Mar 17 Gennaio 2017

I fichi settembrini e sa mexina delle tre Marie

 

riti e credenze

L'incanto degli alberi di fico settembrini offre alla vista un firmamento verde smeraldo da cui occhieggiano livide le polpose gocce del frutto maturo. "Sei dolce come un fico" recitava l'antico galateo popolare sardo, quando ancora non si aveva consuetudine dell'uso quotidiano dello zucchero.

Le genti sarde, da settentrione a meridione, da levante a ponente, diffidavano tuttavia, del dolce dono della natura, tanto da attribuire ai possenti guardiani dei campi il presagio di sicura sciagura. Verde aruspice era considerato soprattutto il caprifico, cioè il fico selvatico.
«Sotto le sue fronde si tenevano tribunali popolari e giuramenti ordalici», riporta la scrittrice Claudia Zedda. Ancor più suggestiva è la memoria del potere magico attribuito all'albero. Le venature delle foglie smeraldine, interrogate dalle fanciulle in età da marito, potevano vaticinare splendide aurore amorose o nefasti connubi.

L'impiego del fico - oltre che di natura alimentare, grazie alla sua genuina dolcezza, e di carattere magico - era anche quello strettamente curativo. Sia il fico selvatico che quello domestico avevano, per credenza collettiva, un discreto potenziale medicamentoso che, come consuetudine di terra sarda, non poteva prescindere le ingerenze della sfera magico religiosa. L'efficacia delle foglie, infatti, era determinata dall'esposizione per una intera notte ai raggi della luna piena. Il latte denso e candido del fico era utilizzato per contrastare l'insorgenza di micosi e dermatiti, ma possedeva anche l'insospettabile caratteristica di far schizzare fuori dalle dita le fastidiosissime spine del fico d'India.

La guarigione delle ferite più gravi era però un rimedio affidato unicamente alle donne della comunità. Nubili e coniugate, purchè non vedove, che fossero in numero di tre e portassero il nome della madre di Cristo. Le donne avevano il compito di eseguire il rito processionale attorno all'albero durante la prima ora del giorno, dopo la mezzanotte. In silenzio stringevano con la mano sinistra delle steariche, mentre con la mano destra dovevano invece recidere un ramoscello di caprifico durante la recita mentale de is brebus. Il liquido che stillava dal fico avrebbe avuto un impiego curativo. Nei casi di malattie particolarmente gravi il malcapitato avrebbe dovuto ingerire un fico non giunto a completa maturazione, con le conseguenze a livello gastrico facilmente intuibili.

Come detto, nonostante le innumerevoli varianti tra Capo di sopra e sud della Sardegna, sa mexina de sa figu, commistione di magia, religione e medicina popolare, sembrò non deludere alcun isolano, per secoli.

 

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