Mer 23 Agosto 2017

Guerra al linguaggio di genere in Regione. La linguista: è corretto

 

diritti di genere

"Ritengo che l'utilizzo della parola sindaca, assessora e così via dicendo, sia una scelta sbagliata a livello politico, ma anche un obbrobrio linguistico e grammaticale. Non è in tal modo che si rispetta il ruolo della donna nella società: una scelta che semmai espone al ridicolo la nostra Regione che, unica in Italia, ha adottato una simile decisione ascoltando i consigli della presidente della Camera Boldrini. Presenterò a giorni una proposta di legge in aula per abolire l'articolo 6 bis".

Con queste parole il consigliere regionale del Psd'Az Marcello Orrù ha dichiarato guerra all’articolo 6 della legge regionale n.24 del 20 ottobre 2016 che, su proposta della consigliera Annamaria Busia, introduce ladeguamento del linguaggio degli atti amministrativi a quello di genere. Un articolo che, declinando al femminile ruoli e professioni, attribuisce diritto di cittadinanza a termini come sindaca, assessora, avvocata e altre “simili amenità”, così come le definisce il ragionier Orrù.

Di diverso avviso è Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana all’Università di Modena e consulente dell’Accademia della Crusca, per la quale è autrice del volume edito dalla stessa Accademia e da Repubblica Sindaco e sindaca. Il linguaggio di genere. «L'art.6 mette tutt’altro che in ridicolo la Sardegna poiché esprime un necessario adeguamento che peraltro, come il consigliere regionale Orrù saprebbe se si fosse documentato, anche altre regioni hanno adottato. A dare un’immagine non positiva della Sardegna sono piuttosto le sue osservazioni. Spiace osservare che le sue obiezioni non hanno alcun fondamento scientifico e che anzi rafforzano, con il loro oscurantismo, i peggiori stereotipi culturali sulla regione che ancora purtroppo circolano sul piano nazionale».

L’articolo oggetto della disputa, lungi dal dover essere eliminato, avrebbe secondo la linguista una notevole rilevanza poiché «riflette la necessità di valorizzare la presenza femminile nelle istituzioni permettendo una sicura identificazione delle persone che rivestono ruoli istituzionali e quindi una comunicazione più trasparente».

Cosa rispondere allora a chi ironizza sull’iniziativa sostenendo che per similitudine si dovrebbe dire anche “pediatro” e “dentisto”? «Si dovrebbe rispondere che sono inaccettabili perché i suffissi “ista” e “iatra” sono invariabili al singolare e restano identici sia al maschile che al femminile. Così come ciclista o elettricista. In questi casi, per distinguere il maschile e il femminile si ricorre all’articolo. Diverso è ministro, parola formata da “ministr” più la desinenza “o” che può correttamente declinarsi al femminile con la desinenza “a”, così come avvocata, prefetta e sindaca che sono parole grammaticalmente corrette. Perché non studiare prima di parlare? Ad ogni modo ci sono anche le Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo pubblicate sul sito dell’Accademia».

A sgominare il campo dall’idea che l’iniziativa del consigliere Orrù rappresenti l’unanime pensiero del partito è Carla Puligheddu, consigliere nazionale del Psd’Az e presidente dell'Associazione donne sardiste. «Questo è un intervento che fa regredire un processo di cambiamento e di evoluzione che il consigliere avrebbe dovuto evitare di affrancarle col marchio di un partito cui non appartiene e verso i cui valori ha più volte preso le distanze. Se gli dà molto fastidio questo processo, si chieda come mai».

Come mai sollevi tanta resistenza, un adeguamento linguistico grammaticalmente corretto e conforme ai cambiamenti sociali, lo spiega Elisabetta Gola - docente di Teoria dei linguaggi e della comunicazione e Coordinatrice del corso di laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Cagliari.

«Quella del “non si deve usare perché è brutto” è una critica che non ha alcun fondamento scientifico. Non ci sono parole belle o brutte, ci sono parole che conosciamo a cui siamo abituati e parole che, quando vengono introdotte artificialmente, posso anche creare la reazione di dire che è brutto, ma lì bisogna decidere qual è il prezzo che vogliamo pagare. Non cambiare queste parole significa non modificare mai lo schema concettuale che c’è sotto il fatto che tutte le parole che utilizziamo siano sempre riferite al genere maschile per ragioni legate alla storia della lingua e a come sono andate nella società. Cose che stiamo cercando di cambiare. Un cambiamento linguistico si spera che abbia un effetto di retroazione sul modo di pensare. Cosa che richiede tempi lunghi. Quindi è comprensibile la reazione “è brutto, non mi piace”, meno comprensibile è non provare a introdurre comunque un cambiamento che da qualche parte bisognerà incominciare a introdurre e che si spera che sia insieme un cambiamento di forma e di sostanza. Del resto ormai sono tante le figure ricoperte da donne per le quali abbiamo a disposizione solo nomi maschili e quindi è una necessità quella di adeguare il linguaggio allo stato di cose perché le si possa descrivere al meglio».

Brutti o belli che vengano considerati, questi termini sono quindi corretti e usarli significa adeguare il linguaggio alla realtà sociale e le sue evoluzioni. A chi vuole fare guerra, il buon senso sembra suggerire una sola strada. Rassegnarsi.

 

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