Mer 20 Settembre 2017

Il calvario delle ragazze violate e incinte fuori dal matrimonio

 

tradizioni

Oggi concepire un figlio fuori dal matrimonio è considerata una gioiosa benedizione, tanto quanto un bimbo arrivato dopo la stipula del contratto nuziale. Il deciso calo demografico attribuito all'estenuante crisi economica rende festoso l'ormai raro avvenimento della nascita di un bebè anche in terra sarda. Ma non sempre è stato così.

In un passato affatto remoto, databile con buona approssimazione fino ai primi decenni del '900, la sorte delle ragazze in attesa fuori dal matrimonio gettava un vergognoso stigma. Non solo sulla fanciulla disonorata, che certamente non avrebbe contratto matrimonio neppure con il responsabile del gesto, ma il biasimo era esteso a tutta la famiglia.

Poco importava se nella stragrande maggioranza dei casi si trattasse di giovanissime serbidoreddas, senza alcuna educazione affettivo sentimentale e men che meno sessuale. Erano semplicemente delle prede a costante disposizione dei padroni di casa senza scrupoli che ne disponevano a proprio piacimento. Talvolta la torbida routine di padroni e padroncini era sotto gli occhi del resto della servitù e spesso della stessa Domina che ordiva sapientemente affinché "l'impiccio" non venisse attribuito a "su sennore". Nel caso in cui la giovinetta avesse concepito un figlio con il rampollo più giovane della famiglia in cui prestava servizio, cioè su sennoriccu, allora veniva cacciata dalla dimora dei signori, rispedita presso la famiglia di origine con il disonore dell'accusa di aver cercato di circuire il ragazzo che molto spesso era un seminarista.

Un'eccellente e acuta cronaca della drammatica "tratta" delle giovani domestiche è firmata dal sassarese Enrico Costa, ne "La bella di Cabras", che modifica giusto i nomi ma non la sostanza delle centinaia di casi della realtà storica della Sardegna non così arcaica. Ancor più tragica la sorte di chi doveva affrontare la sventura di una gravidanza clandestina all'ombra del monte Albo. Nella località detta Sa Tumba de Nurai, secondo la memoria popolare, le fanciulle incinte fuori dal matrimonio venivano giustiziate in una cavità della roccia che dà l'illusione di un pozzo senza fondo.

Lì venivano crudelmente gettate le fanciulle violate, coloro cioè che in vita non avrebbero goduto di una riabilitazione sociale. Erano ragazze perdute, disonorate, corpi utilizzati che un uomo mai avrebbe deciso di sposare offrendo loro una possibilità di riscatto. Riporta lo scrittore Gianmichele Lisai: «Quando una ragazza di buona famiglia rimaneva incinta prima del matrimonio i fratelli avevano il dovere, per avere salvo l'onore, di portarla con l'inganno o con la forza presso sa Tumba de Nurai. Prima di gettarla nella voragine, le strappavano di dosso una parte del vestito che poi appendevano ad un leccio secolare situato in prossimità del pozzo. Era un simbolo di riscatto che liberava la famiglia dal giudizio altrui». 

La priorità assoluta, dunque, era preservare quell'equilibrio morale comunitario per il quale il "peccato" di pochi non fosse di scandalo per tanti. La pena capitale era ovviamente solo a carico della donna, difficile stabilire con certezza chi fosse il responsabile della violenza e riuscire a dimostrare che fosse un abuso. Poca misericordia anche da parte della Chiesa.

Fino a pochi decenni fa per la donna in attesa prima del matrimonio era prevista una particolare formula nuziale. La funzione veniva celebrata alle prime luci dell'alba, l'ingresso degli sposi era previsto da una porta laterale quando non dalla canonica, tramite la porta della sacrestia, e venivano fatti inginocchiare in fondo alla navata laterale della chiesa. Fatte salve le categorie magisteriali pre conciliari in materia matrimoniale se ne evinceva un'atmosfera assai diversa dal glorioso trionfalismo consono alla gioiosa venuta alla luce di una nuova vita, innocente.

 

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