, che mi ha accolta e dato opportunitá che nella mia terra nemmeno sognavo. 

Intanto continuo ad andare tutti i giorni sulla Rambla. Due giorni fa, mentre parlavo con un fioraio, sono scoppiata a piangere. «State facendo un grande lavoro, grazie per venire a parlare con noi. E lei come sta?». Nessuno me l'aveva chiesto ancora guardandomi negli occhi.

 

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