Gio 30 Marzo 2017

Cantina di Santadi: una storia fatta di territorio, uve e persone

 

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Questa è la storia non solo di un’impresa di uomini e donne che hanno scommesso più di cinquant’anni fa su un sogno, ma è soprattutto la storia di un territorio con una grande vocazione vitivinicola.

A Santadi, come raramente in altre zone della Sardegna, si estendono a macchia d’olio chilometri di vigneti messi a dimora tra alberi secolari, querce, sughere e leccete, per poi scendere giù fino alla costa impervia, con le scogliere a picco sul mare, con le viti coltivate sulla sabbia. In un territorio così unico, così ricco di varietà geografiche, anche il vino, con il passare del tempo e con la sapiente regia di enologi di fama internazionale, ha saputo riscoprirsi, trovando espressioni e vivacità differenti. Inscindibile, infatti, è il legame con la terra e non è mai scontato ritenerlo un tipico prodotto ancorato alle peculiarità del territorio dal quale proviene.

Grandissimo è il potenziale produttivo, commerciale e, insieme, culturale e valoriale di questo dono della natura racchiuso in un grappolo.  E qui, in quest’angolo del Basso Sulcis, il percorso inizia da lontano, affonda le sue radici in una viticoltura arcaica frutto di una tradizione contadina che, da millenni, cresce al ritmo delle stagioni, seguendo i cicli naturali. Una passione attenta e meticolosa, posta in ogni momento della coltivazione: dalla scelta degli acini migliori e più sani fino alla vendemmia a mano con le uve in cassetta e pigiate morbidamente per preservarne la qualità. 

Il terreno, il clima, le caratteristiche topografiche e i viticoltori avevano, fino ad allora, sempre agito come elementi distinti di una fase che invece – ma questa è una scoperta più recente - necessitava di un insieme di condizioni per definire le proprietà strutturali e organolettiche che donano carattere e esclusività al vino. Ed è stata proprio la maggior consapevolezza nella vitificazione e vinificazione a trasformare in eccellenza le etichette della Cantina di Santadi che, oggi, è riuscita nell’intento di portare un sorso del territorio in tutto il mondo.

A contribuire al salto di qualità è stato certamente il lavoro di squadra, dai produttori agli amministratori, dalle maestranze al commerciale, ma ciò che ha inciso più di tutto è stata la scelta di affidare la materia prima a dei professionisti: Giacomo Tachis prima, Umberto Trombelli oggi.
«Un grande vino si produce solo con delle grandi uve», afferma quest’ultimo. «L’enologo può fare quello che gli pare, ma se non ha questa condizione di partenza, un grande vino non lo fa. Insomma, l’enologo non può fare un grande vino se prima non l’ha fatto la natura!».

Ma il terroir, che la traduzione letterale dal francese suole indicare come gli aspetti del terreno, arriva a comprendere sia le connotazioni ambientali che insistono su quella porzione di territorio sia l’intervento dell’uomo e, quindi, la storia, la cultura, la tradizione. È la combinazione di questi fattori, chi più chi meno, a far crescere un vino di territorio e farlo diventare un vino italiano.

«Un vino diventa eccellenza quando l’enologo e il cantiniere sono capaci di mantenere le caratteristiche che l’uva ha, e quindi riescono a mantenere l’originalità del territorio all’interno di quelle caratteristiche. È la natura – sottolinea Trombelli - a dare al vino quelle particolarità che lo rendono unico. Indubbiamente, il Sulcis, porta con sé un clima da isola, fondamentale per mantenere costante quei fattori pedoclimatici che permettono di ottenere quasi sempre ottime annate». Ed ecco svelato il segreto del Carignano: territorio, uve e persone.

 

 

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